Leoni per Agnelli

Un giovane rampante senatore repubblicano, Jasper Irving (Tom Cruise), cerca di convincere una scafata reporter progressista (Meryl Streep) della bontà di una nuova strategia militare per l’Afghanistan, dove le truppe Usa languono. Nello stesso tempo, alla West Coast University, un maturo docente (Robert Redford) cerca di convincere uno studente promettente ma svogliato (Andrew Garfield) a non abbandonare gli studi. Intanto, sulle montagne innevate del Paese asiatico, due soldati, ex studenti del professor Malley, Arian (Derek Luke) ed Ernest (Michael Peña), inseguono il loro sogno di riscatto sociale uniti da una profonda amicizia e da un destino fatale.

Il cavaliere elettrico

Un famoso cowboy, campione di rodeo per molti anni, viene ingaggiato da una ditta di prodotti alimentari per scopi pubblicitari. Ma un giorno, a Las Vegas, stanco delle pagliacciate a cui lo costringe lo sponsor, il cowboy ruba un cavallo e scappa dalla città, verso le praterie. Un curioso western contemporaneo, riflessione malinconica sulla morte di un’epoca (e forse, perché no?, di un genere cinematografico). Eccellenti i due protagonisti. Quinta collaborazione tra Redford e Pollack.
(andrea tagliacozzo)

Qualcosa di personale

Una giovane donna ambiziosa va a lavorare in una stazione televisiva di Miami con un veterano del giornalismo il quale deve formarla professionalmente e incitarla a diventare una perfetta reporter. Man mano che la loro relazione sboccia entrambi realizzano che per lei si avvicina il momento di andare avanti e aspirare a qualcosa di meglio per conseguire il successo nella televisione. Questa parafrasi di È nata una stella non ha nulla di eccezionale se non la Pfeiffer che alla fine dice “Qui è Mrs. Norman Maine”, eppure tutto funziona grazie al carisma degli interpreti. Sceneggiatura di Joan Didion e John Gregory Dunne. Una nomination agli Oscar per la miglior canzone.

La stangata

Nei ruggenti anni Trenta, i simpatici imbroglioni Henry Gondorff e Johnny Hooker decidono di unire le loro forze per realizzare il colpo più grande della loro carriera: organizzano un colossale e ben orchestrato raggiro ai danni di un famoso e temuto gangster. Una intricata commedia sul gioco d’azzardo, ricca di continui colpi di scena, interpretata da un trio d’interpreti in grande forma (compreso Robert Shaw nel ruolo del criminale truffato). George Roy Hill aveva già diretto Robert Redford e Paul Newman in
Butch Cassidy
. Può sembrare incredibile ma entrambi i film, vincitori di numerosi Oscar (sette per
La stangata
, tra cui la miglior regia e il miglior film) videro escluso tra i candidati alla statuetta l’ottimo Newman.
(andrea tagliacozzo)

Pericolosamente insieme

Una giovane tenta di riprendersi i preziosi quadri del padre che le erano stati arbitrariamente sottratti molti anni prima. Arrestata dalla polizia, la ragazza viene rilasciata grazie all’intervento del suo avvocato, la volitiva Laura Kelly. La legale, assieme all’aitante assistente procuratore distrettuale Tom Logan, s’impegna per fare luce sul caso. La coppia Robert Redford-Debra Winger funziona a meraviglia. È la sceneggiatura che, troppo spesso, zoppica e lascia a desiderare. Divertente, ma solo a tratti.
(andrea tagliacozzo)

Tutti gli uomini del presidente

Avvincente ricostruzione delle indagini che portarono due giornalisti del
Washington Post
, Bob Woodward e Carl Bernstein, alla scoperta del caso Watergate e alle conseguenti dimissioni del Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Grande regia di Pakula, capace di spettacolarizzare la vicenda senza mai scadere nel banale. Ottimi anche i due protagonisti. Oscar 1976 a Jason Robards (miglior attore non protagonista) e a William Goldman (miglior sceneggiatura non originale). Altre due statuette andarono alla scenografia e al suono.
(andrea tagliacozzo)

Il migliore

Il giovane Roy, promessa del baseball, viene messo fuori gioco da una ragazza che gli spara cinicamente alle gambe. Diversi anni dopo, alla soglia dei trentacinque anni, l’uomo viene ingaggiato come riserva della squadra Knights. Tra lo stupore generale, lo stagionato atleta si dimostra un vero campione. Dal romanzo di Bernard Malamud, un dramma ben confezionato (bella e fin troppo patinata la fotografia di Caleb Deschanel) ma irrimediabilmente vuoto, prolisso e incline al facile sentimentalismo. Robert Redford, all’epoca quarantasettenne, era fin troppo maturo per il ruolo, ma se la cava egregiamente. Sceneggiatura di Robert Towne.
(andrea tagliacozzo)

La tela di Carlotta

Natale alla fattoria Zuckerman è un momento felice per gli uomini, ma non certo per gli animali. Anche per il maialino Wilbur le preoccupazioni non mancano: rischia infatti di finire tra le portate del banchetto come arrosto. Insieme a Carlotta, la sua amica ragno, cerca di studiare un piano per la fuga

In ostaggio

Un uomo d’affari di successo viene rapito di mattina. Mentre la moglie e le figlie sperimenteranno le traversie di avere le loro vite invase dall’Fbi, in attesa di una comunincazione, la vittima inzia a conoscere il suo carceriere durante la fuga per i boschi. Più un’analisi dei personaggi che una scenenggiatura convenzionale, questo interessante film ermetico gioca con la cronologia in modo avvincente ma non termina con una conclusione soddisfacente. Le tre star sono eccellenti.

