Il mostro

Aspirante donnaiolo e studente di cinese, Loris viene scambiato per un serial killer: la poliziotta Jessica si installa in casa sua col compito di provocarlo e smascherarlo. Benigni riesce ad alternare l’omaggio ai grandi del passato (l’inseguimento alla Buster Keaton, balletti alla Totò, intenerimenti alla Chaplin e uno spirito anarcoide debitore di tutti e tre) a una comicità più greve, basata sugli equivoci sessuali: ma lo fa sempre con la medesima leggerezza e e mancanza di presunzione. Peccato che la regia latiti nelle scene in cui non compare come attore e che il ritmo a volte cada. la sceneggiatura è scritta da Benigni con Vincenzo Cerami.

La vita è bella

Guido Orefice, ebreo, vuole aprire una libreria ad Arezzo, e intanto fa il cameriere. È il 1938. Conosce Dora, che chiama «Principessa», maestra di buona famiglia. Se ne innamora. Corteggiamento fantasioso, folle, irresistibile. Ed ecco che la coppia si ritrova sposata con un bambino di cinque anni, Giosué. La guerra è cominciata, le leggi razziali sono già in vigore. Sulla saracinesca della libreria di Guido c’è scritto con lo spray «negozio ebreo». «Babbo perché qui non possono entrare i cani e gli ebrei?», domanda Giosué che ha appena letto un cartello sulla vetrina di un negozio… Guido, il bambino e un anziano zio vengono deportati in un campo di concentramento. Dora fa di tutto per seguirli. E proprio nel campo nazista Guido riesce a trasformare, per il suo bambino, il lager in un gioco. Bisogna raccogliere mille punti per vincere un carro armato, ma bisogna attenersi alle regole dei tedeschi che dettano le regole. Non chiedere di vedere la mamma, non piangere, non chiedere la merenda… E Giosué, che pure sente la mancanza di Dora, che ha fame, che ha freddo, che sente dire che finiranno tutti nel forno crematorio («Babbo, mi hanno detto che diventeremo bottoni e sapone…e poi finiremo nel forno…», e Guido: «Ma Giosué – toccandosi il bottone della giubba – ti pare che questo possa essere Bartolomeo?»), riesce a stare al gioco. E quando gli americani entreranno nel campo di concentramento con il carro armato, mentre Guido è stato fucilato appena poche ore prima, Giosué riabbracciando la madre grida felice: «Mamma, abbiamo vinto. Abbiamo vinto…».
Il nazismo vinto con la fantasia, le regole del lager trasformate in un gioco, la morte battuta dall’amore di un padre per il suo bambino. Questo è il film di Roberto Benigni (e di Vincenzo Cerami, co-sceneggiatore), regista e protagonista, con la moglie Nicoletta Braschi e il piccolo Giorgio Cantarini. Con l’ironia e la poesia, con le risate e le lacrime, con il coraggio e con fantasia, Benigni ha potuto affrontare (e per questo è stato anche criticato) un tema tabù come l’Olocausto (guarda caso proprio qualche mese prima di Train de vie – Un treno per vivere di Mihaileanu, altro film che affronta lo stesso tema con un altro espediente fantasioso), mostrando nella prima parte dell’opera quanto la vista sia bella e nella seconda quanto possa essere brutta. Un film non perfetto (la ricostruzione del lager ha molte pecche, per esempio), che ha avuto uno strepitoso successo. Inevitabili i confronti con Schindler’s List e con Il grande dittatore di Charlie Chaplin. Musiche – bellissime – di Nicola Piovani. Oltre 90 miliardi di incasso al botteghino (130 milioni di dollari solo negli Usa), tre Oscar (miglior film straniero, miglior attore protagonista e migliore musica), otto David di Donatello, Gran premio a Cannes, quattro Nastri d’Argento… Accolto con favore anche dalla comunità ebraica. Indimenticabile Sofia Loren quando ha consegnato la statuetta a Benigni gridando «Robbberto!». E indimenticabili la volata sulle sedie di Benigni e il discorso fluviale in un inglese maccheronico che ha fatto ridere e piangere il mondo. Record di 16 milioni di spettatori quando il film è stato trasmesso la prima volta in televisione dalla Rai, il 22 ottobre 2001.

