Non è mai troppo tardi

Edward Cole e Carter Chambers, sono due malati terminali di cancro. Se non fosse per questo, sarebbero come il giorno e la notte: uno è un multimilionario e l’altro un meccanico. I due si ritrovano nella stessa camera d’ospedale e decidono di scrivere una lista di cose che avrebbero voluto fare nella loro vita ma che non sono riusciti a realizzare. Decidono così di scappare dalla struttura…

Harry and Son

Paul Newman, alla sua quarta regia, descrive i difficili rapporti tra un padre e un figlio. L’anziano Harry, vedovo da due anni, dopo aver perso il lavoro è costretto a restare in casa quasi tutto il giorno. Il suo carattere chiuso e scorbutico non lo aiuta a entrare in sintonia con il figlio Howard, un giovane idealista che spera un giorno di diventare scrittore. Un Newman insolitamente sottotono, sia come attore che come regista. Il tema, di per sé interessante, poteva essere sviluppato in modo sicuramente migliore, anche se il coinvolgimento dell’attore – che nel 1978 aveva perso il figlio Scott, morto per un’overdose – è evidente e nelle pagine migliori affiora una certa commozione.
(andrea tagliacozzo)

Conta su di me

La storia di Crazy Joe Clark, campione di baseball realmente vissuto e poi preside di un liceo del New Jersey, che — armato di megafono — mette in riga i suoi studenti alternando il bastone e la carota. Freeman è ammirevole nel ruolo del protagonista, rimediando ai difetti della sceneggiatura e all’approccio troppo convenzionale di Avildsen.

Le ali della libertà

L’onesto bancario Robbins viene accusato ingiustamente di un duplice omicidio e condannato alla prigione a vita alla fine degli anni Quaranta. Il compagno ergastolano Freeman e i suoi amici impareranno ad ammirare il codice morale di Robbins e la sua capacità nel fare le cose, nonostante un odioso direttore del carcere e un brutale secondino. Un film molto apprezzato, ben fatto ma terribilmente lungo e (come molti scritti non horror di Stephen King) vacuo e prevedibile. L’esordiente regista Darabont ha adattato il racconto Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank di King. Ben sette nomination agli Oscar.

Il falò delle vanità

La vita di un potente manager di Wall Street va in pezzi quando la moglie scopre la sua relazione extraconiugale, e lui e l’amante — coinvolti in un incidente stradale — scappano senza prestare soccorso. Le sfumature e lo spessore del romanzo di Tom Wolfe da cui il film è tratto scompaiono completamente, e i personaggi vengono trasformati in caricature stereotipate. Un penoso spreco di soldi e talento. F. Murray Abraham interpreta il procuratore distrettuale del Bronx. Super 35.

Johnny il bello

Johnny Sedley, detto ironicamente
il bello
a causa di una deformazione che gli deturpa il volto, si associa con l’amico Mickey e con altri due balordi, Rafe e la bella Sunny, per compiere una rapina. Una volta portato a termine il colpo, gli ultimi due uccidono Mickey e permettono la cattura di Johnny che, condannato a diversi anni di prigione, medita di vendicarsi. Un melodramma d’azione diretto da Walter Hill con stile veloce ed efficace. Non male anche Mickey Rourke, ben al di sopra dei suoi soliti standard.
(andrea tagliacozzo)

Un posto per riposare

Negli anni Settanta, in Georgia, un ufficiale dell’esercito decide di seppellire un eroe nero, morto durante la guerra del Vietnam, in un cimitero di bianchi. La comunità locale, in prevalenza bianca e razzista, si oppone fermamente. Film realizzato per la televisione, ma di ottimo livello, grazie anche alla buona prova di tutti gli attori e all’intelligente copione scritto da Walter Halsey Davis.
(andrea tagliacozzo)

A spasso con Daisy

Dalla commedia di Alfred Uhry – Premio Pulitzer 1988 – sceneggiata dallo stesso autore. Ad Atlanta, verso la fine degli anni ’40, un’anziana signora ebrea viene obbligata dal figlio ad assumere un autista di colore. I rapporti tra quest’ultimo e la donna sulle prime sono tesi e difficili, poi con l’andare del tempo gradualmente migliorano. Indubbiamente ben realizzato e interpretato, ma con fin troppa astuzia e calcolo nel dosare elementi di dramma, commedia e ovvi messaggi interrazziali. Oscar ’89 al film, a Jessica Tandy come attrice protagonista, alla sceneggiatura e al trucco. (andrea tagliacozzo)

