Così ridevano

Sul finire degli anni Cinquanta due fratelli emigrano dalla Sicilia a Torino: il maggiore, Giovanni è analfabeta e fa di tutto per mantenere Pietro agli studi magistrali, convinto che il riscatto sociale passi attraverso la cultura. Ma la delusione arriverà per entrambi.

Un “poema” personale e interiore sull’immigrazione italiana come perdita dell’innocenza di un’intera nazione, articolato nell’arco di sei anno (dal 1958 al 1964) e suddiviso in altrettanti capitoli. Sceneggiato dal regista, è un grande mélo disperato e asciutto, più astratto che realistico, che scava nella memoria senza nostalgia e nei rapporti familiari con spietata tenerezza. Leone d’Oro a Venezia ’98, il titolo allude a una rubrica umoristica della ‘Domenica del Corriere’ di quegli anni.

Qui non è il paradiso

Due amici rapinano un furgone delle poste e scappano. Non si hanno più tracce di loro. Indaga un comissario che ricostruisce le loro vite e scopre che i due… Non è un instant movie, né un film di impegno civile ibridato con l’azione e lo spettacolo, nonostante la prima sequenza faccia pensare a un giallo o a un poliziesco.
Qui non è il paradiso
è principalmente un amaro ritratto italiano degli anni Novanta, un’ambiziosa parabola di carattere sociologico che sceglie come pretesto un fatto di cronaca nera conclusosi tragicamente. Più che a Ricky Tognazzi o a Marco Risi, il film fa pensare a Dürrenmatt, a Sciascia o a Dostoevskij. Due postini stanchi della routine lavorativa e desiderosi di evadere da un mondo che sta loro stretto, una rapina a un furgone postale, un’indagine condotta da un commissario pacato e onesto e tuttavia disilluso sull’umanità con cui viene a contatto quotidianamente, una costruzione a incastro con un fitto e frammentato andirivieni spazio-temporale. Questi gli elementi su cui poggia il terzo lungometraggio del torinese Gianluca Maria Tavarelli, il quale – come già in
Un amore
– procede per ellissi e cerca di far emergere da un caso criminale, emblematico per velleità e fatale ingenuità, implicazioni e responsabilità collettive.

Che Tavarelli non intendesse fare un film «avvincente», ma fosse ben più interessato alla deriva sociale, culturale e persino antropologica dell’Italia contemporanea, lo si capisce quasi immediatamente, poiché dopo l’incipit concitato e teso punta su una strategia di raffreddamento narrativo. Più del mistero contano i riflessi dell’accaduto sui testimoni, che (sinceri o mendaci) sono più o meno tutti complici, se non altro di quel malessere morale, materiale ed esistenziale che si traduce in un rifiuto generalizzato del lavoro e di una tranquillità avvilenti. E gli interrogatori del commissario Lucidi (Antonio Catania) lasciano intravedere un contesto assai più sgradevole di quello, tutto sommato più vivace e umano, dei due responsabili della rapina.

Un film indubbiamente serio, quindi, che però formalmente risulta molto meno riuscito di
Un amore
. Penalizzato da una regia asmatica al limite dell’anonimato, Qui non è il paradiso appare irrisolto, legnoso, incapace di organizzare la complessità strutturale alla quale fa ricorso per dar forma all’ambizioso progetto.
(anton giulio mancino)

La meglio gioventù

La vicenda di due fratelli, Nicola e Matteo, comincia negli anni Sessanta, periodo in cui condividono ideali e sogni, aspettative e speranze, amici e svaghi. Finché entra in scena una ragazza, Giorgia, psichicamente disturbata, con la quale si ritrovano a percorrere un viaggio che cambierà per sempre la loro vita. Mentre Nicola partirà per paesi sconosciuti e vivrà esperienze che segneranno per sempre il suo destino, Matteo deciderà di abbandonare gli studi e farsi poliziotto. Attraverso un spaccato della storia italiana si assiste all’evolversi di due vite e delle persone che vi ruotano intorno. Ma anche al racconto di una crescita che sembra non finire mai.

