La locandiera

Riduzione cinematografica dell’omonima commedia di Carlo Goldoni, riscritta da Lucia Drudy Demby assieme a Leo Benvenuti e Piero De Bernardi (gli sceneggiatori della serie Fantozzi). La bella Mirandolina, proprietaria di una locanda, è contesa tra due nobili: uno ricco, l’altro spiantato. Ma anche Fabrizio, il suo cameriere, è innamorato di lei. Per certi versi dignitoso – anche grazie a un cast di tutto rispetto – ma inutile e lontano dallo spirito dell’originale. (andrea tagliacozzo)

La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone

Con la complicità di una prostituta viene organizzato un tiro a un ricco barone, per convincerlo a convertirsi al cristianesimo e donare il suo patrimonio in beneficenza a un finto convento. Un film grottesco e atipico, sicuramente godibile e specchio del talento del giovane (allora) regista.

Il regista di matrimoni

Si può amare un film anche di fronte ogni logica obiezione, seguirne le immagini con crescente irritata ammirazione o ammirata irritazione, a seconda del prevalere dell’uno o dell’altro stato d’animo? Sì, se si tratta di un film di Marco Bellocchio, a cui è stato concesso un credito illimitato da quando, nel 1965, esordì nel lungometraggio, con quei Pugni in tasca che stupì e commosse.
Da allora però ha altalenato pericolosamente tra film in cui il grottesco poetico investito di rabbia di quel capolavoro riusciva a catalizzarsi in un risultato notevole (Nel nome del padre, Marcia trionfale, Salto nel vuoto, Gli occhi,la bocca, L’ora di religione) ad altri di sconsolata irrealizzazione, malati di infantilismo e velleitarismo, di cui molti critici hanno accusato anche il sodalizio con lo psicanalista Massimo Fagioli.
Ma veniamo a questo Regista di matrimoni, che raccontando la crisi di un «maestro» celebre sviluppa e intreccia in soggettiva tre storie, dove la soggettiva appunto dovrebbe servire a coagulare il tutto. Il regista Franco Erica (Sergio Castellitto) assiste allibito al matrimonio neocatecumenico della figlia, evidentemente angustiato da quella scelta e da quella fastidiosa ritualità. In più sta girando, probabilmente per motivi economici, l’ennesima versione dei Promessi sposi, ma nella fase preparatoria, gli studi vengono visitati dalla finanza e lui è inquisito ingiustamente di violenza carnale. Fugge in Sicilia, in uno scenario di mare stupendo tra Cefalù e Palermo e lì, mentre si aggira meditabondo sulla spiaggia, osserva un regista di matrimoni, Baiocco (Bruno Cariello), che riprende una coppia di sposi e relativi parenti. Viene riconosciuto con devota ammirazione dal registello che gli chiede come lui, maestro, girerebbe una scena così necessariamente bloccata nell’ovvietà del rito.
Questa prima scena di matrimonio non è che il preludio a un’altra, che nascerà in seguito. Perché Erica, ospite del nuovo amico e di sua moglie, conosce il principe di Gravina, interpretato magnificamente da Samy Frey (quanto mutato dai tempi Godard!). Il principe che abita la splendida villa Palagonia invita Erica, che ha conosciuto tramite Baiocco, a girare il film delle nozze della figlia Bona (una splendida Donatella Finocchiaro). In realtà, il principe, completamente spiantato per motivi di gioco, obbliga la ragazza a un matrimonio di convenienza con un giovane e spettinato avvocato, rampollo di una ricca famiglia locale vagamente mafiosa; come nei Promessi sposi ci sono «bravi» che seguono il regista; e fanno bene, perché questi s’innamora, contraccambiato, della bellissima principessa triste e fa di tutto per buttare all’aria le nozze.
Tutta questa storia è condotta con una visionarietà fiabesca, intrisa di una levità grottesca dai tocchi felliniani, che altro non è che la proiezione in soggettiva libera di un possibile film futuro. Tanto è vero che il finale lascia aperte tre soluzioni, ipotesi da mise en abyme godardiana molto pericolosa oggi in tempi di banali telefiction; anche se l’immagine di chiusura, del regista in treno, solo, che se ne torna «in continente», dovrebbe bastare a far capire che ogni spettatore può scegliersi la sua, di fine: quella trucida del padre che uccide lo sposo, quella fiabesca del regista che scappa con la principessa, o quella realista, flash di immagini filmiche in fieri.
Se il film fosse restato in questi due binari, tra il fiabesco lirico e decantato, un po’ alla Anna Maria Ortese (anche se qui siamo in Sicilia e non a Napoli) e tra la parodia e l’ironia grottesca di un regista ormai fuori gioco, Bellocchio avrebbe scritto uno dei suoi film più belli e intelligenti. Purtroppo a questi due temi ne ha aggiunto un altro, carico di messaggio e di rabbia pochissimo sopita e molto vociferata, affidata a un regista amico/nemico Smamma (Gianni Cavina), che si finge morto in un incidente stradale perché il suo film, appena terminato, possa vincere l’ambito premio «David di Michelangelo», il che rigorosamente avviene. «Perché in Italia contano le pastette politiche di centro e di sinistra», blatera il morto redivivo, «perché in Italia comandano solo i morti». Leit-motiv, quest’ultimo, che ripete al regista anche il principe di Gravina.
A parte che l’esplicito messaggio puzza di personali incazzature, è anche fuori tono in un film così risolto in visionarietà polivalente, più adatto a un Nanni Moretti – così poco regista e così tanto promotore di se stesso come faro di impegno politico e saggezza generazionale – che non a Marco Bellocchio, cui riconosciamo, nella sua lunga carriera così coerente con i suoi desideri di artista, la capacità di rendere in immagini i malesseri e i fantasmi della realtà d’oggi, privata e pubblica; e perfino la perspicacia di raccontare la sensazione o consapevolezza di sentirsi un sopravvissuto, senza bisogno che un alter-ego posticcio infantilmente banale le verbalizzi. (piero gelli)