Brubaker

Nominato direttore del carcere di Wakenfield, Harry Brubaker si fa rinchiudere per qualche giorno nel penitenziario come un qualsiasi delinquente e scopre i soprusi che un gruppo di carcerati privilegiati compiono nei confronti del resto dei reclusi. Nel ’67, il regista Stuart Rosenberg aveva già affrontato il tema carcerario con l’ottimo
Nick mano fredda
. Qui il risultato non è dei migliori, pur rimanendo su livelli dignitosi. Redford, nel ruolo del direttore progressista, è comunque perfetto.
(andrea tagliacozzo)

Million Dollar Baby

Frankie, un attempato e maschilista allenatore di boxe (Eastwoord) si trova ad allenare un’intreprendente ragazza, Maggie, (la Swank), nella quale, pian piano, comincerà a rivedere la figlia con cui non parla da anni. Grazie alla ragazza e al suo entusiasmo contagioso, avrà l’occasione di tornare nel mondo del pugilato e di vincere per la prima volta un titolo. Ma il destino ha in serbo altro perla campionessa in erba… Ispirato ai racconti di F.X. Toole, un film bello e struggente, soprattutto l’ultima mezzora, quando Eastwood affronta (non senza qualche traccia di manicheismo) anche il problema dell’eutanasia ed è in fondo il dramma di tre persone (il rude personaggio interpretato da Eastwood, Maggie e il vecchio Scrap -Morgan Freeman- la vera coscienza del film e legato da un sentimento di amore e odio a Frankie) senza mai però scivolare nel melodramma gratuito e nel sentimentalismo più bieco. Molto belle anche le sequenze ambientate sul ring, per uno dei film più belli degli ultimi anni, seppur ben congegnato a tavolino. Vincitore di ben quattro statuette (Film, Regia, Attore Non Protagonista -Morgan Freeman- e Attrice Protagonista a Hillary Swank); solo nomination per sceneggiatura, montaggio e allo stesso Eastwood come Attore protagonista.

Danny The Dog

Danny (Jet Li) è un maestro di arti marziali, una vera e propria macchina da guerra capace di uccidere un uomo con un solo colpo. Allo stesso tempo è però meno che un uomo: allevato dal crudele gangster Bart (Bob Hoskins), fin dall’età di quattro anni non ha conosciuto altro linguaggio che quello della violenza e non è altro che un cane, il cane di Bart. Danny porta infatti un collare, non parla quasi mai ed è totalmente asservito al suo padre-padrone, che lo usa come arma contro i suoi nemici. La sorte porta però lo porta a sfuggire al suo carceriere e a incontrare Sam (Morgan Freeman), un cieco che si guadagna da vivere accordando pianoforti. L’affetto dell’uomo e della sua figlia adottiva, Victoria (Kerry Condon), aiuterà Danny a riappropriarsi della sua umanità. Ma Bart, naturalmente, vuole riappropriarsi del suo «cane»…

Danny The Dog
è l’opera seconda del giovane regista Louis Leterrier (dopo il misconosciuto
Le Transporteur
), già assistente del suo connazionale Luc Besson, che firma la sceneggiatura. Si tratta di un film godibile e divertente, che unisce i toni della commedia a quelli del più classico
action movie
, senza compromessi e con ottimi risultati.
La sceneggiatura di Besson è infatti piena di tocchi di classe e strapperà più di un sorriso agli spettatori stemperando con una robusta dose di ironia anche i momenti maggiormente carichi di tensione, perfino durante il
climax
dello scontro finale con i «cattivi».

Contemporaneamente, la presenza di Jet Li (uno dei più grandi esperti di arti marziali al mondo) assicura scene di combattimento altamente spettacolari. Il maestro e campione di
wushu
ha seguito le orme di Bruce Lee sin dai primi anni Ottanta, e nell’ultimo decennio la sua fama si è estesa anche all’Occidente. Ultimamente abbiamo potuto apprezzarlo nel ruolo di protagonista dello splendido (almeno dal punto di vista estetico)

Hero
di Zhang Yimou. Il ruolo di Danny, tanto di poche parole da sfiorare quasi l’autismo, sembra tagliato su misura per lui, che certo non possiede un grandissimo spessore dal punto di vista della recitazione.