Johnny stecchino

A Firenze, l’ingenuo Dante s’innamora della bella e misteriosa Maria, che lo invita a raggiungerla a Palermo. La donna è la moglie di Johnny Stecchino, un pentito della mafia costretto a nascondersi per evitare d’essere fatto fuori, a cui Dante somiglia come una goccia d’acqua e che, a sua insaputa, dovrà sostituire in pubblico per esporsi al tiro dei sicari. Leggermente migliore del precedente lavoro da regista di Benigni ( Il piccolo diavolo ), il film soffre ancora una volta di una struttura fragile e poco cinematografica, solo saltuariamente ravvivata dai guizzi del comico toscano. Sceneggiatura dello stesso Benigni scritta in collaborazione con Vincenzo Cerami (coautore di tutti i film dell’attore, compreso il sopravvalutato La vita è bella ). (andrea tagliacozzo)

Ovosodo

Piero è un liceale. «Con la mamma morta, il padre in galera, il fratello handicappato…», dice lui in un momento di sconforto. Abita in quartiere popolare di Livorno, Ovosodo. Dove cresce con la ragazzina del piano di sotto con l’apparecchio ai denti che gli fa gli occhi dolci; Ivanone, il fratello ritardato; la nuova donna del padre delinquente incinta… Vita grama, insomma. Ma è bravo a scuola. Bravissimo. Tanto che la sua insegnante lo sprona ad andare avanti con la gli studi e riesce a farlo iscrivere nella sezione migliore del liceo classico, pieno di figli di papà. Dove Piero si riesce anche a guadagnare qualche lira passando ai compagni i compiti in classe. Poi, dice Piero, la svolta quando arriva in classe Tommaso, rampollo di una ricca famiglia (ma Piero lo scoprirà molto più tardi) che lo trova naif e se lo porta in giro. A Roma Piero conoscerà la cugina, bella-depressa-viziata, di Tommaso. Perde la testa e si fa bocciare perché ha solo lei nella testa. Finisce a lavorare come operaio proprio nella fabbrica del padre di Tommaso, che intanto va negli Stati Uniti a studiare. Ma c’è quella ragazzina, ormai cresciuta, che aveva l’apparecchio ai denti. È una come lui, che lavora, una brava ragazza. E anche se Piero continua ad avere quella strana sensazione nello stomaco come se un uovo sodo andasse su e giù nella gola, i due si prendono per mano per costruire una vita insieme…
Un buon film di Paolo Virzì, alla sua terza prova. Con l’educazione sentimentale di un ragazzo qualunque di una qualunque famiglia che tira a campare, con tutti i problemi possibili e immaginabili. Il film inizia con Paolo che cerca di telefonare alla cugina di Tommaso a Roma e poi ripercorre la sua infanzia e l’adolescenza, fino a tornare al presente. Non c’è retorica (e se c’è è alleviata dall’ironia), anche se il rischio di scivolare nel patetico – sentimentale e ideologico – era altissimo. Certo, la divisione tra ricchi-belli-fortunati e poveri-brutti-sfigati è un po’ troppo netta, come il destino a senso unico di Piero e Tommaso. Tutti al loro posto, insomma. Buona la sceneggiatura, ottime le battute. Buono il successo del pubblico e Gran premio della giuria a Venezia nel 1997.

La domenica specialmente

Tre cortometraggi ambientati nella campagna italiana. Il primo, di Tornatore (con Noiret barbiere che viene comicamente disturbato da un cane), è inconsistente. Il secondo, di Bertolucci (in cui un Ganz di mezza età dà un passaggio a una giovane donna avvenente e al suo fratello ritardato), è banale. Il terzo, di Giordana (la vedova Fellini sviluppa un legame alquanto insolito con la sua nuova nuora), è il migliore, una ponderata riflessione sulla solitudine. Il quarto, di Barilli (un uomo cerca l’amore nelle discoteche romagnole) è piatto. La Fellini è la sorella di Federico, al debutto come attrice.

Tu mi turbi

Commedia in quattro episodi: Durante Cristo (Benigni è un pastore che ha smarrito il gregge, ma fa da baby-sitter a Gesù), Angelo (Benigni sogna che il suo angelo custode vuole lasciarlo, per occuparsi di un altro), In banca (Benigni cerca di farsi concedere un prestito), I militi (Benigni, di guardia al Milite Ignoto, prende in giro il suo compagno). Esordio del comico toscano alla regia: il risultato è apprezzabile, anche se ancora da raffinare.

