Witness – Il testimone

Un bambino di otto anni, figlio di una giovane vedova appartenente alla comunità degli Amish, è l’unico testimone di un delitto. Nel corso delle indagini, l’ispettore John Book scopre che dietro all’omicidio si nascondono le losche trame di alcuni alti esponenti della polizia. Un thriller atipico e affascinante in cui Peter Weir si dimostra più interessato alle bucoliche e suggestive atmosfere che avvolgono la comunità Amish piuttosto che alla trama poliziesca vera e propria. Candidato a numerosi Oscar, il film riuscì ad aggiudicarsi solo il premio per la miglior sceneggiatura. (andrea tagliacozzo)

Scusi, dov’è il West?

La storia insolita di un rabbino polacco che attraversa gli Stati Uniti nel 1850 e diventa amico di un giovane rapinatore di banche. La prova di Wilder e alcune gustose scenette compensano molti altri difetti. Al suo penultimo film, Aldrich si diverte a riproporre i luoghi comuni del western. Non una parodia ma una parabola gentile e incruenta che ha il difetto principale di andare per le lunghe.

K-19

Nel 1961, un patriottico ufficiale della marina russa (Ford) porta fuori un sottomarino nucleare nel suo viaggio inaugurale, dopo aver usurpato il comando a un simpatico capitano (Neeson) che rimane come funzionario esecutivo. Ma il sottomarino, e il suo equipaggio, sono mal addestrati per le sfide che si troveranno ad affrontare. Ricco di tensione e di emozione in alcuni momenti, ma le motivazioni principali dei protagonisti non sono sempre comprensibili, ancora meno dopo lo scontro culminante. Molto “Sturm und Drang” in questo film lunghissimo, ma dal significato non abbastanza chiaro. Basato su un fatto reale. Ford è anche produttore esecutivo. Super 35.

Zabriskie Point

In fuga su un aereo perché accusato di aver ucciso un poliziotto, Mark incontra nel deserto una ragazza con cui fa l’amore a Zabriskie Point (il punto di massima depressione geologica degli Stati Uniti)… Divagante studio di un europeo sull’aggressivo, materialistico e inflessibile stile di vita americano, Antonioni cercò di aggiornare i suoi temi e il suo linguaggio: ma la sua interpretazione del ribellismo giovanile già allora suonava enfatica e fasulla. Due sequenze fortemente simboliche sono passate alla storia: la visione delle coppie che amoreggiano nel deserto, accompagnata dalle improvvisazioni alla chitarra di Jerry Garcia dei Grateful Dead, e l’esplosione finale dei simboli del benessere, girata al rallentatore con 17 macchine da presa. su musica dei Pink Floyd. 

Indiana Jones e l’ultima crociata

Episodio conclusivo (almeno per ora) della serie Indiana Jones . Questa volta il celebre archeologo e avventuriero è sulle tracce del leggendario Santo Graal del quale anche i nazisti vorrebbero entrare in possesso. A spalleggiarlo c’è nientemeno che Henry Jones, suo padre. Discontinuo (complice la non perfetta sceneggiatura di Jeffrey Boam) ma a tratti esilarante, soprattutto grazie alla vena di follia che pervade l’intero film e ai duetti tra Harrison Ford e l’autoironico Sean Connery nel ruolo del genitore del protagonista (e i riferimenti a 007, più o meno velati, si sprecano). Da notare che la differenza d’età tra i due attori, in realtà, non è poi così grande: appena dodici anni. (andrea tagliacozzo)

Il fuggitivo

Tratto da una fatto vero di cronaca e ispirato a una serie tv di successo negli States negli anni Sessanta, racconta la storia di un uomo (Harrison Ford) accusato ingiustamente di uxoricidio che riesce a fuggire durante il suo trasferimento in carcere. Mentre questi cercherà il vero colpevole, sulle sue tracce si mette un inflessibile agente federale dell’FBI (Tommy Lee Jones). Niente di straordinario, però la storia, scritta molto bene, regge e il merito, più che alla regia di Davis, va alla prova dei due istrioni, Ford e Jones, che tengono in piedi la baracca. Proprio a Tommy Lee Jones andò la statuetta come Miglior Attore Non Protagonista, ma la pellicola ebbe ben altre sei nomination, ‘tecniche’ e non (tra cui: Film, Fotografia, Montaggio e Sonoro).