Il film si avvale di un cast ottimamente assortito, in cui spiccano il balordo da operetta Bob Hoskins e Morgan Freeman, che interpreta un ruolo di «saggio anziano nero» piuttosto simile, in fondo, a quello grazie al quale ha conquistato l’Oscar per

Million Dollar Baby;
la differenza sta nel fatto che nel film di Clint Eastwood era cieco solo a metà… Menzione d’onore, infine, per la colonna sonora dei Massive Attack, inglesi di Bristol protagonisti dell’ondata
trip hop
che ha caratterizzato la musica elettronica nella seconda metà degli anni Novanta, alla loro prima esperienza in ambito cinematografico.
(michele serra)

Edison City

Nella città di Edison regna la corruzione. Anche tra i poliziotti della F.R.A.T. (First Response Assault &Tactical), squadra speciale addetta al controllo dell’uso di steroidi, le mazzette e l’uso incondizionato dell’abuso di potere dilagano. Ma conseguendo ottimi risultati, i F.R.A.T. ricevono il consenso dell’intera comunità, visto che poi nessuno ha modo di verificare quali siano le effettive modalità tramite cui vengono perseguiti tali risultati. Di questa squadra fa parte l’agente Raphael Deed (LL Cool J.) che, dopo essere stato duramente messo alla prova dall’ennesimo abuso di posizione dominante del suo collega, il sergente Lazerov, comincia a mettersi seriamente in discussione, combattuto dai dubbi sull’etica morale del suo operato e sulle sue ambizioni personali. Un giorno incontra Josh Pollack (Justin Timberlake), aspirante giornalista alle prime armi. Di fatto il giovane è costretto a fare la gavetta scrivendo per l’ Heights Herald, quotidiano locale di poco conto, ma in realtà i suo obbiettivo è molto più ambizioso: smascherare la corruzione imperante in città. Moses Ashford (Morgan Freeman) è il direttore del giornale, ex fotoreporter pluripremiato che vorrebbe dimenticare il suo scintillante passato. A dare una mano a questo gruppo di idealisti ci sarà anche Levon Wallace (Kevin Spacey), un veterano della squadra investigativa che non ha mai digerito i discutibili metodi operativi della F.R.A.T. Anch’egli troverà in Ashford e Pollack l’ occasione per dimostrare non solo la fondatezza delle sue riserve, ma per porre personalmente la parola fine all’esistenza di questo gruppo legalizzato di poliziotti corrotti.
Nonostante la pellicola nasca da una produzione indipendente, il suo budget è di tutto rispetto: trentasette milioni di dollari. La visione del film induce a pensare che questa sia l’unica ragione che ha convinto due premi Oscar, Morgan Freeman e Kevin Spacey, a parteciparvi.
Il film resta ingessato all’interno di un copione già visto (il poliziotto onesto che vuole smascherare i colleghi corrotti e il giornalista ambizioso alla ricerca del successo) la cui unica arma di seduzione nei confronti dello spettatore è l’uso (voluto?) della parodia di alcuni clichè polizieschi. Le aspettative per un bel film di genere c’erano tutte, ma Burke (fino a ieri produttore di telefilm come Law &Order) le tradisce trasformando la trama in una sequela scontata di intrecci criminali neanche tanto credibili, con le relative e inevitabili forzature che ne derivano.
Il cast cade poi sotto il peso di una storia mal ideata, in cui i personaggi non riescono a emergere dalla piattezza della trama. Kevin Spacey si vede così poco sullo schermo da non meritare quasi considerazione, Morgan Freeman fa poco di più, risultando a tratti quasi irritante nel tentativo di riproporre in chiave giornalistica l’indimenticabile ispettore Somerset visto in Seven. Il debutto in un ruolo da co-protagonista della popstar Justin Timberlake non entusiasma, e non solo a causa delle limitate doti dell’esordiente. È proprio il suo personaggio a essere completamente contraddittorio e vittima principale di una sceneggiatura stiracchiata e fotocopiata. Di questa pellicola si salvano solo le ambientazioni (la città di Edison, in realtà la canadese Vancouver, è sfondo perfetto per una vicenda poliziesca) e l’interpretazione di un buon LL Cool J. Il rapper, in ogni caso, propone senza sforzi due sole espressioni: dura e dura con sopracciglio alzato. (mario vanni degli onesti)

