Drugstore Cowboy

Uno sguardo affascinante e davvero credibile sulla vita di un tossicomane e della sua “famiglia”, che rapina i negozi per foraggiare le proprie abitudini. Niente commiserazione né moralismi, ed è esattamente questo che rafforza l’impatto della pellicola. Eccezionali le interpretazioni, soprattutto di Dillon e della Lynch. Basato sul racconto autobiografico di James Fogle, un galeotto, scritto negli anni Settanta e mai pubblicato. Sceneggiatura di Van Sant e Daniel Yost.

Grace of My Heart – La grazia nel cuore

Deludente pellicola su un grande argomento: il mondo della musica pop che ruotava intorno al Brill Building di New York tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Un’aspirante cantautrice (Douglas) si ritrova le porte sbarrate come interprete ma diventa invece una compositrice pop di successo; il suo destino si lega in seguito a una successione di uomini nel business musicale. Alcuni bei momenti qua e là, ma di regola è superficiale — una vera vergogna. Pieno di gradevoli canzoni nello stile di quel periodo, più un numero da brivido God Give Me Strength, scritta da Elvis Costello e dal veterano del pop Burt Bacharach. Martin Scorsese è produttore esecutivo.

Rusty il selvaggio

Ambiziosa opera d’atmosfera tratta dal romanzo per grandi e piccoli di Susan E. Hinton su un adolescente alienato che vive all’ombra di suo fratello maggiore. Intenso dal punto di vista emozionale, ma confuso e distante; altamente stilizzato, dal punto di vista visivo (girato per la maggior parte in bianco e nero) e sonoro (con una partitura impressionista di Stewart Copeland). Terzo film di Dillon tratto da un romanzo di Hinton, il secondo per Coppola (dopo I ragazzi della 56a strada).

Da morire

Suzanne, ossessionata dall’idea di comparire in tv, è un mostro di stupidità e cinismo, pronta a tutto pur di diventare una anchor-woman. E non arretrerà nemmeno davanti all’omicidio. Nicole Kidman, vestita con tailleur da Barbie, interpreta l’idiozia vincente e autofaga dei mass-media: la sua Suzanne è talmente convinta di farcela che ce la farà davvero. Gus Van Sant finge di irregimentarsi dopo alcuni film più «scapestrati», e gira la sua prima commedia e la sua prima pellicola al femminile: sceneggiatura ben costruita, cattiveria serpeggiante e soprattutto il gusto pop della messinscena, stilizzata e colorata, «giapponese», che elimina ogni sospetto di moralismo. Certo, siamo lontani dai precursori Cukor (La ragazza del secolo) e Tashlin: il film è uno dei più misogini del decennio e lo scoperto nichilismo, l’odio per tutto e per tutti, appartengono completamente ai nostri anni. Prima che American Beauty ne facesse una moda. (emiliano morreale)

City of Ghosts

Jimmy (Matt Dillon) è indagato negli Usa per una truffa assicurativa e decide così di fuggire alla ricerca del suo capobanda, Marvin (James Caan), con cui è legato da un rapporto particolare. Jimmy arriva così in Thailandia a Bangkok, ma scopre che Marvin è in Cambogia a mettere in piedi uno dei suoi soliti traffici, dopo aver fatto affari con un gruppo di mafiosi russi senza scrupoli. Jimmy è costretto così a seguirlo e a intraprendere un percorso tortuoso in un paese sconosciuto e ostile. Dopo essere stato coinvolto in una brutta storia di imbrogli e assassini, Jimmy trova Marvin, ma anche qualche altro guaio inaspettato… City of Ghosts, che ha segnato il debutto alla regia dell’attore Matt Dillon, è il primo film occidentale girato quasi interamente in Cambogia dai tempi di Lord Jim (1964). Un thriller realizzato in una splendida cornice, con molti personaggi affascinanti. Faccendieri stranieri, avventurieri, ladri, prostitute, alcolizzati, Dillon ci propone uno spaccato squallido, forse un po’ romanzato, ma di grande effetto, soprattutto visivo. Un film che sfiora i temi della redenzione, del rapporto padre figlio, della delinquenza davanti a tutto. Da molti punti di vista una pellicola che tocca corde facili, ma realizzata con molta personalità e stile. Bella e affascinante la fotografia, non banale il montaggio, un film gustoso soprattutto per chi ha visitato la regione indocinese. Il soggetto forse non è dei più originali e anche i colpi di scena risultano un po’ prevedibili, ma nel complesso un film che si lascia vedere. Divertente il personaggio di Depardieu. (andrea amato)

