Ricordati di me

Una famiglia borghese come tante altre, in un quartiere residenziale romano. Padre, madre, figlio e figlia. Tutti che vogliono o volevano diventare qualcuno. Carlo (Fabrizio Bentivoglio), il padre, voleva essere uno scrittore e da anni ha il suo romanzo incompiuto, Giulia (Laura Morante), la madre, era un’attrice, Paolo (Silvio Muccino), il primogenito, vorrebbe essere come i suoi amici, appartenere a un gruppo ed essere ricambiato da una sua compagna di liceo, molto più sveglia di lui. E poi c’è Valentina (Nicoletta Romanoff), la figlia, decisa a fare la showgirl, a tutti i costi. La lucida determinazione della piccola di casa risveglia tutti i sogni degli altri componenti della famiglia. Carlo incontra una sua vecchia fiamma (Monica Bellucci), che lo galvanizza, Giulia riprende a fare teatro e pensa di innamorarsi del regista, Paolo fa una festa per essere accettato dagli altri e Valentina, a tappe serrate, arriva in televisione. E ora che cosa succederà? Dopo il grande successo de
L’ultimo bacio,
Gabriele Muccino ritorna sul grande schermo con un film molto più complesso e scioccante: la famiglia è nuovamente sgretolata, i valori non esistono più, conta solo autoaffermarsi e ottenere riconoscibilità all’esterno. Di chi è la colpa? Del sistema, della televisione, di noi stessi… Uno spaccato verosimile, un film che ne contiene altri quattro, una prova matura di scrittura e regia, un ritorno al cinema di quarant’anni fa, un film onesto, anche in tutti i suoi limiti. La paura di essere normali, questa la fobia che attanaglia una famiglia normale come tante altre. E se bastasse solo ascoltarsi un po’ di più?
(andrea amato)

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La ricerca della felicità

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Non c’è bisogno di scomodare Toqueville, o Jefferson, o Mark Twain per convincersi della fondatezza del Sogno Americano: uno degli ultimi fortunati a realizzarlo, tale Chris Gardner, ha scritto un libro per illustrare la sua parabola (prontamente pubblicato in Italia dalla Fandango) e il duo internazionale Gabriele Muccino-Will Smith l’ha tradotta in un fortunatissimo film. In Italia se nasci o finisci per la strada, rischi di restarci adattandoti alle circostanze: in fondo è sempre meglio di un lavoro che ti costringe a telefonare per ore e ore a degli sconosciuti, o a urlare numeri e cifre sul capo di altri urlatori, mentre fuori scorre la vita, c’è san Francisco con i suoi tram, le sue luci, il mare.

In America, se sei determinato, fiducioso, ottimista e non permetti a nessuno “di distruggere il tuo sogno”, questo si può avverare. Puoi quindi diventare un ricchissimo broker: quel colletto bianco che negli anni Sessanta i figli dei fiori avevano ripudiato e che, negli anni Ottanta tristemente reaganiani, era tornato in forza e variato magari in yuppy.

In America spesso felicità vuol dire solo ricchezza: è l’unico motivo per cui questo film, così oratoriale, da oratorio in realtà non è. Pur avendone tutti i requisiti (amore, speranza, fiducia, pazienza) è sfacciatamente pedestre e terrestre anche se, verso il finale, una funzione con tanto di cantante gospel e reverendo televisivo riattiva la formuletta statunitense-passepartout “In God We Trust”.

Due parole sulla trama, che probabilmente tutti conoscono. Un giovane venditore di un’apparecchiatura medica difficile a piazzare, faticosa a portare, è in crisi: ha un delizioso figlio di cinque anni, una moglie sgradevole e lagnosa e versa in serie difficoltà economiche. In breve, viene sfrattato dall’appartamento perché non riesce a pagare l’affitto, la moglie lo abbandona (e lo spettatore sospira di sollievo perché è brutta cattiva e castrante) e di degrado in degrado lui e il figlioletto diventano homeless, dormono dove trovano, perfino nei bagni pubblici. Però, casualmente, il protagonista desta la curiosità e la fiducia di un ricco broker, che gli offre la possibilità di fare un praticantato in una società finanziaria, un incarico non retribuito alla fine del quale, dopo vari mesi, solo uno dei tanti praticanti, verrà assunto. E noi sappiamo che sarà lui a vincere, per cui siamo tutti contenti e tranquilli e anche un po’ annoiati di quelle traversie tutto sommato zuccherose: col bambino sempre allegro, fidente nel padre, riccioluto e pulito-pulito, e Smith/Chris anche lui inamidato nonostante le notti insonni passate a studiare e dormire dove capita, magari sui sedili della metropolitana notturna, mentre intorno i colleghi o superiori non si accorgono di nulla o fingono di non vedere l’occultata sofferenza della sua dignità. Negli ultimi minuti del film, dopo tanto soffrire, la felicità degli anni Ottanta si spalanca davanti al protagonista, e didascalie fuori scena ci raccontano la fortuna economica di Chris Gardner.

Perché il film può annoiare profondamente? Forse per il motivo per cui ha molti è piaciuto e piacerà: il suo appartenere a quegli
exempla ficta
che, se azzerano ogni sorpresa, tuttavia ripagano del grado di partecipazione sofferta con la vittoria finale. Quanto al film in sé e per sé, è un buon prodotto di artigianato hollywoodiano; una sceneggiatura che semplifica e riduce abilmente, una scenografia che elegantemente ripropone la San Francisco anni Ottanta, dove ancora si fumava negli uffici – mentre non si allude mai alla libertà sessuale, che c’era, perché ancora non era arrivata la calamità dell’Aids: non si allude perché nel film, forse per colpa del piccolo riccetto, il protagonista non scopa mai né con la moglie né con altre; mentre nel libro, che ho sfogliato, si scopa e molto.