Robin Hood principe dei ladri

Dopo aver lungamente combattuto in Terra Santa, Robin Hood riesce a fuggire da una prigione araba e torna in Inghilterra assieme a un guerriero saraceno, suo nuovo amico. Assente re Riccardo, il Paese è finito nelle mani dei normanni capeggiati dall’infido sceriffo di Nottingham. La più improbabile delle avventure del celebre arciere di Sherwood, con un Kevin Costner simpatico ribelle, ma decisamente troppo americano e moderno per calarsi nel ruolo. La spumeggiante regia di Kevin Reynolds e la divertente interpretazione di Alan Rickman riscattano un film spettacolare ma minato da una sceneggiatura (di Pen Densham e John Watson) che spesso rasenta la stupidità. (andrea tagliacozzo)

Wanted – Scegli il tuo destino

Una killer apparentemente spietata deve trasformare un ragazzo timido, pigro e insicuro, che in realtà nasconde poteri fuori dall’ordinario, in una macchina per uccidere capace di sparare da veicoli in rapido movimento come auto, treni e metropolitane. Il ragazzo si trasformerà da umile impiegato in killer superdotato, prendendosi anche piccole-grandi rivincite sulla capoufficio che lo tormenta e sulla fidanzata che lo tradisce con il suo migliore amico.

La forza del singolo

Precisamente quel che ci si aspetta quando il regista di Rocky e Karate Kid affronta un film sull’apartheid. Questa sdolcinatezza racconta con ardente entusiasmo di un ragazzo bianco del Sudafrica che promuove l’integrazione salendo sul ring con i suoi oppressi amici di colore. Offensiva volgarizzazione di un grande soggetto, ma almeno nella prima metà ci sono Freeman e Müller-Stahl nel ruolo dei mentori del giovanotto; quando nella seconda ora non sono più presenti nella sceneggiatura, guardare il film diventa una prova faticosa.

Gli spietati

Insolito western dai toni mesti: un ex killer, ora redento, interrompe il suo ritiro mosso dalla necessità di denaro per la sua famiglia. Potente analisi della moralità e dell’ipocrisia nel vecchio west — e sulle conseguenze che ha l’uccidere qualcuno e l’essere uccisi — ma guastato da una trama che arranca. Ottime riprese di Jack N. Green. Quattro Oscar: miglior regia, film, attore non protagonista (Hackman) e montaggio (Joel Cox).

Reazione a catena

Un tecnico che sta lavorando a un progetto sull’energia a idrogeno è accusato di aver provocato una devastante esplosione e fugge con una sua collaboratrice. Ma cosa c’è davvero dietro tutti questi loschi traffici? Assurdo e poco ispirato mix di azione, inseguimenti e spunti di thriller politico, che riesce a stento a essere credibile.

Glory – Uomini di gloria

La pellicola si basa sulla storia vera di Robert Goul Shaw, giovane capitano dell’esercito nordista, al quale, durante la guerra di secessione, venne affidato il comando del primo plotone interamente formato da uomini di colore. Film avvincente e spettacolare, interpretato da un manipolo di bravissimi attori, al quale si può rimproverare solo di aver dato un punto di vista troppo WASP a una vicenda in cui i veri protagonisti dovrebbero essere gli afroamericani. Denzel Washington vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista. Altre due statuette andarono alla bellissima fotografia di Freddie Francis e al suono. Putroppo nei film seguenti il regista Edward Zwick si è perso per strada, realizzando assolute mediocrità come Vento di passioni, Il coraggio della verità e Attacco al potere. (andrea tagliacozzo)

Levity

Manual Jordan esce di prigione. Ha scontato diciannove anni per avere ucciso in gioventù un ragazzo, Abner Easley era un giovane studente che lavorava come commesso nel negozio che Manual e altri due suoi compari volevano rapinare. Da allora il commesso è diventato una presenza costante nella sua vita. Ora che è uscito dal carcere, Manual si trova faccia a faccia con il passato. Entra in contatto con la sorella della sua vittima, cerca di instaurare un rapporto con lei senza svelare la sua identità. Intanto lavora come custode presso un centro sociale gestito dal pastore Miles…