Un corpo da reato

Liv Tyler circuisce uomini e il suo uomo li svaligia. Si innamora di un barista, che la aiuta a farla franca quando lei accoppa il marito. Tra i due comincia un vita di coppia, resa interessante dal fatto che lei è un’autentica bomba del sesso. La stessa storia viene raccontata da tre personaggi diversi: il barista la racconta a un killer, suo cugino avvocato la racconta allo psicanalista, il poliziotto la racconta a un prete. E ben presto viene fuori come questa donna ha devastato le loro vite…
Che quello di Liv Tyler fosse ancora, come recita il brutto titolo italiano, Un corpo da reato , potevano dubitarne gli spettatori che ne avessero seguito lo sviluppo, dal bocciolo seguito dal botanico decadente Bertolucci alla versione matronale della svagata lesbica di Dr. T e le donne . Ma eccola sbalordirci, tinta di rosso, in uno di quei film fatti apposta per rilanciare un’attrice mettendole a disposizione guardaroba (anche intimo), bronci e ralenty. E lei ricambia: è così sexy che tiene in piedi il film come di rado avviene.
La commedia, pur andando un po’ a scartamento ridotto, con un’aria dimessa da cable Tv, in realtà è piuttosto cattiva: una satira misogina del matriarcato che mostra come una donna per costruirsi il nido, non arretri dinanzi al furto, al pluriomicidio e alla seduzione multipla. La Tyler si prende amabilmente in giro, così come gli interpreti maschi, una bella collezione di loser mammisti, affetti da varie turbe sessuali. La sceneggiatura fila via liscia, la messinscena utilizza con originalità le manipolazioni digitali per costruire un universo femminile kitsch pastello, a un passo dal John Waters più morbido. Carina, in teoria, l’idea di mettere la musica dei Village People sulla sparatoria finale (anche se il regista non ha la più pallida idea di come si filma una sparatoria). (emiliano morreale)

Tu, io e Dupree

Molly e Carl sono appena tornati dal loro esotico matrimonio organizzato alle isole Hawaii da Mr Thompson, il severo e potente padre di lei. In quella suggestiva cornice, la loro unione sembrava avere le più rosee prospettive ma, abbandonato quel paradiso, iniziano i problemi. Carl, impiegato nell’azienda di costruzioni di Mr Thompson, riceve una promozione che invece di dargli fiducia lo mette in forte crisi: il suo progetto, il quartiere residenziale
Le querce di Mesa Vista,
viene completamente rimaneggiato e ridicolizzato dal suo capo fino a diventarne l’esatto opposto. Per non parlare poi dell’incredibile proposta di Mr Thompson di sottoporre Carl a una vasectomia. In tutto questo, Dupree, il migliore amico di Carl nonché suo testimone di nozze, cade in disgrazia ritrovandosi senza lavoro e senza casa. Carl e Molly decidono di dargli ospitalità: all’inizio sembrerà una pessima idea, ma alla lunga l’ingombrante e bizzarra presenza di Dupree li aiuterà a fortificare il loro rapporto.

La recensione

Dopo aver duettato con Ben Stiller in
Zoolander
e con Vince Vaughn in

2 single a nozze,
Owen Wilson recita al fi

Target – Scuola omicidi

La moglie di un tranquillo commerciante americano viene misteriosamente rapita a Parigi. Marito e figlio si precipitano in Francia per cercare di ritrovarla. Tra un omicidio e un inseguimento, il ragazzo scopre che il padre ha un avventuroso passato da agente della CIA. Ingiustamente maltrattato dalla critica, il film, pur non essendo uno dei migliori lavori del regista, contiene non poche sequenze degne di nota. Più riuscito sul versante dell’azione, però, che sul profilo psicologico dei personaggi. Arthur Penn aveva già diretto Gene Hackman nel 1975 in
Bersaglio di notte
.
(andrea tagliacozzo)

Daddy Sitter

Due grandi amici – un divorziato sfortunato in amore (Robin Williams) e uno scapolo che ama divertirsi (John Travolta) – vedono le loro esistenze stravolte quando a sorpresa devono prendersi cura di due gemelli di sei anni, proprio quando sono sul punto di concludere il miglior affare della loro vita. Questi uomini, non proprio a loro agio con i bambini, hanno difficoltà ad occuparsi dei gemelli e compiono un disastro dopo l’altro, ma forse questa esperienza li aiuterà a comprendere meglio quello che é veramente importante nella vita.

