Tutta colpa dell’amore

Melanie Carmichael è una giovane stilista dell’Alabama che vive a New York. Il suo fidanzato è in politica, figlio del sindaco della Grande Mela, ricchissimo. Le ha chiesto di sposarlo, ma Melanine deve sistemare una faccenda personale nella sua città natale. Deve divorziare da un uomo che non vede da sette anni. Parte in gran segreto per l’Alabama per fare firmare le carte al suo ex marito. Ritornata nel paese natale, Melanie riscopre gli affetti dell’infanzia e della gioventù e le sue convinzioni sulla vita newyorchese iniziano a vacillare. La vita da cui era scappata anni prima, in fondo, non le appare così malvagia. Fino a quando, un giorno, il suo promesso sposo… Commedia romantica, mielosa e prevedibile, campione d’incassi negli Usa per diverse settimane. Infarcito di luoghi comuni sulla diatriba Nord-Sud,
Tutta colpa dell’amore
ha veramente poco da dire: già dalla prima scena si capisce come sarà il finale e minuto dopo minuto i sospetti di aver buttato via i soldi del biglietto diventano certezza.
(andrea amato)

Circus

Leo sfugge da Troy e cerca di truffare Bruno, il quale è segretamente alleato di Lily, moglie di Leo e anch’essa invischiata in un doppio gioco che a momenti minaccia di diventare triplo… Tutti tradiscono tutti, in Circus , noir inglese ambientato in quella Brighton dove finiva sanguinosamente Mona Lisa di Neil Jordan. La nuova onda del thriller inglese non guarda però alle tradizioni autoctone ed elegge a proprio modello I soliti sospetti di Bryan Singer. Personaggi stilizzati (con John Hannah a fare il piccolo Kevin Spacey), intreccio circolare con l’immancabile flashback menzognero, esibizione di violenza gratuita e spruzzate di ironia ovunque. Ma oltre allo scarto di intelligenza (in Circus dopo dieci minuti si capisce come andrà a finire), il film di Walker patisce un preoccupante deficit progettuale, indicativo di un cinema che ha perso di vista la sua storia e si rivolge ormai a un pubblico indifferenziato e generico. (luca mosso)

America oggi

Insieme a I protagonisti , il film che segnò il grande ritorno di Altman dopo un quindicennio appannato e sotterraneo: America oggi , multiforme affresco losangelino dalla narrazione implosa, rimane il capolavoro di questa «seconda giovinezza». Dei «Seventies» Altman non rinnega niente, anzi preleva dal decennio successivo quella che ne è stata forse la più alta sintesi letteraria: i racconti di Raymond Carver. Il montaggio (musicalissimo) intreccia le canzoni della colonna sonora con un gusto quasi da cantastorie; ogni enfasi è bandita (contrariamente al farraginoso e retorico pseudo-allievo Paul Thomas Anderson di Magnolia ); il cast è semplicemente sbalorditivo e i pezzi di bravura così sciolti che non te ne accorgi nemmeno (il monologo di Jack Lemmon, il seminudo di Julianne Moore). Su tutto una tristezza spettrale e assolata, un blando terremoto osservato da uno sguardo imperturbabile che è già oltre la commedia e la tragedia. (emiliano morreale)

Road Trip

Todd Phillips fa parte della nuova generazione di registi presunti indipendenti cresciuta con il
Sundance Festival
di Robert Redford, tutta gente che conosce bene le regole del mercato e aspira solo a ritagliarsi un posto al sole a Hollywood. Infatti non si può certo dire che
Road Trip
sia un film coraggioso: non è che una commedia sfrenata con tre collegiali – Josh, E.L. e Rubin – che ingaggiano una corsa in automobile da New York al Texas per intercettare una compromettente videocassetta spedita erroneamente alla fidanzata di Josh; nella registrazione ci sono le immagini del povero Josh che cede di fronte alle grazie dell’avvenente Beth. Prevedibili le gag (che però funzionano) e abbastanza sostenuti i tempi narrativi, scanditi da una struttura da road movie scanzonato. Ma per competere con il vecchio e insuperabile
Animal House
, modello di
Road Trip
, ci sarebbero voluti la genialità anarcoide – benché recentemente appannata – di John Landis e la carica primitiva di John Belushi, ingredienti indispensabili per una sana e non riconciliata trasgressione. La produzione esecutiva è di Ivan Reitman, che comunque di «zingarate» all’americana se ne intende.
(anton giulio mancino)