Può un uomo che ha commesso il più atroce dei crimini riabilitarsi con la società e con se stesso? Questo l’interrogativo che il film sembra porre. Una storia sulla redenzione dei peccati che si mette dalla parte di Caino, analizzando il suo percorso. Una strada lunga per chi si trascina il peso del rimorso. Il protagonista non può tornare indietro nel tempo ma può aiutare gli altri a non commettere i suoi stessi errori. La pellicola porta a galla anche il problema della rieducazione del criminale: Caino può essere più utile se gli viene permesso di aiutare il suo prossimo. Dal macrocosmo della società, che deve essere protetta e rassicurata, l’obiettivo si sposta sul microcosmo della singola vita umana, che deve essere recuperata, sulla pecorella smarrita che deve essere ritrovata. Dal punto di vista tecnico,
Levity
è un film di istantanee con una bella fotografia. Diciannove anni di prigione sono angoli, muri, soffitti, uno spazio troppo piccolo per un ricordo in movimento. La lentezza è palpabile. Billy Bob Thornton offre il suo viso, le sue espressioni, i suoi capelli lunghi e grigi. E tutto questo basta. Il carcere limita i suoi movimenti e appesantisce i suoi muscoli. La leggerezza diventa un bene inestimabile, l’oro per l’anima e il corpo. In questo senso Thornton ci fornisce un’altra grande prova recitativa. Il regista non riesce però a evitare un finale scontato e il film perde quota in dirittura d’arrivo anche perché vengono un po’ sprecate le potenzialità di personaggi come il pastore Miles (Morgan Freman), lasciando un po’ d’amaro in bocca allo spettatore.
(francesco marchetti)

Invictus – L’invincibile

La vera storia di Nelson Mandela e del capitano della nazionale di rugby del Sudafrica, Francois Pienaar, decisi a unire le loro forze per la pacificazione del loro paese. Il piano dei due inconsueti alleati era quello di vincere la Coppa del Mondo di rugby del 1985, in modo da far nascere uno spirito di squadra nazionale, e grazie al linguaggio universale dello sport, sconfiggere l’apartheid. Due nomination agli Oscar.

Una donna: una storia vera

Divorziata, madre di tre figli, l’ancor giovane Marie, grazie all’intercessione di un suo ex compagno di scuola, trova un posto all’interno del ministero della Giustizia. Raggiunta in breve tempo una posizione di riguardo, la donna si accorge di essere stata usata a sua insaputa dall’amico e dal Governatore per i loro loschi scopi. Film di solido professionismo, ma prevedibile, ispirato, come suggerisce il titolo, a un fatto realmente accaduto. Ottima l’interpretazione di Sissy Spacek (candidata con poca fortuna all’Oscar).
(andrea tagliacozzo)

Slevin – Patto criminale

Fine anni Settanta. Tutto comincia con un cavallo. O meglio, con una scommessa su di un cavallo. Il giovane Max (Scott Gibson), stanco di lavorare per quattro soldi con una moglie e un figlio da mantenere, riceve da uno zio una soffiata vincente su una corsa ippica: decide così di puntare ventimila dollari, tutti i suoi risparmi, sul settimo cavallo della decima corsa. Purtroppo le sue speranze di soldi facili si schiantano come il cuore del malcapitato cavallo (drogato) che stramazza a terra a pochi metri dall’arrivo. Max torna dal figlio Harry (Oliver Davis) che lo attende in macchina all’esterno dell’ippodromo ma, arrivato al parcheggio, non trova né lui né la macchina: spuntano due uomini che lo avvicinano e gli ricordano il debito che ha appena contratto con loro, visto che Doc (Nicholas Rice), l’allibratore a cui si era rivolto, gli ha girato la sua giocata. I due portano Max in un luogo abbandonato e lo massacrano, assoldando nel frattempo un killer che elimini anche sua moglie: una punizione esemplare per chi non paga tutto e subito. Questa, però, è una storia vecchia di vent’anni. Oggi un giovane (Josh Hartnett) si trova in un appartamento di New York che non è casa sua. Si chiama Slevin e nessuno, tranne il misterioso sicario Goodkat (Bruce Willis), sa che il ragazzo ha un piano ben preciso.
La recensione
Prendi due gangster, una scommessa su un cavallo, un killer spietato, un ragazzo «nel posto sbagliato al momento sbagliatissimo» a New York, farcisci il tutto con una sceneggiatura stile I soli