Il pistolero

Il pistolero
di Don Siegel è l’ultimo film interpretato dalla leggenda del western cinematografico per eccellenza, John Wayne. Non è soltanto un magnifico canto del cigno per il più grande eroe hollywoodiano, ma un’analisi struggente – eppure lucida e impietosa – del mito wayniano. Con tutte le sue contraddizioni, dall’idealismo incrollabile alla proverbiale misoginia.

Il passato del pistolero John Bernard Books coincide con quello cinematografico dell’attore: ritornano le immagini di alcuni capolavori come
Il fiume rosso, Un dollaro d’onore e Hondo
, e la sua parabola di uomo del West che regola i conti con tre nemici di vecchia data rimanda esplicitamente a
Ombre rosse
. Solo che stavolta la leggenda cede il passo alla realtà crepuscolare e all’opacità dell’era moderna: l’eroe immortale, come solo in rari casi è accaduto nella filmografia dell’attore, soccombe nel finale.

Involontariamente e drammaticamente autobiografico,
Il pistolero
mostra il protagonista afflitto da un cancro incurabile (il male che tre anni dopo stroncò la vita dell’attore) e raccoglie un cast di gloriose star avviate sul viale del tramonto, come James Stewart e Lauren Bacall. Dà inoltre spazio al giovanissimo Ron Howard, destinato a una futura carriera di regista (
Apollo 13, Il Grinch
).
(anton giulio mancino)

Roberto Succo

Istantanee di due corpi maciullati in una vasca da bagno. Sono il padre e la madre di Roberto Succo, l’assassino, 19 anni, che viene preso e rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Dopo cinque anni, ha un permesso e fugge in Francia dove «si sente libero», dove «nessuno mi conosce». Si innamora di una ragazza, ma continua a seminare morti, sangue, rapimenti, stupri, terrore. Folli corse in auto (rubate) su e giù per la Francia. Con Lea, la ragazza di Kurt, o André, o Stefano, in realtà Roberto, che non riesce a vedere al di là di quegli occhi tondi e di un azzurro chiarissimo sempre spalancati sull’orrore che provoca. Nemmeno quando lui le confessa di aver ammazzato i genitori. Nemmeno quando, a letto, le lega i polsi. Nemmeno quando cambia un’auto dietro l’altra… La polizia francese gli dà la caccia. Intuisce i suoi spostamenti, i suoi crimini. Lui scappa, prima in Svizzera, poi torna in Italia. Lo trovano. Finirà male, a 26 anni.

Il regista francese Cédric Kahn racconta una storia vera riprendendo la cronaca descritta in un libro di Pascale Froment. L’omicidio dei genitori di Roberto Succo risale al 1981. Il film ripercorre la strada (quanta strada…) del giovane criminale, del folle, senza indugiare sugli atti criminosi ma sulle tremende e choccanti conseguenze. Un film, quasi un documentario, un procedere puntuale e ossessivo nella follia. Senza il gendarme eroe (anzi…), senza esaltare il serial killer sanguinario come il cinema ci ha abituato. Soprattutto senza dare spiegazioni né alibi o attenuanti. Un cammino verso l’inevitabile fine di una mente inafferrabile, crudele, malata. Ma anche infantile (i bacini alle sue vittime), immatura, contraddittoria (confessa i delitti, ma grida dal tetto della prigione «sono un prigioniero politico»), incoerente. Reso perfettamente da Stefano Cassetti, bresciano, ventottenne, una laurea in disegno industriale, attore per la prima volta. E ignaro della storia di Roberto Succo. Brava anche Isild Le Besco, la liceale Lea che in una notte in spiaggia, dopo la discoteca, comincia la storia con l’assassino. Lea, a tratti, riesce a tirar fuori quel che di buono resta in quel ragazzo malato. Nella sua ingenuità di bambina. Il film (un bel film), che riprende anche una piéce teatrale del drammaturgo Bernard-Marie Koltès, fu presentato a Cannes nel 2001. Allora, la gendarmerie francese protestò in difesa della memoria dei colleghi uccisi e criticando il possibile impatto altamente negativo sul pubblico.

Macbeth

I complotti e l’ascesa al trono di Scozia di Macbeth, la crudeltà del suo regno, la disfatta: William Shakespeare rivisitato da Roman Polanski. Ritorno al cinema del regista apolide quattro anni dopo la strage di Bel Air,
Macbeth
porta sulla sua superficie e nelle sue viscere un greve fardello di sangue. Film ossessivo e irrespirabile come i sensi di colpa di Lady Macbeth, e accompagnato dalle litanie perverse della Third Ear Band, uno dei gruppi psichedelici più segreti e rigorosi della scena inglese. Questo adattamento shakespeariano colpisce per i propri accenti dimessi: ambienti spogli, personaggi stolidamente barbarici, movimenti di scena goffi e appesantiti dalle armature. Gli stessi incubi e visioni del protagonista della tragedia appaiono uniformati a questa quotidianità del Male. Né il titanismo wellesiano dell’omonimo film del 1948, e neppure la ridondanza grandiosa del Kurosawa de
Il trono di sangue
(1957): l’opera di Polanski è una tragedia terragna e ineluttabile, stupida e inarrestabile come un condottiero medievale.
(francesco pitassio)

Il bidone

Vita squallida di un bidonista di professione, che vorrebbe cambiar vita ma farà una fine tragica. Uno dei Fellini meno riconciliati, meno «istituzionalizzati». E uno dei più amari, dei più melodrammatici: non meno cattolico del precedente
La strada
e del successivo
Le notti di Cabiria
, ma più cattivo nel suo agghiacciante finale: anzi, quasi un doppio atroce delle storie dei mille simpatici truffatori italiani alla Albertone o alla Gassman. È forse il primo film pienamente tragico di Fellini, dopo la commedia malinconica degli esordi e la poesia chapliniana di Zampanò e Gelsomina. Il tragico vi abita curiosamente puro, senza il grottesco, l’orrido o il barocco dei film successivi; e così puro lo ritroveremo di rado in Fellini (ad esempio nel suicidio collettivo de
La dolce vita
, comunque osservato dall’occhio distante di Marcello). Forse per questo Il bidone è un film negletto, quasi maledetto. E forse per questo (oltre che per la gigantesca interpretazione di Broderick Crawford) fece innamorare di Fellini il giovanissimo critico François Truffaut.
(emiliano morreale)

Il ritorno dell’idiota

Uno dei personaggi epocali della letteratura moderna, trasportato nella provincia ceca di oggi, in ambienti desolati e notturni (piste da pattinaggio, bar all’alba, sale da ballo), con un occhio all’umorismo feroce della nová vlna degli anni Sessanta (
L’asso di picche
di Forman) ma con più rassegnazione malinconica. In apparenza più buffo che apocalittico, ma in fondo assai sconsolato. Gedeon lavora su una sceneggiatura assai precisa, con ottimi dialoghi e un paio di belle trovate: l’incubo iniziale in treno (un’immagine che riesce a evocare con mezzi minimi il caos e la cupezza dell’Europa di oggi) e la trasformazione dell’epilessia del protagonista nel «sogno di un’epilessia». I personaggi, proletari-piccoloborghesi e non borghesi-aristocratici come in Dostoevskij, rimangono scolpiti nella memoria. Un mesto valzerino distanza il tutto. Un piccolo film di grandissima intelligenza.
(emiliano morreale)