La tigre e la neve

Attilio De Giovanni è un poeta. Padre di due figlie adolescenti, insegna letteratura all’università, dove viene inutilmente concupito da una collega. Il suo cuore batte infatti solo per Vittoria, che però sembra non volerne sapere di lui. La donna sta scrivendo la biografia di un poeta iracheno e, recatasi a Baghdad per ultimare il libro, resta coinvolta nello scoppio di una bomba ed entra in coma. Attilio riesce a raggiungerla ma si accorge ben presto che nell’ospedale mancano le medicine più comuni. Vittoria rischia di morire e il suo innamorato si prodiga in mille maniere per procurarle ciò di cui necessita. Finalmente la donna guarisce ma il suo salvatore nel frattempo è stato fatto prigioniero dall’esercito americano. Una volta liberato, torna a Roma e incontra l’amata, che non sa di dovergli la vita.
Fosse uscito al posto de La vita è bella, sarebbe impossibile non lodare Roberto Benigni e il suo nuovo film, soprattutto in virtù dei temi trattati. Ma dopo aver visto quel capolavoro il pubblico sa di cosa è capace il regista toscano e questo La tigre e la neve rischia di deludere non tanto lo zoccolo duro dei «benignani» quanto tutti gli altri, già messi a dura prova dal mezzo flop di Pinocchio.
Tra i punti forti della pellicola ci sono senz’altro il grande cuore del suo autore, raramente così sincero, e i suoi obiettivi («divertire e commuovere») entrambi raggiunti. Fra quelli deboli, una trama con qualche incoerenza di troppo (la provvidenziale bombola d’ossigeno trovata in un bazar agganciata a una muta da sub e altri colpi di fortuna a dir poco inverosimili) e attori non sfruttati a dovere (il personaggio di Jean Reno è assai poco sviluppato) oppure sottotono (la recitazione di Nicoletta Braschi a tratti fa pensare che il coma in cui versa per quasi tutto il film sia un espediente di Benigni per difenderla dalle critiche piovutele addosso dopo ogni film del marito). A lasciare perplessi è soprattutto la ripresa di temi già affrontati dal regista nel suo film migliore e qui affrontati con minore incisività.
Un film sull’amore («la forza più bella del mondo – dice il regista – la più eversiva e rivoluzionaria») che non porterà nuovo pubblico a innamorarsi di Benigni, limitandosi semmai a far sì che gli altri continuino a volergli bene. (maurizio zoja)

Il piccolo diavolo

Esorcizzando una grassa parrucchiera posseduta dal demonio, un sacerdote americano si trova davanti a un piccolo e scatenato diavoletto, simpatico quanto irriverente e dispettoso. Ai colleghi del convento, il prete presenta lo strano essere, fonte inesauribile di guai, come suo nipote. Commedia ricca di momenti esilaranti, ma anche di grandi lacune e una struttura narrativa praticamente inesistente. La sceneggiatura del film, tutt’altro che esaltante, è firmata dall’attore toscano assieme a Vincenzo Cerami. (andrea tagliacozzo)

Pinocchio

Rotola un tronco di pino nel borgo ottecentesco. Come una furia abbatte persone, animali, gendarmi, uomini galanti, bancarelle con la frutta… E si ferma davanti a una casa. La casa di Geppetto, il falegname. Che prende il tronco, gli dà un bacio perché la legna è bella e comincia a lavorare di scalpello. Vuol farne un burattino: «Ti chiamerò Pinocchio, dal pino». Così entra in scena Pinocchio con il suo abituccio bianco e rosso e il cappello a punta di pasta di pane. Prima aveva fatto la sua apparizione la Fata Turchina, su una carrozza bianca trainata da centinaia di topolini. E aveva regalato la luce a quel paesello toscano. Ma adesso cominciano le avventure di Pinocchio. «Quante ne ho fatte, quante me ne son capitate…», è il suo intercalare quando passa di avventura in avventura. E la storia è nota: Geppetto vende la giacca per comprare l’abecedario al suo figliolo e il suo figliolo lo rivende per entrare nel teatrino dei burattini. Nel teatro le marionette lo riconoscono e Mangiafuoco lo fa prigioniero, ma poi si intenerisce e gli regala cinque zecchini. Pinocchio è libero di tornare da Geppetto per aiutarlo, ma incontra il Gatto e la Volpe che lo raggirano per prendergli i soldi. E poi Lucignolo, il paese dei Balocchi, il Grillo Parlante, ma soprattutto la buona e bella Fata Turchina, e ancora il Pescecane, i ragazzi trasformati in ciuchini… Finché Pinocchio diventa buono, non dice più le bugie, ha capito cos’è il bene e cos’è il male. E allora vestito finalmente come un bambino, la giacchetta blu elettrico tutta abbottonata e i pantaloni corti, va finalmente a scuola. Ma la sua ombra, a scuola, non ci vuole entrare e, rasente i muri, si allontana, segue la farfalla azzurra e spazia sui meravigliosi colli toscani.