I ragazzi della 56a strada

Thomas Howell, Matt Dillon, Ralph Macchio, Patrick Swayze, Rob Lowe, Diane Lane, Emilio Estevez, Tom Cruise, Leif Garrett, Tom Waits, Sofia Coppola. Trattamento corposo e notevolmente stilizzato del best-seller di Susan E. Hinton su alcuni inquieti adolescenti dell’Oklahoma negli anni Sessanta, visti attraverso gli occhi di un ragazzo (Howell) che ama la poesia e Via col vento. Un’operazione ambiziosa, che rievoca quest’ultimo film e i melodrammi degli anni Cinquanta (fin dall’enfatica colonna sonora di Carmine Coppola) ma non decolla mai veramente, nonostante alcuni momenti molto intensi. La Hinton compare in un cammeo nel ruolo di un’infermiera. Seguito da un altro progetto dell’accoppiata Coppola-Hinton: Rusty il selvaggio. In seguito ha generato una serie televisiva. Panavision.

Crash – Contatto fisico

Diverse storie si intrecciano, sullo sfondo la città di Los Angeles, con i suoi eccessi e le sue contraddizioni. Jean (Sandra Bullock) subisce una rapina mentre si trova in compagnia del marito Graham (Don Cheadle), procuratore federale. Autori del misfatto sono due giovani neri. Intanto, l’agente Ryan (Matt Dillon), sadico e razzista, umilia una coppia di afroamericani benestanti di mezza età, «pescati» in atteggiamenti equivoci a bordo del loro fuoristrada. Altri personaggi appaiono sulla scena: un fabbro latinoamericano, una coppia di coreani, un negoziante iraniano…
Nell’arco di trentasei ore, le loro vite sono destinate a scontrarsi.

Paul Haggis è uno degli sceneggiatori attualmente più richiesti sul mercato americano, già autore dello script di

Million Dollar Baby,
forse l’ultimo vero capolavoro del cinema hollywoodiano di stampo classico. La notorietà raggiunta grazie alla collaborazione con Clint Eastwood gli ha dato la possibilità di realizzare questo progetto, in cui si cala nel ruolo di regista senza imbarazzi e con ottimi risultati.

Crash – Contatto fisico
è infatti una pellicola solida, che si regge, e non poteva essere altrimenti, sulla forza del soggetto e della sceneggiatura, ma anche sull’abilità degli attori protagonisti, che si dice abbiano accettato compensi irrisori pur di fare questo film. Nel gruppo spicca senza alcun dubbio Matt Dillon, che interpreta in modo molto convincente l’agente Ryan,
character
negativo ma anche estremamente sfaccettato e complesso, che dapprima è carnefice, per diventare poi vittima ed infine quasi eroe positivo.

Si arriva dunque a parlare di un altro dei punti di forza di
Crash,
la caratterizzazione dei personaggi: questi ultimi infatti, pur rappresentando nella maggior parte dei casi veri e propri
exempla
del loro gruppo etnico e sociale, non sono mai troppo semplici e schiacciati sullo stereotipo, ma vivi e credibili, fatti in ugual misura di pregi e difetti, e visti con uno sguardo che evita giudizi morali o di valore. Anzi, il gioco di Haggis sta proprio nel ribaltare continuamente i ruoli, giocando con le aspettative dell’
audience.

Altro pregio del film è che non si avverte il peso dell’artificiosità intrinseca dell’intreccio. Infatti un gran numero di vicende si intersecano andando a formare un affresco unitario, ma senza forzature eccessive: il patto di «sospensione dell’incredulità» stipulato tra regista e spettatore non risulta mai troppo oneroso per quest’ultimo.