 

Indiana Jones e il tempio maledetto

Seguito de
I predatori dell’arca perduta
. Dopo essere sopravvissuto assieme a una cantante e al piccolo orientale che gli funge da guida a un disastro aereo, l’archeologo Indiana Jones accetta di recuperare una pietra sacra che è stata sottratta agli abitanti di un villaggio dell’India. Ingiustamente sottovalutato dalla critica, il film è un eccellente esercizio tecnico-virtuosistico che accentua, se mai ce ne fosse stato bisogno, il legame tra le avventure di Indiana Jones e i serial avventurosi degli anni Quaranta. Meno raffinato ma più ricco del predecessore, con un ritmo indiavolato, un inarrestabile fuoco di fila di trovate e un gustoso numero musicale sui titoli di testa (
Anything Goes
di Cole Porter). Dan Aykroyd appare a sorpresa nelle vesti di Weber. La Capshaw in seguito diventerà la signora Spielberg.
(andrea tagliacozzo)

Presunto innocente

Il vice procuratore capo Rusty Sabich riceve l’incarico di svolgere delle indagini sull’omicidio di una sua giovane collega. Ma, a causa di una precedente relazione con la vittima, diventa improvvisamente il principale sospettato. In tribunale, l’uomo viene difeso dall’abile avvocato Alejandro «Sandy» Stern. Tratto dal best-seller di Scott Turow, un giallo ben costruito ma non sempre avvincente, anche a causa dei ritmi lenti e della prova un po’ incolore di Harrison Ford.
(andrea tagliacozzo)

Il ritorno dello Jedi

Terzo episodio delle
Guerre stellari
, la fortunata saga stellare creata da George Lucas (sceneggiatore del film assieme a Lawrence Kasdan). Con un abile colpo di mano, Luke Skywalker riesce a libererare Han Solo e la principessa Leila, prigionieri del malvagio e repellente Jabba. I nostri eroi, riunitisi alla flotta stellare, sono pronti a sferrare l’attacco decisivo all’Impero. Inferiore al capostipite, ma veloce, inventivo e costantemente divertente, nonostante una regia senza guizzi di Marquand (a contare è soprattutto l’apparato produttivo di George Lucas). Gli Ewoks, simpatici nanetti abitanti della luna di Endor, torneranno in due sequel a parte prodotti per la televisione (
L’avventura degli Ewoks
realizzata nell’84 da John Korty e
Il ritorno degli Ewoks
diretto due anni più tardi da Jim e Ken Wheat). La riedizione del 1997 contiene 4 minuti in più rispetto alla versione originale.
(andrea tagliacozzo)

Crossing over

Max Brogan (Harrison Ford) è un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) di Los Angeles, e ha giurato di far rispettare le leggi sull’immigrazione, quindi si occupa di quelle migliaia di persone che cercano di entrare negli Stati Uniti alla ricerca di una vita migliore. Attraverso le vite di Brogan, del suo collega dell’ICE Hamid Baraheri (Cliff Curtis), di Denise Frankel (Ashley Judd), un avvocato difensore, e di suo marito Cole Frankel (Ray Liotta), che giudica l’ammissibilità dei permessi, possiamo vedere come l’impatto con il problema dell’immigrazione vada ben oltre il lavoro quotidiano. I loro destini si intersecano, per necessità o per caso, con quelli dell’operaia messicana Mireya Sanchez (Alice Braga), della sorella di Hamid Baraheri, Zahra (Melody Khazae), della ragazza del Bangladesh Taslima Jahangir (Summer Bishil), del musicista inglese Gavin Kossef (Jim Sturgess), dell’attrice australiana Claire Shepard (Alice Eve), e dell’adolescente coreano Yong Kim (Justin Chon). Ognuno di loro combatte una battaglia: una madre single deportata senza il suo bambino; una liceale i cui temi provocatori attirano l’attenzione dell’FBI; una attrice disposta a prostituirsi per ottenere la carta verde; un musicista senza soldi che cerca di costruirsi una carriera; e un ragazzo diviso tra due mondi. La battaglia di Brogan è quella che gli Stati Uniti affrontano oggi. Il suo senso del dovere e la sua attenzione per gli altri rispecchiano la sfida sull’immigrazione che il paese si trova davanti. Con Crossing over impariamo che l’unica cosa più grande di ciò che ci separa sono i sogni che condividiamo.