Brubaker

Nominato direttore del carcere di Wakenfield, Harry Brubaker si fa rinchiudere per qualche giorno nel penitenziario come un qualsiasi delinquente e scopre i soprusi che un gruppo di carcerati privilegiati compiono nei confronti del resto dei reclusi. Nel ’67, il regista Stuart Rosenberg aveva già affrontato il tema carcerario con l’ottimo
Nick mano fredda
. Qui il risultato non è dei migliori, pur rimanendo su livelli dignitosi. Redford, nel ruolo del direttore progressista, è comunque perfetto.
(andrea tagliacozzo)

La mia Africa

Il film, pluripremiato agli Oscar (film, regia, sceneggiatura, suono, musica, fotografia e scenografia), descrive il periodo africano della scrittrice Karen Blixen (nota anche con lo pseudonimo di Isak Dinesen). Proveniente da un’agiata famiglia danese, Karen si sposa con il nobile Bror Blixen. Stabilitasi in una fattoria del Kenya assieme al marito, la donna, constatato il fallimento del suo matrimonio, s’innamora di un affascinante avventuriero inglese. Nonostante il grande successo, non si tratta di uno dei migliori lavori di Sydney Pollack che in più di una occasione tende a scivolare nel calligrafismo turistico. Impeccabili, comunque, gli interpreti – in particolare la Streep e Klaus Maria Brandauer – e la splendida musica di John Barry (non a caso premiata con l’Oscar).
(andrea tagliacozzo)

La leggenda di Bagger Vance

Savannah, Georgia, 1916. Non c’è torneo di golf che la giovane promessa Rannulph Junuh non sia in grado di vincere. La prima guerra mondiale si incarica però di infrangere le sue sicurezze di golden boy abituato ad avere il successo a portata di mano. Tornato distrutto dal conflitto, supera la crisi accettando di partecipare a un grande torneo organizzato dalla sua ex ragazza, Adele Invergordon. Rannulph ritroverà l’entusiasmo e la forza di andare avanti grazie all’ispirazione di una guida sui generis: il caddy di colore Bagger Vance. Trent’anni fa il ruolo di Matt Damon ne
La leggenda di Bagger Vance
sarebbe stato perfetto per lo stesso Robert Redford, il quale ancora una volta non rinuncia a portare sullo schermo la parabola del giovane wasp che a un tratto scopre – sulla scorta di un’esperienza personale che è insieme generazionale e storica – l’impossibilità di corrispondere alle aspettative di eroe vincente di una società dilacerata. L’ex protagonista di
Come eravamo
e
Il migliore
(film ai quali
La leggenda di Bagger Vance
si riallaccia per temi, personaggi e dinamiche narrative) restituisce un ritratto a tutto tondo di un eroe biondo e fiducioso, tipico esponente di una disponibilità tutta rooseveltiana verso le sorti progressive dell’America democratica e liberale. Il percorso di conflitto e riscatto ambientato nel mondo dello sport, sullo sfondo dell’emblematica città di Savannah (già descritta da Robert Altman in
Conflitto di interessi
e da Clint Eastwood in
Nel giardino del bene e del male
), fanno de
La leggenda di Bagger Vance
un’opera sintomatica che, pur con qualche prolissità, si mantiene aderente all’universo fiero e dolente del Redford maturo, un cineasta che da vent’anni cerca di analizzare i contorni storico-culturali del proprio statuto mitico di attore.
(anton giulio mancino)

Gente comune

Un ragazzo di sedici anni, che tempo prima aveva visto morire il fratello maggiore sotto i propri occhi, tenta il suicidio. Dopo essere stato salvato dai genitori, il giovane finisce in ospedale e poi in cura a uno psichiatra. Robert Redford, alla sua prima regia, riuscì clamorosamente ad aggiudicarsi l’Oscar (così come il film, battendo
Toro scatenato
di Scorsese, la sceneggiatura di Alvin Sargent e il giovane Timothy Hutton, premiato come attore non protagonista) con questo melodramma estremamente ben fatto, ma forse eccessivamente costruito a tavolino. Un impresa analoga verrà ripetuta dieci anni più tardi da Kevin Costner, vincitore all’esordio con
Balla coi lupi
.
(andrea tagliacozzo)