La meglio gioventù,
vincitore a Cannes della sezione «Un certain regard», è un romanzo popolare basato sulla storia di una famiglia medio borghese, il percorso emotivamente drammatico di due fratelli che, come tutti, vivono entusiasmi, disillusioni, lutti, gioie e sconfitte. Storia di vite che coprono un lasso di tempo di quarant’anni, dai Sessanta ai Novanta, una parte importante della storia italiana. Marco Tullio Giordana ha spesso affrontato nei suoi film il tema dei conti in sospeso, come nell’appassionato racconto del mistero dell’omicidio pasoliniano. Questa volta, anche con l’aiuto della valida sceneggiatura di Rulli e Petraglia, è riuscito a eliminare i limiti ideologici delle sue opere precedenti, rinunciando a spiegare tutto e limitandosi a suggerire con una certa abilità stilistica evoluzioni e cambiamenti cui i personaggi sono necessari come testimoni discreti e indispensabili. Tutto ciò che è superfluo al fluire del racconto viene tagliato, concentrandosi sulla verità dei volti e sull’importanza dei sentimenti. Lo spettatore si ritrova a vivere un’avventura umana in cui è facile ritrovare esperienze comuni a molti di coloro che in questo paese hanno creduto, si sono illusi, sono rimasti delusi e hanno ricominciato.
La famiglia (italiana) resta lo spazio chiuso-aperto in cui vengono risolte le incomprensioni, la convivenza con il dolore e tutte le possibili variazioni delle passioni. Giordana propone la sua «Storia d’Italia» in due atti (i cui 360 minuti scorrono in modo totalmente naturale) con una maturità di chi non riesce (o non vuole) analizzare disagi profondi ma li affronta con umana comprensione senza alcun timore di svelare anche le debolezze di coloro che spesso non riescono a integrarsi nel quotidiano. Strepitosi gli attori e strepitoso il regista nel dirigerli rivelando una visione corale di vicende che, pur non intrecciandosi, fluiscono e scorrono nel tempo vissuto-filmato. Non viene cancellata la distanza identificativa tra autore e pubblico, cosa inevitabile, ma torna in mente un vecchio e datato film che raccontava la nostalgia del «come eravamo» e la delusione-consolazione del cosa siamo diventati.
(emilia de bartolomeis)

Hannibal

Il miliardario Mason Verger, unica vittima sopravvissuta alla furia omicida del dottor Lecter, sta cercando in tutto il mondo reliquie del suo antagonista e indizi per acciuffarlo. Nel frattempo Hannibal Lecter vive sotto mentite spoglie a Firenze, preparandosi a rivestire la funzione di bibliotecario nella prestigiosa Biblioteca Capponi. Clarice Starling, divenuta un veterano dell’Fbi, a dieci anni esatti dalle vicende che la legarono al serial killer cannibale si trova nei guai a causa di un’operazione di polizia risoltasi in un’inutile strage. Questi tre destini tornano a incrociarsi quando Rinaldo Pazzi, frustrato ispettore di polizia, scopre la vera identità del bibliotecario e cerca di venderlo a Verger.

Un qualsiasi confronto tra
Il silenzio degli innocenti
di Jonathan Demme e il suo sequel
Hannibal
sarebbe inutile, fuorviante e controproducente. Per
Hannibal
, s’intende. È chiaro che il capolavoro di Demme costituisce uno di quei casi – più unici che rari nella storia del cinema – destinati a non incoraggiare paragoni. Di
Il silenzio degli innocenti
, come di
Psycho
, ne esiste uno solo, unico e inimitabile. Del resto, nel caso di
Hannibal
era chiara sin dal principio l’operazione commerciale impiantata da Dino De Laurentiis. Il mediocre romanzo di Thomas Harris nasce già in funzione del progetto cinematografico e i vari contributi artistici (Ridley Scott alla regia, David Mamet e Steven Zaillian alla sceneggiatura, Pietro Scalia al montaggio) sono garanzie per quella che resta una speculazione commerciale sulle spalle di un classico. Budget alle stelle, con trenta degli ottanta milioni di dollari investiti finiti delle tasche di Anthony Hopkins, la ragion d’essere stessa del film.

