A l’attaque!

Due sceneggiatori, nel giardinetto della loro casa, pensano al soggetto del loro film. Deve essere un film politico. Uno lo vuol fare in un modo: sangue, sesso, tinte forti. L’altro, più pensato. Computer alla mano, ecco la «Moliterno & Cie», la famiglia che ha messo l’anima nella sua officina. C’è Lola, giovane vedova con un bambino, ci sono il fratello e il cugino, Gigi e Jean-Do che riparano le auto, la cognata Marta alla cassa e il vecchio padre che canta Bella ciao per far addormentare il nipotino… E i due sceneggiatori che provano le scene, inseriscono (e tolgono) personaggi o situazioni. Un’immagine da eliminare esce dallo schermo come un foglio accartocciato… Poi sulla famiglia l’incubo di pagare la banca, il credito non riscosso da una multinazionale dei trasporti, la globalizzazione che avanza… Che fare? Togliere di mezzo i personaggi nel sangue? Oppure risolvere tutto con un lieto fine? I due sceneggiatori ci lavorano, tra un sonnellino, una tazza di caffè, una discussione… Vinceranno i Molinterno. Guédiguian il marsigliese ambienta il suo film nel solito quartiere di Marsiglia (l’Estaque, come in Marius et Jeaunette del 1996). E fa con A l’attaque! una commedia divertente e gradevole. Del mondo che lo affascina e dal suo punto di vista, quello dei poveri, di chi fatica, di chi non ha grandi ambizioni al di là degli affetti, del lavoro, dei valori più solidi… Decisamente più lieve rispetto al pugno nello stomaco dell’indimenticabile La ville est tranquille .

Marie-Jo e i suoi due amori

Marie-Jo ha un marito, Daniel, che ama. E ha un amante, Marco, che ama. Allo stesso modo. Tutti e due. Tira avanti per un anno con questo menage a trois. Poi, non ce la fa più. E confessa tutto al marito, che già da tempo aveva scoperto la tresca, soffrendo come un cane. Adesso sono in tre a soffrire. Perché Marie-Jo sta bene «solo quando faccio l’amore». Perché al marito è cascato il mondo addosso, perché all’amante quella situazione non va più giù. E poi c’è la figlia di Marie-Jo che condanna e disprezza la madre per quello che sta facendo al padre… A lei era anche passato per la testa di farla finita, con quel polso solo graffiato. Ma morire a quel modo non sarebbe servito a niente…

È una donna normale, non particolarmente bella né dalla vita particolarmente eccitante, questa Marie-Jo descritta dal regista marsigliese Robert Guédiguian. Trasporta i malati dalle loro case all’ospedale e tiene i conti dell’impresa edile del marito, che costruisce case. Marco, invece, va per mare. Situazioni normali, di vite assolutamente normali scosse solo da questo amore (questi amori) impossibile. Non è annoiata dalla sua vita matrimoniale, anzi. È serena, a casa. È un’amante appassionata, per suo marito. Come per il suo amante. Ma la donna non è in grado di gestire l’amore sdoppiato, perché non c’è una via d’uscita. Guédiguian non giudica, non condanna, non assolve: mostra la vita di questa comune signora come mostra i corpi nudi degli amanti. Corpi intrecciati, abbandonati, naturali, né belli, né brutti. Certo è che la coppia ne esce, ancora una volta, a pezzi. E i sentimenti sempre più misteriosi e irrazionali.
(d.c.)

La ville est tranquille

Marsiglia, oggi. Si intrecciano le storie di proletari, borghesi, immigrati ed ex compagni. Sullo sfondo una società e una città ormai ben oltre il collasso. È cinema che non ha paura di guardare il presente, quello di Robert Guédiguian. Chiama in causa, senza ammiccamenti. Ha come cifra stilistica e come principio ispiratore quell’effetto speciale inattuale e straordinario che si chiama frontalità (di sguardo, di posizione della macchina da presa). Non un film-denuncia, ma un pugno allo stomaco che ha il coraggio di leggere la realtà e le sue attuali distorsioni e mistificazioni: la città è tranquilla dalla terrazza dei borghesi, ma ci si dimentica che «il punto di vista è il punto da cui si guarda». Una coincidenza di fortunati fattori rende
La ville est tranquille
uno dei vertici della filmografia del marsigliese, che ha girato tutti i suoi film nel suo quartiere d’origine: innanzitutto attori strepitosi, che il regista può concedersi il lusso di mostrare in un flashback «reale» citando il suo primo film di vent’anni prima,
Dernier été
. Poi una sceneggiatura virtuosa, che aggira il didascalismo e gli schematismi di
Al posto del cuore
. Ancora, la messa in scena di una classe sociale sempre più omologata e devitalizzata (il proletariato), ma anche la dissoluzione della lotta di classe, i lati censurati della globalizzazione, lo spaesamento di una generazione privata di appartenenza politica, affetti, relazione con il territorio (gli architetti della città sono i chirurghi estetici arrivati dopo la chiusura del porto).