I protagonisti

Pungente commedia nera su un giovane e paranoico produttore esecutivo cinematografico (Robbins) che viene minacciato da uno sceneggiatore scontento — fino a quando comincia a farsi giustizia da solo. Mordace disamina dell’avidità e del potere di Hollywood, con l’eterno ribelle Altman quasi al top della forma (specie nel piano-sequenza iniziale di 8 minuti). Spassose interpretazioni, decine di apparizioni cammeo di star (diverse di “allievi” di Altman come Elliott Gould, Lily Tomlin, Sally Kellerman e Cher), molte citazioni… ma un po’ troppo macchinoso. Adattato da Michael Tolkin dal suo romanzo; Tolkin e suo fratello gemello Stephen compaiono anche nei panni di due scrittori che si incontrano con Robbins.

Non nuocere

Lore e Dave, genitori di Robbie, bambino epilettico in costante peggioramento, decidono di affidarsi a un trattamento di medicina alternativa. E il bimbo migliora.

Basato su una storia vera, un film per la tv che nelle intenzioni punta il dito contro connivenze e pregiudizi della medicina ufficiale, ma nei fatti si traduce in un prevedibile e smielato melodramma (il titolo si rifà al primo precetto del giuramento di Ippocrate). Da noi sulla pay-tv.

Cuore di tuono

Un agente dell’Fbi per metà di sangue Sioux (Kilmer) si riavvicina alle proprie origini quando gli viene assegnata un’indagine su un omicidio in una riserva Oglala. Un thriller avvincente, da segnalare per l’intensa attenzione ai dettagli dei riti e della spiritualità Sioux, nonché per il suo illuminato punto di vista. Ispirato a fatti reali avvenuti negli anni Settanta nella riserva di Pine Ridge nel South Dakota, luogo in cui sono state effettuate le riprese. Co-prodotto da Robert De Niro; prima di questo film, Apted ha girato il documentario Incident at Oglala, sull’attivista pellerossa Leonard Peltier.

Miami Blues

Junior Frenger non è solo un ladro e un assassino. È anche uno psicopatico. Appena arrivato a Miami, riduce in pessime condizioni un agente della omicidi, Hoke Moseley, al quale sottrae sia il distintivo che la pistola. Il criminale, che per compiere le proprie imprese si spaccia per poliziotto, si unisce a una ragazza infantile e sbandata. Il film, curioso e atipico, è prodotto da Jonathan Demme: la sua influenza si nota da come la storia riesce a passare con disinvoltura dal grottesco al noir. Ottime le caratterizzazioni dei personaggi. (andrea tagliacozzo)

Swing Shift – Tempo di swing

Tentativo fallito di creare una storia di fantasia basata sulla reale esperienza delle casalinghe che diventarono operaie in fabbrica durante la seconda guerra mondiale. Tutte le donne sono interessanti (specialmente la Lahti, in una performance meravigliosa), ma gli uomini non sono profondi e definiti male, e di conseguenza lo è anche il film. La sceneggiatura è accreditata a “Rob Morton”, pseudonimo che cela diversi bravi autori; si dice che mezz’ora del film sia stata girata da un altro regista su insistenza della Hawn, anche produttrice. Una nominatio agli Oscar.