Una donna in carriera

Assunta come segretaria di Katharine Parker (Sigourney Weaver), dirigente di una società borsistica newyorkese, la giovane Tess (Melanie Griffith) approfitta dell’assenza della superiore per trattare in proprio un affare. Nella mediazione l’aiuta il piacente Jack Trainer (Harrison Ford), quotatissimo manager, che la ragazza ignora essere l’amante di Katharine. Diretto da un consumato professionista della macchina da presa (basti ricordare
Il laureato
), il film funziona solo a tratti, vuoi per un trama scontatissima, vuoi per la prova non impeccabile dei tre protagonisti (in particolare Harrison Ford, decisamente sottotono).
(andrea tagliacozzo)

Apocalypse Now

Palma d’oro al festival di Cannes del 1979, dal romanzo di Joseph Conrad «Cuore di tenebra». Nel Vietnam, al terzo anno di guerra, un capitano dei corpi speciali viene inviato ai confini della Cambogia con l’incarico di uccidere un colonello che, impazzito, ha disertato. L’odissea del capitano offre a Coppola il pretesto per un viaggio infernale (e a tratti visionario) nell’animo umano. Girato in condizioni impossibili nelle Filippine – dove la troupe restò per un anno e mezzo – il film rischiò di far colare a picco il regista, che s’indebitò non poco per portarlo a termine. Del film esiste una nuova versione – decisamente più lunga dell’originale – presentata al Festival di Cannes del 2001. Le vicissitudini delle riprese del film sono fedelmente riportate in Viaggio all’inferno, un documentario del ’92 diretto da Fax Bahr e George Hickenlooper. (andrea tagliacozzo)

L’impero colpisce ancora

Secondo episodio della saga di
Guerre stellari
. La principessa Leia (Carrie Fisher), erede dei diritti nello spazio, si è rifugiata su un pianeta di ghiaccio. Al suo fianco i sempre fedeli Luke Skywalker (Mark Hamill) e Han Solo (Harrison Ford). Inferiore al film precedente diretto da Lucas, ma comunque divertente e ricco d’invenzioni (a partire dalle lezioni “Zen” del piccolo Yoda). Sceneggiatura di Lawrence Kasdan e Leigh Brackett. Oscar 1980 per il suono e gli effetti speciali (adesso un po’ superati). Di tre anni più tardi il sequel intitolato
Il ritorno dello Jedi
.
(andrea tagliacozzo)

Misure straordinarie

Partendo dalle sue radici di operaio, John Crowley ha finalmente cominciato ad assaporare il successo nell’America delle grandi aziende. Ma proprio mentre la sua carriera sta per decollare, viene a conoscenza di una malattia fatale diagnosticata ai due figli più piccoli, Megan e Patrik. Aiutato dalla moglie Aileen, l’uomo si rivolge al dottor Robert Stonehill, uno scienziato brillante ma sottovalutato e anticonformista: la loro improbabile alleanza si trasformerà in una battaglia contro le lobby dei medici votati al business, contro il sistema e contro il tempo.

