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Qui non è il paradiso

Due amici rapinano un furgone delle poste e scappano. Non si hanno più tracce di loro. Indaga un comissario che ricostruisce le loro vite e scopre che i due… Non è un instant movie, né un film di impegno civile ibridato con l’azione e lo spettacolo, nonostante la prima sequenza faccia pensare a un giallo o a un poliziesco.
Qui non è il paradiso
è principalmente un amaro ritratto italiano degli anni Novanta, un’ambiziosa parabola di carattere sociologico che sceglie come pretesto un fatto di cronaca nera conclusosi tragicamente. Più che a Ricky Tognazzi o a Marco Risi, il film fa pensare a Dürrenmatt, a Sciascia o a Dostoevskij. Due postini stanchi della routine lavorativa e desiderosi di evadere da un mondo che sta loro stretto, una rapina a un furgone postale, un’indagine condotta da un commissario pacato e onesto e tuttavia disilluso sull’umanità con cui viene a contatto quotidianamente, una costruzione a incastro con un fitto e frammentato andirivieni spazio-temporale. Questi gli elementi su cui poggia il terzo lungometraggio del torinese Gianluca Maria Tavarelli, il quale – come già in
Un amore
– procede per ellissi e cerca di far emergere da un caso criminale, emblematico per velleità e fatale ingenuità, implicazioni e responsabilità collettive.

Che Tavarelli non intendesse fare un film «avvincente», ma fosse ben più interessato alla deriva sociale, culturale e persino antropologica dell’Italia contemporanea, lo si capisce quasi immediatamente, poiché dopo l’incipit concitato e teso punta su una strategia di raffreddamento narrativo. Più del mistero contano i riflessi dell’accaduto sui testimoni, che (sinceri o mendaci) sono più o meno tutti complici, se non altro di quel malessere morale, materiale ed esistenziale che si traduce in un rifiuto generalizzato del lavoro e di una tranquillità avvilenti. E gli interrogatori del commissario Lucidi (Antonio Catania) lasciano intravedere un contesto assai più sgradevole di quello, tutto sommato più vivace e umano, dei due responsabili della rapina.

Un film indubbiamente serio, quindi, che però formalmente risulta molto meno riuscito di
Un amore
. Penalizzato da una regia asmatica al limite dell’anonimato, Qui non è il paradiso appare irrisolto, legnoso, incapace di organizzare la complessità strutturale alla quale fa ricorso per dar forma all’ambizioso progetto.
(anton giulio mancino)

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