È doveroso ricordare che una commissione di censura italiana ha vietato il film ai minori di 18 anni (cosa che non è avvenuta in Francia e in Spagna), compromettendone così la circuitazione e l’integrità di un eventuale passaggio televisivo. Tanto per rassicurarci che la città è tranquilla… Mentre il marxista Guédiguian, col suo film cupo e bellissimo, apre alla speranza che dalla crisi possa ripartire dialetticamente l’interesse per la Storia.
(raffaella giancristofaro)

Marius e Jeannette

Robert Guédiguian, il regista del film, è il portavoce di un cinema per certi versi teatrale, fatto di personaggi e di dialoghi: un cinema soprattutto militante, apertamente dalla parte della classe operaia francese, secondo una tendenza che in Francia sta diventando di moda (si pensi a un film come
Risorse umane
di Laurent Cantet, di recente apparso anche nelle nostre sale).
Marius e Jeannette
, i due protagonisti, dipanano i fili della loro storia d’amore con una delicatezza che si scontra col tono dimesso della Marsiglia operaia, fatta di brutti condomíni e di industrie abbandonate. Di qui il lieve e instabile equilibrio raggiunto, non diverso da quello del cinema del regista, sempre in bilico tra la fedeltà alla condizione umana e quella alla passione politica. Ma anche la sincerità di certi momenti particolarmente toccanti (e divertenti) si scontra con la militanza – premeditata e goffa – del brutto e retorico finale, che comunque non vi anticipiamo…
(michele fadda)

Tanguy

Ventotto anni, tre lauree già conseguite e la quarta in fase di tesi. Carino, simpatico, gentile ed educato. Un figlio modello, ma con un piccolo difettuccio: non se ne vuole andare di casa. Tanguy sta così bene con i suoi, non gli manca nulla, perché andarsene? Forse perché i suoi genitori non lo sopportano più. E sì che quando è nato sua madre gli ha detto: «Sei così carino, se lo vorrai, potrai restare a casa tutta la vita». E poi dicono che i bambini fino ai tre anni non hanno memoria. Guerra psicologica e fisica tra il figlio e i genitori che vogliono riappropriarsi della loro vita. Divertente commedia del francese Etienne Chatiliez (La vita è un lungo fiume tranquillo, Zia Angelina), sarcastica e che non si preoccupa di essere politicamente scorretta. Possono due genitori arrivare al punto di odiare il loro unico figlio? Per nulla scontato, il film ha un’unica pecca, ovvero il finale troppo debole. Sembra quasi che, nonostante l’ottimo ritmo dello svolgimento, il regista non sia riuscito a trovare un finale degno e così ha deciso quasi di sfumare. Si ride molto. (andrea amato)

Mademoiselle

Ci sono giorni in cui bisogna saper improvvisare. Claire incontra Pierre a una convention della sua azienda. Pierre è un attore e Claire una manager e per un caso fortuito passeranno ventiquattrore insieme, un giorno che segnerà per sempre la sua vita di moglie e di madre. In un hotel vicino all’autostrada, abbracciati in macchina, fino all’addio in stazione. Un addio rimasto sospeso. Un film gentile, delicato, che affronta l’adulterio, la fuga dalla quotidianità in maniera lieve. Una storia un po’ strana forse, ma non irreale. Un film che non crede a pieno nelle passioni travolgenti, perché alla fine si torna alla vita di tutti i giorni, facendo finta di niente, cercando di dimenticare per non soffrire troppo. Girato in maniera pulita e semplice, ben recitato, con qualche scivolone surreale, che non guasta. Tutto sommato da vedere.
(andrea amato)