Buttiglione diventa capo dei servizi segreti

Continuano le avventure dell’imbranatissimo generale Buttiglione che, guarito quasi per miracolo da un pauroso incidente, viene incaricato di una importante operazione di controspionaggio. Nella missione gli sono accanto alcuni non meno inetti individui: il sergente Mastino, il caporale De Martino e il teutonico agente Von Schultz. Nonostante le intenzioni, un film tutt’altro che divertente.
(andrea tagliacozzo)

Tutti defunti… tranne i morti

Un misterioso libro profetizza che la morte di nove membri della famiglia Zanetti darà le indicazioni per trovare un tesoro nascosto. Ben presto i decessi iniziano a verificarsi, ma… dietro a tutto ciò c’è un inghippo, orchestrato dalla scaltra marchesina Ilaria. Una discreta commedia con tinte horror-noir.

Festival

Franco è un comico in declino che riceve un’offerta per recitare in un piccolo film. La pellicola passa quasi inosservata, ma Franco viene segnalato tra i potenziali vincitori del premio per il miglior attore al Festival di Venezia. Purtroppo non vince e la sua carriera precipita. Un film malinconico sul crudele mondo dello spettacolo, molto godibile.

Non chiamarmi Omar

Il film è ambientato in una grigia città del Nord Italia, dove si agita una folla di strambi personaggi. La valigia del proprietario di una rinomata clinica, il chirurgo Omar Tavoni, contenente alcuni misteriosi e riservatissimi documenti, viene smarrita dal medico in un taxi e passa di mano in mano, fino ad arrivare in quelle di un’acida femminista. Più che grottesco, il film sembra confuso e privo di senso. Qualche buona idea in un marasma di cose non riuscite. Sceneggiatura del regista Staino e Tullio Altan (tratto da un racconto scritto dal secondo intitolato «Nudi e crudi»).
(andrea tagliacozzo)

Una sconfinata giovinezza

Lino Settembre e sua moglie Chicca vivono una vita coniugale serena, priva di gravi turbolenze, entrambi soddisfatti della professione che svolgono: lui prima firma della redazione sportiva de Il Messaggero e lei docente di Filologia medievale alla Gregoriana. L’unica angustia che ha accompagnato i venticinque anni del loro matrimonio la mancanza di figli. Mancanza che anzichè rischiare di compromettere la loro unione l’ha misteriosamente rinsaldata. L’oggi però, in modo totalmente inatteso, riserva loro un’occasione di somma preoccupazione.

 

 

La via degli angeli

In pieno ventennio fascista, è tempo di primavera sull’appennino bolognese. Come ogni anno il primo sabato della stagione è grande festa a Castel del Vescovo e tutti vanno a divertirsi. Ines va a festeggiare, sperando di trovare l’uomo della propria vita e si innamora del figlio di un antiquario. Pellicola dalle aspirazioni tipicamente avatiane, ma piagata da molta retorica.

Bordella

Il segretario di Stato americano Kissinger, idolo dalle donne, annuncia una sua iniziativa: intende fondare un’azienda multinazionale che produca e distribuisca sesso e felicità. Un suo emissario di origini sicule fa un sopralluogo a Milano per sondare il terreno e avviare una casa di tolleranza di cui possano fruire le signore milanesi, che accolgono l’idea con entusiasmo. Film mediocre: una commedia all’italiana piuttosto scollacciata e con ambizioni (rimaste tali) di ritrarre la confusione di una società in via di cambiamento.