La critica americana ha parlato di
Muccinian Touch,
ma francamente il tocco qui è soprattutto di Will Smith, che tramuta tutto in oro, sia nelle vesti di cantante che di bad boy che in ruoli drammatici come questo. Tutto il film è costruito ossessivamente su di lui e suo figlio (suo figlio anche nella realtà), fino a ridurre a semplice contorno sfocato figuranti e comparse, luoghi o ambienti specifici: non c’è spazio per uscire da quel duo filiale e paterno che ha infiniti esemplari in letteratura e cinema. E per il quale si citano Chaplin e Vittorio De Sica, ma in realtà si trova soltanto, in una scena intollerabile per melensaggine, un omaggio al Benigni de

La vita è bella.

Piacerà il film in Italia? Sbancherà il botteghino come in America? Probabilmente sì. La macchina della propaganda si è messa in moto alla grande. La sera dell’anteprima, giovedì 11 gennaio, Will Smith e Gabbriele Muccino rubavano la scena nei Tg agli ineffabili efferati coniugi di Erba.
(piero gelli)

L’ultimo bacio

Dopo i ragazzini-bene del fortunato
Come te nessuno mai
, Gabriele Muccino (che, come dicono tutti, «è bravo») scrive e filma le ansie dei trentenni loro fratelli maggiori. Cioè parla di sé, mettendo in scena dilemmi di pubblicitari e di figli di psicanalisti. È meglio mettere su famiglia o andare (con amici tutti maschi) in giro in camper e saltare dai ponti imbragati da bungee-jumping?

Nel tentativo di dipingere l’affresco di una generazione, imbottisce il film con dolly insensati e con una colonna musicale degna di miglior causa, inzuppando il tutto in una indistinta marmellata audiovisiva (basta con i «cavalli» sonori che anticipano in una scena i rumori della successiva!). Per non dire del sottotesto alla
American Beauty
; alla cui cupa – e in fondo puritana – misoginia sostituisce un molle machomammismo a metà tra Salvatores e Venditti. Peccato, perché gli unici accenti di dolore e di umanità vengono proprio dagli scatti disperati di alcune figure femminili molto sacrificate (su tutte la Giulia di Giovanna Mezzogiorno).

C’è gente che per questo film lagnoso e senile ha citato
I vitelloni
. Ma, per capirci, siamo piuttosto dalle parti dei
I laureati
di Pieraccioni, con l’iniziale commedia generazionale – piuttosto noiosa e roboante – che sfuma in un melodramma privo di senso del tragico. Perché i registi italiani non sanno girare storie d’amore, ma solo commedie all’italiana? Perché in questo film non si piange mai?
(emiliano morreale)

Come te nessuno mai

Silvio è un adolescente liceale romano. Ha una sorella minore saputella e apparentemente un po’ sfigata, il padre ex sessantottino ora borghese inquadrato come la madre, un fratello maggiore in crisi con la fidanzata, e tanti amici. Quello che l’ha già fatto e racconta, con molta fantasia, il suo rapporto con la ragazza e quelli, come lui, ancora vergini. Ma a scuola scatta l’occupazione. Mentre scorre velocemente sullo schermo una panoramica con le principali tribù di adolescenti romani, Silvio lotta con i genitori per passare la notte nella scuola occupata. Più della politica può però Valentina, in crisi con Martino, amico di Silvio. Un bacio nell’archivio della scuola occupata, le chiacchiere di Ponzi, il miglior amico cui ha confidato l’evento, un pugno in un occhio di Martino fanno naufragare la «prima volta» sognata. E anche la notte a scuola. C’è però un’altra ragazza, Claudia, che da «sei mesi pensa a lui». Lei è pensierosa e cupa, ma per Silvio è una tenerissima scoperta… Gabriele Muccino al suo secondo film. Dopo
Ecco fatto,
dove un diciottenne ripetente era alle prese con il primo rapporto serio, Muccino guarda ai sedicenni di fine anni Novanta. Prima di scrivere il film, ha «messo sotto torchio» il fratello minore Silvio e la coetanea Adele Tulli, entrambi nel cast. Per farne un ritratto non banale. Il film si snoda attraverso tre giorni della normale vita di questi ragazzi. Con relative liti in famiglia («A che cosa vi è servito il Sessantotto se siete più borghesi di quelli contro cui combattevate», grida Silvio a mamma Anna Galiena e papà Luca De Filippo), discorsi dei ragazzini sulle coetanee (e viceversa), telefonate a casa dalla questura dopo la retata a scuola, una madre un po’ sconfortata ma che cerca comunque di capire questi figli che stanno crescendo, sesso più parlato (per ora) che praticato, paure, ansie, aspettative, ribellioni. E tanta simpatia (anche se sfugge qualche battuta ai non romani). Buona prova alla regia di Muccino sr. E ottima sceneggiatura. Oltre a un cast di ragazzi che mostrano se stessi in modo assolutamente veritiero e naturale. Tre giornate per crescere. Chi è adolescente si riconosce, chi ci è già passato guarda a quel periodo con lieve e divertita tenerezza.

Sette anime

Tutto ha inizio con una lista di sette nomi: Ben Thomas, Holly Apelgren, Connie Tepos, George Ristuccia, Nicholas Adams, Ezra Turner e Emily Posa. L’unica cosa che hanno in comune è che ognuno ha raggiunto un punto di svolta nella vita e ha bisogno di aiuto. A loro insaputa, Ben li ha scelti accuratamente per far parte del suo piano di redenzione. Ma è Emily Posa (Rosario Dawson), una donna che soffre di problemi cardiaci, che stravolge completamente la visione del mondo di Ben e di quello che ritiene possibile.