È il
Pinocchio
di Roberto Benigni, classico, ottocentesco, toscano. Di più, la maschera di Pinocchio secondo Roberto Benigni. Che ha fatto un film perfetto. Perfetto nella scenografia, nei personaggi, uno più azzeccato dell’altro, nei costumi, nei trucchi, nelle ricostruzioni del borgo toscano dei tempi di Collodi. Il massimo che Benigni potesse raggiungere grazie a Danilo Donati, che ha firmato le scenografie e che è scomparso durante la produzione (il film è dedicato a lui), grazie agli effetti speciali (il tronco, il naso che si allunga, i topolini digitali che tirano la carrozza, il Grillo Parlante piccolo piccolo, la balena…) e grazie agli attori che hanno fatto minuscole e grandi parti. Da Carlo Giuffré nei panni di Geppetto, ai Fichi d’India, indovinatissimi Gatto e Volpe, a Kim Rossi Stuart, credibile e simpatico Lucignolo, a Corrado Pani in una apparizione fugacissima dallo scranno del giudice con il lecca-lecca in mano. E ancora Peppe Barra che fa quell’antipatico del Grillo parlante, Alessandro Bergonzoni, il cattivo padrone del circo… E poi certo Roberto Benigni e Nicoletta Braschi. La signora Benigni, nei costumi strepitosi della Fata Turchina, è una fata leggiadra, ma che suona un po’ falsa e un po’ fredda, con le sue lezioncine e i suoi sorrisi sempre uguali. E Roberto Benigni, che dopo gli Oscar per
La vita è bella
è riuscito a mettere in piedi questo kolossal da 40 milioni di euro (4000 comparse, 28 settimane di lavorazione, una troupe di 150 persone, 477 giocattoli costruiti per il Paese dei Balocchi…), è finalmente Pinocchio. Un vecchio progetto Benigni-Fellini e primo amore letterario (e poi nelle versioni di Guardone e di Comencini): lui è un burattino in carne e ossa, che si agita, salta, sgambetta, inciampa, corre… alla Benigni. Non è ingenuo, è furbetto, anche cattivello (un po’ meno del monellaccio di Collodi), simpatico nel suo dirsi che cosa è bene fare e ostinarsi a fare quel che non deve. Ma non convince fino in fondo, forse perché, come ha detto Nicola Piovani, l’autore delle musiche (non indimenticabili come quelle de
La vita è bella),
il Pinocchio di Benigni «è una maschera». Il regista-protagonista, anche per evidenti questioni d’età non può fare lo scolaretto, né il monello. Ma fa la maschera del giamburrasca. È un’astrazione, è la sua idea di Pinocchio, più che la sua raffigurazione. E questo è un limite, anche perché gli altri personaggi sono molto più convincenti. Proprio per questo, nel
Pinocchio
di Benigni, si fatica a trovare la magia, l’atmosfera di favola, magari la malinconia, l’infanzia (già, dove sono i bambini?), il sogno…
(d.c.)

Daunbailò

Il terzo film di Jarmusch (anche sceneggiatore) è intrigante, divertente e leggero in ogni momento: uno sguardo su tre perdenti che finiscono insieme in carcere, e poi riescono a evadere. La vicenda acquista veramente vita quando entra in scena Benigni. Film dall’andamento pacato, fotografato in uno spettacolare bianco e nero da Robby Müller in Louisiana. I co-protagonisti Lurie e Waits hanno contribuito anche alla colonna sonora.