Apocalypse Now Redux

Deve essere costata non pochi ripensamenti alla Miramax (la major produttrice di Apocalypse Now Redux) la decisione di far uscire il film nelle sale, nonostante i fatti dell’11 settembre. In America, di questi tempi, i cinema che proiettano film di guerra, o che contengono scene di violenza, vanno a dir poco deserti. Del resto l’idea di rimontare il film del 1979 era rimasta per vent’anni in un cassetto e qualche mese in più non avrebbe fatto differenza. Certamente è vero che questo è un film contro la guerra, ma non è stata questa la considerazione decisiva. La forza espressiva di Apocalypse è tale da superare qualsiasi ostacolo, sia parte del pubblico che della stampa, e la contestata vittoria della Palma d’oro a Cannes nel 1979 non è che una parziale conferma.

Va detto subito che, almeno per i cinefili, la versione Redux (chissà perché Redux visto che è più lunga di quasi un’ora) non può sostituire quella vecchia. La può semmai affiancare, integrare grazie all’aggiunta delle scene scartate nel montaggio originale. Le ragioni sono semplici: anche se Coppola sostiene che il montaggio del 1979 fu il frutto delle pressioni dei creditori e della stampa per i quali era ormai diventato lo zimbello (oltre due anni di post-produzione), era pur sempre il montaggio a cui molti si erano affezionati. Un’opera d’arte e quindi un film vive anche oltre le intenzioni dell’artista, per ragioni che sono legate al caso e alla sensibilità dei fruitori. Per quanto riguarda nello specifico la versione italiana poi, è comprensibile, anche se fastidioso, che siano stati cambiati tutti i doppiatori dei personaggi che sono presenti anche nelle scene aggiunte (quindi tutti i più importanti), ma perché cambiare anche la traduzione dei dialoghi? La risposta a questa domanda è contenuta nelle modalità con le quali questa operazione è stata fatta: sono molto più chiari, quasi didascalici.

Questo, associato a un montaggio assai più fluido con meno salti logici, conferisce al prodotto finale una maggiore intelligibilità, in poche parole il film è meno criptico, ma forse anche meno poetico. Queste le ombre, le luci invece sono costituite da tutto il resto. La cura con cui il film è stato rimontato: non inserendo semplicemente le nuove scene sul vecchio montaggio, ma rimontando ex-novo i cosiddetti «giornalieri», cioè il girato quotidiano della pellicola originale. La fotografia di Vittorio Storaro è più splendente che mai e anche il suono rimasterizzato fa il suo dovere, (la scena dell’attacco degli elicotteri con Wagner a tutto volume dà i brividi). E poi ci sono le scene nuove: le sequenze più importanti aggiunte sono tre. Una scena in cui la pattuglia si imbatte nelle conigliette di Playboy che si concedono in cambio di una tanica di cherosene. La famosa scena della piantagione francese, nella quale i protagonisti incontrano un gruppo di coloni francesi, rimasti lì dopo la sconfitta di Dien Bien Phu che permette a Coppola di esprimere la sua posizione politica sulla presenza americana in Vietnam e soprattutto di inserire una scena d’amore tra Martin Sheen e Aurore Clement. E infine un paio di minuti in più di monologo di Marlon Brando, originariamente tagliati perché molto duri con i vertici politici e militari americani. Il cinefilo di razza si divertirà poi a scoprire le decine di brevi sequenze aggiunte in questa nuova versione, che tiene incollati alla poltrona per ben tre ore e ventidue minuti. (ezio genghini)

American Graffiti II

Tornano i protagonisti del film di Lucas (ad eccezione di Richard Dreyfuss). Le loro vicende, sempre ambientate nei gloriosi anni ’60, scorrono parallele, filmate in quattro stili completamenti diversi l’uno dall’altro. Inevitabilmente inferiore al predecessore, il film di Norton ha tuttavia diverse frecce al suo arco, non ultima quella di una realizzazione tecnica piuttosto accurata e inventiva. Harrison Ford, che aveva già preso parte al primo
American Graffiti
, fa una breve apparizione nei panni di un poliziotto in motocicletta.
(andrea tagliacozzo)

Mosquito Coast

Le vicende irresistibili e romanzate di un inventore iconoclasta e idealista (Ford in una interpretazione eccezionale) che porta la sua famiglia in un remoto villaggio dell’America centrale per creare la sua incredibile utopia… e giocare a fare Dio. Non per tutti, dato il personaggio insopportabile di Ford (anche se è ancora più insopportabile nel romanzo di Paul Schrader). Pellicola seria ed emozionalmente coinvolgente. Due nomination ai Golden Globes.