I tre giorni del condor

A New York, gli impiegati di una sezione della CIA vengono sterminati da un gruppo di misteriosi sicari. L’unico a scampare alla strage è il giovane Joe Turner (Robert Redford) che, nel tentativo di sottrarsi ad ulteriori attentati, trova rifugio nell’appartamento di una sconosciuta (Faye Dunaway). Spy story finemente congegnata, da un romanzo di James Grady. Grande suspense e un Redford al massimo della forma. Da antologia la sequenza iniziale della strage. Pollack ha diretto Redford numerose volte, la prima delle quali, nel ’66, in
Questa ragazza è di tutti
.
(andrea tagliacozzo)

Come eravamo

Autobiografia della Hollywood radical, a opera di un regista serio ma discontinuo che in quegli anni era al suo meglio, in sodalizio con Redford (tra
Corvo Rosso non avrai il mio scalpo
e
I tre giorni del condor
). Una coppia si conosce nei Thirties, attraversa la guerra e il maccartismo: lui è uno scrittore bello e sorridente, lei una pasionaria un po’ rigida ma innamoratissima. Redford-Streisand: inutile dire che il film regala alcuni duetti memorabili, ma soprattutto importa il rapporto di Pollack con la materia narrativa, nonché lo strano effetto che essa produce oggi. È curioso: Pollack è in simbiosi con i personaggi e le storie, in pieni anni Settanta sa fare un film di carrelli, découpage classici in campo/controcampo e dissolvenze incrociate. Come se volesse emulare il Wyler degli anni Quaranta, o il Richard Brooks degli anni Cinquanta – e certo
Come eravamo
commuove come un gran romanzone sentimental-politico. Eppure oggi la sua nostalgia progressista per il radicalismo dell’era di Roosevelt può a sua volta sembrare qualcosa d’altri tempi. Un film storico, sì: sulla Hollywood degli anni Settanta.
(emiliano morreale)

Butch Cassidy

Butch Cassidy e Sundance Kid sono due ragazzacci banditi, con le loro storie d’amore, il loro vagabondare, la loro ansia di libertà e il loro tragico destino. Il western ormai veniva rivisitato in tutti i modi: dall’elegia alla ricostruzione filologica, dall’allegoria politica al racconto picaresco. Roy Hill, regista non geniale ma d’ingegno, tenta una combinazione di nostalgia e gioventù. La nostalgia è una delle chiavi fondamentali del cinema americano degli anni Settanta, ma qui i due protagonisti Newman e Redford vi aggiungono una disperata vitalità anarchica e loser già quasi post-Sessantotto, fissata nel commovente finale. Forse furbo, forse datato, è però uno di quei perfetti prodotti «non d’autore» che sono un distillato del tempo. Splendida la fotografia di Conrad Hall, celeberrima la canzone
Raindrops Keep Fallin’ on My Head
di Burt Bacharach (entrambe premiate con l’Oscar).
(emiliano morreale)

Lo strano mondo di Daisy Clover

Negli anni Trenta, l’adolescente Daisy Clover viene trasformata in una star del cinema dal cinico produttore Swan. Questi, per poter manipolare l’attrice a suo piacimento, fa internare la madre della ragazza in un manicomio. Quindi fa in modo che Daisy sposi un celebre attore con nascoste tendenze omosessuali. Una delle prove migliori della compianta Natalie Wood in un film ben diretto da Robert Mulligan ma purtroppo poco fortunato al botteghino.
(andrea tagliacozzo)

La pietra che scotta

Il giovane Johnny, appena uscito di prigione, e suo cognato Kelp vengono assoldati da un diplomatico africano per trafugare un favoloso diamante da un museo di Brooklyn. Con l’aiuto di due complici e di un piano minuzioso, il colpo riesce. Da un romanzo di Donald Westlake, un gustoso cocktail di commedia e azione, realizzato da un autore che nel corso degli anni, tra comprensibili alti (All American Boys) e bassi (Abissi), riesce sempre a mantenersi su livelli dignitosi. All’apice del loro successo, Robert Redford e George Seagal, affiatati protagonisti, contribuirono non poco alla riuscita del film. (andrea tagliacozzo)

Il temerario

Negli anni Venti, Waldo Pepper, ex pilota dell’aviazione, si cimenta assieme ad altri colleghi in spericolate acrobazie aeree per il divertimento delle sterminate platee americane. In seguito a due tragici incidenti, Waldo è costretto ad abbandonare l’attività. Buone la ricostruzione d’epoca e le sequenze aeree in un film che, tra dramma e commedia, alterna buoni momenti ad altri meno riusciti. Dal punto di vista commerciale, un clamoroso flop, del tutto inaspettato se si pensa che in precedenza Redford aveva lavorato agli ordini di George Roy Hill nei fortunatissimi
Butch Cassidy e La stangata
.
(andrea tagliacozzo)

Quell’ultimo ponte

Versione insipida e iperprodotta dell’ottimo libro di Cornelius Ryan, incentrata sui disastrosi bombardamenti degli alleati dietro le linee tedesche in Olanda nel 1944. Esistono copie da 158 minuti. Vincitore di  3 BAFTA Film Award.