Ed eccoci arrivati al risultato finale: com’è
Hannibal
? Cos’è l’annunciato evento cinematografico di una stagione asfittica come questa? È uno splatter nobilitato da interpretazioni magistrali e da un dispiego di mezzi che, durante i gloriosi anni Settanta, Tobe Hooper e Wes Craven potevano solo sognarsi. Tutti storcerebbero il naso di fronte a budella penzolanti, cervellini fritti impanati, carotidi recise, crani addentati da cinghiali. Qui è diverso: portati in serie A, questi materiali diventano grand guignol, fanno parte dello spettacolo colto, si armonizzano con le dissertazioni su Dante, i poeti stilnovisti, la Firenze rinascimentale e medicea, la psicanalisi e le grandi firme della moda italiana. Occorre dire comunque che i singoli raccapriccianti numeri sono la cosa migliore del film, lasciati galleggiare in un mare narrativo tremendamente farraginoso e noioso. Sembra quasi di vedere tre o quattro pellicole cucite l’una dopo l’altra per rinvigorire la suspense con iniezioni macabre ad hoc. E la parte fiorentina, che dovrebbe essere la più originale e caratteristica, si risolve in un lungo episodio frigido e supponente, suggestivo solo a livello scenografico.

Ma la differenza più macroscopica rispetto al
Il silenzio degli innocenti
la si trova nella caratura del protagonista. Il doctor Lecter di Demme era il Male assoluto incarnato, immobile e inquietante, al limite dell’astrazione iconica. Qui Hopkins diventa un eroe a suo modo positivo: uccide i cattivi, protegge e flirta spudoratamente con la giovane agente dell’Fbi. Ma la sua onnipotenza è ridotta alla capacità di agire incontrastato, come un qualsiasi criminale di talento. Stavolta fa molta più paura il suo antagonista, Verger, interpretato – dietro una maschera mostruosa – da Gary Oldman. In assenza di spessore filosofico e concettuale, rimangono l’ostentazione dell’orrore, la narrazione diluita, le ambiguità svelate e sottolineate. E tante immagini patinate e frenetiche: il tutto nella migliore e peggiore tradizione di un ex pubblicitario quale Ridley Scott, ormai lontano dagli esiti di
Alien
e
Blade Runner
.

Freddo, accademico, formalista. Tutt’altro che un film cattivo e spiazzante. Al più un po’ cinico e dissacrante.
(anton giulio mancino)

Musikanten

Primo movimento: Marta (Sonia Bergamasco), bella e pensosa, insieme al suo collega Nicola (Fabrizio Gifuni), gira l’Europa per conoscere studiosi e maestri di culture alternative per un nuovo format televisivo. In uno di questi viaggi, Marta si sottopone a un esperimento di ipnosi regressiva che le fa rivivere un’esistenza precedente in cui era stata un principe, mecenate di Beethoven. Secondo movimento: vengono ripercorse alcune delle tappe fondamentali della vita del grande musicista (Alejandro Jodorowsky). Terzo movimento: Marta, uscita dall’ipnosi, apprende assieme agli altri che è avvenuto un colpo di stato su scala mondiale.