Crash
dimostra come si possa fare cinema mainstream senza rinunciare alla qualità. Peccato solo per alcune piccole cadute di tono, soprattutto il finale con nevicata (va bene il classico hollywodiano, ma questo è troppo!) e per la pessima scelta della canzone di chiusura del film,
Maybe Tomorrow
degli

Stereophonics:
con tutto il rispetto, forse si poteva fare una scelta un po’ più originale e soprattutto più azzeccata. Invece rimane più di un sospetto che si tratti di una marchetta.
(michele serra)

Loverboy

Storia di una donna il cui unico scopo nella vita è avere un figlio e nutre la sua ossessione soffocandolo di attenzioni e affetto nei modi più sbagliati possibili, mentre tutti intorno a lei sembrano non rendersene conto — o sono troppo scemi per farlo. Il regista Bacon trasforma il romanzo di Victoria Redel su una donna instabile in un film instabile, con sua moglie Sedgwick nel ruolo principale. Bacon s’impegna molto, ma non riesce a rendere interessante o credibile questo eccentrico racconto. Sosie e Travis Bacon, i figli di Kevin e Kyra, appaiono in piccoli ruoli.

Herbie – Il Super Maggiolino

Herbie, il maggiolino numero 53, ha smesso da tempo di vincere gran premi ed è finito nel mirino degli sfasciacarrozze che tentano in tutti i modi di «cannibalizare» le sue parti meccaniche per poi riciclarle come pezzi di ricambio. Destinato a diventare una sottiletta di metallo arrugginito, viene salvato dalla bella Maggie. Quest’ultima ha appena finito il liceo e suo padre, l’ex pilota Ray Payton Senior, vuole festeggiare il diploma della figlia regalandole un’automobile. La scelta della giovane cade sul vecchio maggiolino, che riesce a strappare dal demolitore di turno per pochi dollari. Appena salita sull’automobile scopre, grazie a un messaggio contenuto nel portaoggetti, che il mezzo «si chiama» Herbie e, oltre a un nome, sembra possedere anche una personalità. Grazie alla collaborazione dell’amico del cuore, abile meccanico, Maggie e Herbie riusciranno a gareggiare alla Mille Miglia di Indianapolis.

La Disney dà un seguito a
Un maggiolino tutto matto
, classico del 1969 poi fortunato protagonista di film per la tv e il cinema tra gli anni ’70 e ’80. Pur potendo contare su una produzione assai dispendiosa, il film non convince come il suo predecessore
…tutto matto
risultando addirittura noioso in alcuni punti. Le evoluzioni e il carisma inconfondibile del mitico maggiolino non sfigurano ma non riescono a entusiasmare, risultando troppo scontate e dando l’impressione del «già visto».  

In effetti Herbie fa l’occhiolino a pellicole da box office come

Days Of Thunder
con Tom Cruise e
2 Fast 2 Furious
(anch’esso prodotto da Michael Fottrell) e riesce addirittura a scimmiottare una manovra vista in

Top Gun,
che è tutto tranne che una pellicola sul mondo delle automobili. Ma non è il maggiolino il problema di questo sequel. Sono i suoi protagonisti umani che mancano completamente di spessore. Maggie (Lindsay Lohan) non riesce mai a emergere risultando carismatica quanto una stellina di
Beverly Hills: 90210
, suo fratello Ray Junior (Breckin Meyer) è inclassificabile sia per la propria incapacità al volante che per quella di fronte alla macchina da presa. Il padre, infine (Michel Keaton), è così anonimo che il suo personaggio avrebbe potuto tranquillamente essere eliminato dal copione. L’unico che si salva è Matt Dillon, che nel film interpreta Trip Murphy, lo spietato campione in carica. Nonostante il suo sia un personaggio-fotocopia, Dillon riesce con bravura a caratterizzare il suo ruolo, rendendolo a tratti credibile e divertente ed esasperando la sua ossessione nel distruggere Herbie.

Questa nuova riproposizione, in definitava, ribalta completamente lo stile del primo
Herbie
, trasformando un divertente film per bambini in un polpettone di azione e buoni sentimenti da telefilm.
(mario vanni degli onesti)

Singles – L’amore è un gioco

La vita fra i singles di Seattle; per niente facile. Vivace commedia seria con alcune piacevoli caratterizzazioni (soprattutto da parte di Scott e della Sedgwick), ma mai così solida — o perspicace — come ci si poteva aspettare. Il film ha un sacco di musica, di ambientazione e di stile, ma anche una sceneggiatura piuttosto discontinua. Eric Stoltz (che è apparso in tutti i film del regista), Tom Skerritt e Peter Horton hanno dei divertenti cammeo.