Le verità nascoste

Una donna, reduce da un incidente, vede fantasmi in casa: crede che il suo vicino di casa sia un assassino… Semplice quanto perfetto esercizio di stile costruito sul concetto di suspence, Le verità nascoste di Robert Zemeckis è un implacabile tour de force emotivo. Dietro questa storia di tradimenti inconfessati e omicidi, percorsa e interpretata correttamente da Harrison Ford (qui nella atipica parte del villain, pur sempre dal cuore tenero) e Michelle Pfeiffer, si alimenta un film dalle ricercate atmosfere hitchcockiane, ben esemplificate già dalla colonna sonora in stile Bernard Herrmann realizzata da Alan Silvestri. Ci chiediamo: che cosa cercava Robert Zemeckis, mentre costruiva la struttura di questo film, mentre lo realizzava? La risposta è semplice, forse scontata: il cinema. Ecco una sua dichiarazione: «Cinema e suspence sono fatti l’uno per l’altro. Cioè, ci sono certamente dei libri e degli spettatori teatrali davvero ricchi di suspence, ma penso che niente sia in grado di manipolare il tempo, spazio e tecniche di racconto quanto un film. Ho sempre desiderato mettermi alla prova nella regia di qualcosa di davvero terrificante e misterioso». Una casa di campagna, la cui tonalità di illuminazione varia a seconda della luce che la avvolge, una scena coniugale, alcuni oggetti, una stanza da bagno di un biancore che sfocia nel diafano, alcuni specchi, una collana, una chiave, una treccia di capelli biondi bastano per alimentare il percorso nel terrore macchinato da Zemeckis. Film di fantasmi, rumori, false piste e presenze auratiche (bellissima la sequenza della seduta spiritica), Le verità nascoste ci appare come un film blindato nella sua forma simile a un cristallo, anzi un diamante, difficile da scalfire. Film di pura forma, certo. Ma che affronta a testa alta le critiche di artificiosità, gratuità, che certamente lo toccheranno. Variazioni hitchcockiane: la coppia, e i complessi di colpa… con tutto quello che ne consegue: vertigini, figure circolari, o al limite spiraliformi. Zemeckis chiede un po’ di comprensione. Come nonno Hitch, vuole solo regalarci un pezzo di torta. Ma di altissima qualità. (rinaldo censi)

Hollywood Homicide

Due poliziotti della squadra omicidi di Los Angeles indagano sull’uccisione di due giovani stelle del rap. Il primo è un cinquantenne che passa il suo tempo libero facendo l’agente immobiliare per arrotondare lo stipendio e affrontare le conseguenze economiche dei suoi divorzi. Il secondo è un giovane appassionato di yoga che sogna di diventare un attore. L’indagine li porta sulle tracce di un potentissimo produttore discografico con almeno un buon motivo per desiderare la morte dei musicisti.

