The Killer

Se è vero che non solo il futuro, ma anche (da diversi anni) il presente del cinema si trova all’estremo Oriente, The Killer è un classico del cinema contemporaneo. Da vedere anzitutto per coloro che conoscono il cinema di Hong Kong solo dalle trasferte dei loro registi, e tendono dunque a considerarlo come una sorta di action-movie americano al cubo. The Killer è invece lontano anni luce dal consueto cinema d’azione, anche da quello ammirato dai giovani cinefili. È un film «pesante», pieno di dilemmi morali e di passioni lanciate sullo schermo senza vergogna. La teoria del cinema di Hong Kong come «violenza coreografata» è vera fino a un certo punto e sicuramente non per Woo, che non è certo Jackie Chan. Certo, le sparatorie e gli inseguimenti sono complicati, perfetti e mozzafiato; ma anche chi sa poco o nulla del cinema orientale qui si accorge che siamo più dalle parti di Peckinpah (o addirittura di certo Ferrara) che non di Tarantino. (emiliano morreale)

A Better Tomorrow

Il film che ha rilanciato la carriera di Woo, allora in crisi (tant’è che la vicenda dell’ex mafioso diventato storpio in cerca di vendetta – e forse di redenzione, visto che Woo non è estraneo a concetti occidentali – sarebbe da leggersi in senso autobiografico). Doveva rilanciare Ti Lung, star delle arti marziali, ma è servito soprattutto a lanciare Chow Yun-fat nella parte di Mark Gor, look alla Alain Delon, faccia da bambino e da malandrino. Woo, di suo, ha messo una regia dell’azione ispirata in parti uguali a Zhang Che (il suo diretto maestro) e a Sam Peckinpah, oltre al senso dell’onore e dell’amicizia e alla visione tragica della vita che viene dai wuxiapian. Tsui Hark, produttore associato insieme a Karl Maka, garantisce la confezione e il marketing: uno dei colpi di genio che farà la fortuna della Film Workshop. Anni fa si tendeva a ridimensionarlo, oggi convince proprio per il fatto di essere un film di genere, sincero, onesto, senza un ammiccamento. (alberto pezzotta)

A Better Tomorrow II

Dove sono iniziati i contrasti tra John Woo e Tsui Hark. Dove John Woo ha cominciato a porsi come Autore, e a sfoggiare consapevolmente il suo trade mark. Ralenti, montaggio caleidoscopico, accelerazioni improvvise. Il massacro finale di mezz’ora è un non plus ultra dell’action di tutti i tempi, superato solo da Hardboiled . Il sangue scorre e si ghigna. Ma ci sono anche inserti mélo strazianti, per fortuna, che in un film hollywoodiano non si troverebbero mai. Il cinema degli estremi emotivi al suo culmine, con l’ombra della meccanicità spettacolare in agguato. Chow, con ovvio escamotage, è il fratello gemello di Mark Gor, morto nel precedente. Ti Lung ha messo la testa a posto. Woo si pente già un po’ della epicizzazione della malavita. Leslie Cheung, il fratello poliziotto straight, ha molto più spazio che nel primo episodio. Dean Shek, comico allora in crisi, ha la parte della sua vita: impazzisce e poi si vendica. (alberto pezzotta)

007 – La morte può attendere

In una missione in Corea del Nord James Bond viene tradito e catturato. Appena liberato viene messo fuori dall’agenzia e gli viene revocata la licenza doppio zero. L’agente più famoso di sua maestà decide di farsi giustizia da solo. Scopre molto più di quello che pensava. Nel suo cammino incontra una donna bella e misteriosa e, come da copione, la seduce. O forse questa volta ne viene sedotto. Non molto altro sulla trama, anche perché diventerebbe inutile andare al cinema a vederlo. Ventesimo episodio della saga dell’agente segreto inglese nato dalla penna di Ian Fleming,
La morte può attendere
ci presenta un Bond con un po’ di smalto in meno, sopraffatto dagli effetti speciali e da donne troppo competitive. Passati i tempi del «seduci e scappa». Pochi dialoghi, poche battute alla Bond, qualche doppio senso, tanti gadget e infinite pubblicità occulte (neanche tanto) a oggetti destinati a diventare di moda: 3 modelli di auto diverse, dalla mitica Aston Martin, alla Jaguar, fino all’italiana Ferrari, bistrattata e fatta cadere da un aereo. Champagne francese, orologi, computer portatatili giapponesi, telefonini svedesi, rasoi olandesi. Tanti loghi ben in vista e ben poca struttura al film. Certo, bisogna andare al cinema e sapere che in fondo Bond è pur sempre Bond e guardare il film con molta indulgenza, magari con qualche rammarico del grande Connery degli anni Sessanta. Una regia stile videoclip, simile alle missioni impossibili di Tom Cruise. Due ore di esplosioni e accadimenti surreali, ma quando Brosnan appare nel suo impeccabile smoking per dire «Bond, James Bond…» un po’ di emozione c’è sempre, un po’ di affetto verso questo eroe ormai tanto familiare. Splendida Halle Berry che esce dall’acqua con un costumino alla Ursula Andress. Per il resto poca cosa, compreso il cameo di Madonna con il doppio senso più esplicito del film. E che Dio salvi la regina.
(andrea amato)