Noi tre

Un Mozart adolescente in viaggio di studio in Italia, assapora le gioie di un ambiente informale e spontaneo, opposto a quello rigido e legato all’etichetta in cui solitamente vive. Una pellicola romantica e sognante, in cui storia e fantasia si fondono, per un risultato decisamente godibile.

Baciami piccina

Da un soggetto originale di Sergio Citti. Il 7 settembre 1943, alla vigilia dello storico armistizio che cambiò il corso della guerra nel nostro Paese, la stazione dei carabinieri del piccolo paese di Terontola è in subbuglio: nella vicina località di Montorio di Terni sono in corso tumulti alle acciaierie. Al brigadiere Umberto Petroni (Marcorè) viene però affidato un compito molto facile, portare dei viveri a due colleghi che stanno sopraggiungendo in treno dal sud: scortano a Venezia per il processo un truffatore, Raoul Nuvolini (Salemme). Umberto ne approfitta per salutare l’eterna fidanzata, Luisa (Russo). Mentre è da lei viene raggiunto dalla notizia che, a causa di un incidente, i due agenti di scorta sono rimasti entrambi feriti. Dovrà quindi essere lui ad accompagnare Nuvolini a Venezia. 

Gli amici del bar Margherita

Bologna, 1954. Taddeo (Pierpaolo Zizzi), un ragazzo di 18 anni, sogna di diventare un frequentatore del mitico Bar Margherita che si trova proprio sotto i portici davanti a casa sua. Con uno stratagemma, il giovane diventa l’autista personale di Al (Diego Abatantuono), l’uomo più carismatico e più misterioso del quartiere. Attraverso la sua protezione, Taddeo riuscirà ad essere testimone delle avventure di Bep (Neri Marcorè), innamorato della entra îneuse Marcella (Laura Chiatti); delle peripezie di Gian (Fabio De Luigi), aspirante cantante e vittima di uno scherzo atroce; delle follie di Manuelo (Luigi Lo Cascio), ladruncolo e sessuofobo; delle cattiverie di Zanchi (Claudio Botosso), l’inventore delle cravatte con l’elastico; delle stranezze di Sarti (Gianni Ippoliti), vestito giorno e notte nel suo smoking e campione di ballo. Pernon parlare del contesto dove Taddeo vive con mamma (Katia Ricciarelli) circuita dal medico di famiglia e il nonno (Gianni Cavina) che perde invece la testa per una prosperosa maestra di pianoforte (Luisa Ranieri). Ma alla fine, Taddeo che tutti chiamavano “Coso” ce la farà ad essere considerato uno del Bar Margherita.

Avati disegna il solito universo arcaico di perdenti di provincia tra ricordi, amarezze, sentimenti, disillusioni. Ma il copione, inevitabilmente episodico, stavolta è tirato via in più di una situazione, tra fellinismi spudorati e un’inquietante misoginia. Colonna sonora di Lucio Dalla.

Regalo di Natale

Una rimpatriata di quattro amici che, la notte di Natale, si ritrovano per una partita a poker. Ognuno di loro ha, da mettere sul piatto, il bilancio della propria vita, tra inganni, menzogne, tradimenti e fallimenti. Un film lucido, amaro e malinconico, che segna il (notevolissimo) debutto di Diego Abatantuono in un ruolo drammatico.

La rivincita di Natale

Sono passati quindici anni da quando, durante la notte di Natale, quattro ex amici delusi dalla vita si ritrovarono intorno a un tavolo da gioco per spennare un presunto pollo rivelatosi in realtà un astuto giocatore professionista. Al termine di quella partita uno di loro si alzò dal tavolo dopo aver perso cinquecento milioni. Quindici anni dopo ha la possibilità di rifarsi. Lo stesso gioco, gli stessi cinque giocatori. Chi vincerà stavolta?
Girato con gli stessi protagonisti di allora, La rivincita di Natale è il sequel di Regalo di Natale (1986), la pellicola che diede il via alla seconda parte della carriera di Diego Abatantuono dopo i fasti, si fa per dire, dei vari Attila ed Eccezziunale veramente. Quindici anni dopo, nessuno sta meglio di allora, anzi. Pupi Avati racconta cinque piccoli uomini allo sbando, pronti a tradire, oggi come allora, pur di togliersi dai guai. Si ride, più che altro si sorride, molto amaro. Inevitabile, almeno inizialmente, prendere le parti del personaggio interpretato da Diego Abatantuono, colui che uscì con le ossa rotte dalla prima partita. Ma il modo in cui insegue la sua rivincita mette ansia e malinconia, così come il comportamento dei suoi ex amici. Numerosi i colpi di scena, inseriti nella sceneggiatura con la consulenza di Giovanni Bruzzi, esperto di gioco d’azzardo, bluff e affini ed egli stesso ex biscazziere. Fino all’esito finale della partita e del film, tutt’altro che un lieto fine. (maurizio zoja)