I guerrieri della palude silenziosa

Nelle paludi della Louisiana, nove soldati della Guardia nazionale, giunti in quella zona per un’esercitazione, rubano le canoe dei Cajuns, discendenti dei rifugiati canadesi del Settecento, provocando la violenta reazione di questi. Inizia una guerra senza esclusione di colpi. Un action movie teso e violento, un capolavoro nel suo genere. Walter Hill è assolutamente straordinario nello sfruttare l’ostilità dell’ambiente circostante.
(andrea tagliacozzo)

Tremors

In un paesino degli Stati Uniti, due giovani intuiscono che la ragione di alcuni misteriosi decessi è da attribuire a un’orda di repellenti e voraci vermoni che vivono nel sottosuolo. Un horror divertente e dal ritmo incalzante, palesemente ispirato ai divertenti e artigianali prodotti di fantascienza degli anni Cinquanta, del quale potrebbe a tutti gli effetti considerato una sorta di parodia. La tensione, in alcuni parti notevole, è infatti quasi sempre subordinata all’ironia. Nonostante il budget modesto, ottimi gli effetti speciali. (andrea tagliacozzo)

Via dall’incubo

Una ragazza, Slim, dal passato difficile, fa la cameriera in una tavola calda a Los Angeles. Un giorno incontra l’uomo della sua vita, Mitch, in maniera fortuita. Si sposano, comprano una casa bellissima, fanno una bambina, Gracie. Tutto sembra perfetto, la felicità sembra fare parte della vita di quella famiglia. Una sera, dopo otto anni, in maniera incidentale, Slim scopre l’amante del marito, che cambia subito atteggiamento. Da premuroso e affettuoso che era, diventa arrogante, violento e prepotente. Dopo mesi di violenze e soprusi, Slim prende la bambina e scappa, inseguita dal marito e dai suoi scagnozzi. La caccia dura per molto tempo, fino a quando la donna si stanca di scappare e inizia a rincorrere. Detto così potrebbe anche sembrare un film interessante, nonostante la poca originalità della trama. Invece si tratta di una delle peggiori pellicole dell’anno, interpretata da una delle peggiori attrici dell’anno. Non si capisce come si possa pensare di buttare via soldi per produrre film del genere, o forse si spera che la presenza di una star come Jennifer Lopez possa fare da traino. Non c’è un’idea originale, tante citazioni maldestre e goffe e anche nei momenti più drammatici la gente non può fare a meno di ridere per il grottesco in cinemascope. Con tutto quello che c’è nelle sale, questo è proprio un film da evitare. (andrea amato)

Una pallottola spuntata 33 1/3 – L’insulto finale

Sciatto sequel, in cui un Frank Drebin ormai in pensione torna alla Police Squad per un ultimo caso… perdendo l’amore di sua moglie lungo il percorso. Fra le commedie demenziali è quella messa insieme più a casaccio, con qualche occasionale momento spassoso e una sfilza di comparsate-cammeo alla cruciale cerimonia degli Oscar.

Reazione a catena

Un tecnico che sta lavorando a un progetto sull’energia a idrogeno è accusato di aver provocato una devastante esplosione e fugge con una sua collaboratrice. Ma cosa c’è davvero dietro tutti questi loschi traffici? Assurdo e poco ispirato mix di azione, inseguimenti e spunti di thriller politico, che riesce a stento a essere credibile.

Il Corvo III: Salvation

Alex Corvis finisce sulla sedia elettrica la notte del suo ventunesimo compleanno. È accusato di aver ucciso la fidanzata Lauren con 53 pugnalate, si proclama innocente ma in pochi gli credono. Torna in vita, adesso è il corvo e dovrà risolvere il mistero dell’omicidio della ragazza e smascherare il suo assassino. Ma la sua ricerca lo porta in un mondo in cui i poliziotti proteggono il cuore più violento della città, fatta di vizi e corruzione. Alla sua terza edizione, il Corvo interrompe le storie dei personaggi protagonisti degli episodi precedenti e ripropone, ancora una volta, le tematiche dell’amore eterno, del castigo e della perdita tragica. Fin dall’inizio si capisce come andrà a finire, molte scene sono déjà-vus che appesantiscono la trama, del tutto priva di tensioni e suspance. È veramente deludente, come il secondo. Insomma, se una persona cerca un po’ di brivido, in questa pellicola non lo trova.
(fabio bonvini)