Il partigiano Johnny

Beppe Fenoglio e il suo capolavoro, Il partigiano Johnny , non c’entrano affatto con l’omonimo film di Guido Chiesa: il quale, non si sa come né perché, ha dedicato molti di questi ultimi anni a condurre un porto un progetto che, bisogna ora ammettere, non aveva i necessari requisiti intellettuali per affrontare. Il film non soltanto è brutto e privo di qualunque corrispondenza profonda con la pagina fenogliana, ma è anche la dimostrazione di come – partendo da una fasulla visione didattica e divulgativa della Storia, affidata chissà perché a uno stile frenetico e confuso alla Mtv – si cerchi oggi di ricostruirsi una coscienza militante che tuttavia non va oltre la velleità pseudo-intellettuale di vivacizzare il passato per trasformarlo in lezione aperta. Il film comincia così a esplicitare la sua insipienza, o per meglio dire il suo banale didascalismo documentario, utilizzando sui titoli di testa spezzoni di cinegiornali che vengono dichiarati come tali in termini sciaguratamente post-moderni. Rigature, sgranature, sbalzi di pellicola che con ogni probabilità non corrispondono allo stato attuale dei materiali dovrebbero garantire – secondo Chiesa – l’originalità di questi cinegiornali: usurati dal tempo e, si presume, dall’oblio, affinché il film potesse arrogarsi il paternalistico diritto di restituirli alla loro immediatezza presente. L’autore confonde in sostanza la modernità con l’estetica da videoclip, denotando una grave mancanza di ispirazione e di adesione profonda alla materia trattata. Il risultato è che il film non riesce a far durare ogni sequenza più di uno o due minuti; salta di palo in frasca, incapace di governare l’economia narrativa; perde per strada personaggi ed eventi; si appoggia in maniera assai legnosa, e oltre i limiti consentiti dal buon senso, alla voce fuori campo del protagonista, quasi volesse a tutti costi restituire quell’impatto della pagina letteraria che non è stato in grado di reinventare.
Ma non si pensi che il film opti per una soluzione rigorosamente antispettacolare: le cosiddette scene di massa infatti ci sono, anche se talmente accademiche da denotare una dimensione da puro set e da prosaico dispiego di comparse. Non è questione di budget, ma di capacità di usare lo spettacolo a fini drammatici, sulla scorta dell’esempio di Salvate il soldato Ryan . Capacità che a Chiesa fa del tutto difetto, e che è stato imprudente portare allo scoperto. Ecco quindi affiorare ovunque chiari segni di imperizia nella messa in scena e nell’articolazione del racconto, nonché nei tentativi di recuperare intellegibilità in extremis attraverso l’uso di flashback subliminali. Per non parlare dell’uccisione della spia da parte di Johnny, che impugna un’arma per mano come in un film d’azione di Hong Kong (già, la modernità!), o della canzone «Over the Rainbow» usata come sottotesto per esprimere la disperazione e l’illusione frustrata di Johnny sperduto sulla neve (per inciso: la canzone e il film Il mago di Oz arrivarono in Italia solo a guerra finita). Né si può chiudere un occhio su quel finale visibilmente, ma non volutamente, monco. O, ancora, sugli stessi attori principali, che in fatto di credibilità lasciano molto desiderare: da Stefano Dionisi e Fabrizio Gifuni a Claudio Amendola, che nel ruolo di un capo partigiano finisce piuttosto per assomigliare a Capitan Findus. (anton giulio mancino)

La ragazza del lago

Nella sperduta provincia friulana, Anna, una giovane studentessa, viene trovata morta annegata sulla sponda di un lago. A occuparsi del caso è chiamato il commissario Giovanni Sanzio, da poco trasferitosi. Insieme ai colleghi Siboldi e Alfredo, Sanzio inizia un’indagine che lo coinvolgerà emotivamente.

Galantuomini

Lecce, anni ‘90. Ignazio è uno stimato giudice che è da poco rientrato in città dopo aver lavorato per molti anni al Nord. Rivede Lucia, la donna di cui è sempre stato segretamente innamorato fin da piccolo. La donna lavora come rappresentante di profumi, ma si tratta di una copertura. In realtà Lucia è diventata il braccio destro del boss Carmine Zà, uno dei capi della Sacra Corona Unita…