Già regista di film godibilissimi come
Bull Durham – Un gioco a tre mani
(1988) e
Chi non salta bianco è
(1992) ma anche responsabile di discreti flop come
Tin Cup
(1996), Ron Shelton si affida alla classica coppia di poliziotti diversi tra loro per età, interessi e aspirazioni ma costretti a vivere in simbiosi alla caccia del cattivo di turno. Che stavolta è uno stereotipato esponente dell’industria discografica che ruota intorno alla cultura hip hop, industria popolata di personaggi abili con la pistola tanto quanto con il campionatore. Scritta dallo stesso Shelton insieme a Robert Souza, veterano della squadra omicidi di Los Angeles,
Hollywood Homicide
è più una commedia che un poliziesco e l’indagine condotta dai due poliziotti è un’ottima scusa per esplorare i territori dell’amicizia (un tema caro al regista) e permettere a Harrison Ford di mettere in mostra la sua proverbiale autoironia, sia in situazioni drammatiche che in altre, decisamente grottesche e create ad arte dagli sceneggiatori. Un film divertente ma tutt’altro che indispensabile, forse cucito addosso al protagonista dei vari
Indiana Jones
per permettergli di risollevarsi dall’insuccesso di
K-19.
Variegato il cast di contorno, in mezzo al quale spiccano i musicisti Gladys Knight e Dwight Yoakam e Lou Diamond Phillips, colui che nel 1987 esordì come protagonista de
La Bamba,
quello sì un gran bel film sull’industria discografica.
(maurizio zoja)

Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo

1957. Piena guerra fredda: Indiana (Harrison Ford) e Mac (Ray Winstone) sono da poco scampati ad un agguato sovietico nel deserto del Southwest e stanno facendo ritorno al Marshall College. Qui si imbattono nel giovane Mutt (Shia LaBeouf) che convince Indiana a una pericolosa spedizione in Perù per il ritrovamento del mitico Teschio di Cristallo di Akator. Non saranno soli: alle loro spalle avranno anche i russi guidati dall’agente Irina Spalko (Cate Blanchett), intenzionati a mettere le mani sull’antico teschio al fine di dominare il mondo.

Cowboys & Aliens

1873. Arizona. Uno straniero (Daniel Craig) senza passato si imbatte nella remota città di Absolution, nel bel mezzo del deserto. Unico accenno alla sua storia è una misteriosa sorta di manetta intorno a un polso. L’uomo scopre in fretta che la gente di Absolution non è propensa a dare il benvenuto agli stranieri; e che nessuno fa una mossa per le strade della città, a meno che l’ordine non arrivi da parte del colonnello Dolarhyde (Harrison Ford). La città vive sotto il suo pugno di ferro, nella paura. Ma Absolution sta per sperimentare un terrore ben peggiore quando la desolata cittadina viene attaccata dai predoni dal cielo. Con velocità mozzafiato e luci accecanti, rapiscono uno ad uno gli umani impotenti, sfidando i cittadini in ogni modo possibile. Ora, lo straniero che hanno respinto diventa la loro unica speranza di salvezza. Man mano che il pistolero comincia lentamente a ricordare chi è, e da dove viene, si rende conto di nascondere un segreto che potrebbe dare alla città la possibilità di contrastare la forza aliena. Con l’aiuto della viaggiatrice solitaria Ella (Olivia Wilde), mette insieme una squadra composta da ex-nemici – gente del luogo, Dolarhyde e i suoi ragazzi, fuorilegge e guerrieri Apache – tutti accomunati dall’essere ugualmente in pericolo. Uniti contro un nemico comune, dovranno prepararsi per una prova di forza epica per la sopravvivenza.

Il buongiorno del mattino

Dopo il licenziamento dal Tg locale, sulla carriera della brillante produttrice televisiva Becky Fuller sembra abbattersi una sventura, così come sulla sua vita sentimentale. Per coincidenza trova un nuovo lavoro nel programma mattutino “Daybreak” e decide di rivitalizzarlo riportando in scena il conduttore storico Mike Pomeroy.

Questi, però, rifiuta di trattare i classici temi del mattino come gossip di celebrità, meteo, moda e mestieri e in più non ha nessuna voglia di lavorare accanto alla sua co-conduttrice Colleen Peck, una ex-miss ormai molto riconosciuta dai programmi della mattina, che è più che disposta a trattare quel genere di “notizie”.

Mentre Mike e Colleen si scontrano, prima tra le quinte e poi in onda, la storia d’amore tra Becky e il suo collega produttore Adam Bennett inizia a disfarsi. Improvvisamente Becky si trova a dover salvare la propria relazione, la reputazione, il lavoro e infine anche il programma.