La voleuse de Saint-Lubin

Ottimo esempio di come si possa fare politica al cinema, quello della Devers è un film che apre il dibattito rilevando con intelligenza e senza pregiudizi le contraddizioni del reale. Françoise, due figlie a carico, lavoratrice part-time in una ditta che confeziona carne, non concepisce l’idea di dover chiedere denaro agli altri. Resiste, ostinatamente, da sola, a pagare in tempo l’affitto e tutte le spese. Ma i soldi non sono mai abbastanza. Un giorno, non sa neanche lei come, ruba carne in tre supermercati: la prendono, uno dei tre direttori le fa causa. Tanto il comitato di destra, che sostiene i lavoratori francesi contro gli stranieri, quanto la magistratura divisa, che si fa la guerra sulla pelle dei più indifesi, cercano di sfruttare il suo caso.

La Devers filma con estrema secchezza e rispetto questa storia di ordinaria sopraffazione, giocando solo in parte con il genere processuale: tutto il resto è merito di una straordinaria Dominique Blanc, perfettamente all’altezza di un ruolo impegnativo.
(raffaella giancristofaro)

Baciate chi vi pare

In una villa parigina, una coppia di cinquantenni ricchi e borghesi fanno una cena con qualche amico prima delle vacanze estive. Bertrand ed Elisabeth sono i padroni di casa, Julie è la migliore amica di Elisabeth e amante di Bertrand, Veronique e Jerome sono i vicini di casa, caduti economicamente in disgrazia, ma che cercano di mantenere il tenore di vita di prima. Bertrand accompagna la moglie e l’amante in vacanza e poi torna a Parigi dal suo altro amante gay. Elisabeth conosce Lulu, una bella donna ossessionata dalla gelosia del marito. In questi giorni, tra confessioni, tradimenti e colpi di scena, tutti i personaggi cambiano e il party di rientro a Parigi segnerà un nuovo inizio per tutti. La vita non è facile, ma come dice Bertrand: «Se la attraversi zigzagando è più divertente». Una commedia agrodolce con un cast eccezionale. Tratto dal romanzo Summer Things di Joseph Connolly, Blanc riesce a realizzare un film divertente e che fa pensare sulle dinamiche umane e sentimentali delle persone. Una commedia originale, realizzata in perfetto stile francese. (andrea amato)

Laissez passer

Parigi, marzo 1942, occupazione tedesca. La storia di due uomini le cui vite si intrecciano: Jean Devaivre è un aiuto regista che sceglie di lavorare alla Continental, casa di produzione cinematografica tedesca, perché è la miglior copertura possibile al suo impegno nella Resistenza anti-nazista. È un uomo d’azione, precipitoso, impulsivo e coraggioso. Jean Aurenche, invece, è uno sceneggiatore e un poeta e fa tutto il possibile per evitare di lavorare per i tedeschi. Attento, insaziabile, curioso e preso da tre amanti. Soprattutto è un osservatore, la sua resistenza passa attraverso la scrittura. Lottare contro i tedeschi, la fame, il freddo, la paura. Basato su una storia vera,
Laissez passer
è il ventesimo film di Bertrand Tavernier, regista francese molto apprezzato da Scorsese, una pellicola che intreccia molto bene il dramma con la commedia. Forse troppo lungo, in alcuni momenti senza ritmo, ma con una regia impeccabile e un cast ottimo. Incompiuto verrebbe da dire, un’occasione sfruttata a metà, che poteva essere asciugata maggiormente per fare soffrire lo spettatore costretto a rimanere sulla poltrona per tre ore. Un omaggio alla Resistenza e ai suoi uomini, ma soprattutto al cinema, per l’amore del quale si può anche passare sopra ai propri principi. Un film sul rapporto con la propria coscienza, sulla guerra interiore che scelte difficili e combattute fanno scoppiare nell’animo umano.
(andrea amato)

Il figlio di due madri o la commedia dell’innocenza

Un bambino che decide di cambiare la sua mamma, una madre che ha perso il proprio ed una che lo trascura un po’, un padre assente ed uno zio che ne fa le veci. Attorno a questi elementi da dramma borghese Ruiz mette in piedi un’altro dei suoi affascinanti mondi paralleli. Più che al sistema dei personaggi (la cui psicologia e la cui definizione sociale è lasciata completamente indefinita), è alle modalità di rappresentazione e di messa in scena che il regista guarda. Con perfetta assonanza alle idee di Massimo Bontempelli, Ruiz dispone un racconto in cui sostanzialmente è l’identità (nostra e della realtà con cui ci confrontiamo) ad essere messa in discussione. Nel film una figura ritorna spesso: quella del movimento di macchina che non assume un punto di vista (non si fa soggettiva) ma rovescia le posizioni in campo (facendo partecipare lo spettatore a una realtà polimorfa). La panoramica più di una volta sostituisce il meccanismo del campo/fuori campo e, legando i due interlocutori in un solo movimento, li fa anche partecipare della realtà dell’altro. O meglio, li priva della solida posizione di chi ha un punto solido e fisso da cui guardare il reale. Il film di Ruiz privilegia invece lo scambio, il movimento sinuoso e conturbante (viene in mente la grazia notturna di Jeanne Balibar, la sua voce e la sua andatura sono parte integrante di questo progetto tanto quanto l’espressione smarrita e assente di Isabelle Huppert). Un movimento che porta lo spettatore ad assumere posizioni opposte nell’arco della stessa ripresa. In un certo senso, innocenza vuol dire anche questo: lasciarsi sedurre dalle argomentazioni e dai punti di vista dell’altro, fino ad assumerli. Un po’ come accade ai protagonisti di questa storia: tutti preda di un meccanismo che li supera e li avvolge. Così è il bambino, che riprende il mondo come lo vede lui, come lo vede il suo amico immaginario-reale Alexandre, come lo vedrebbe il suo alter-ego morto Paul… Un regista naif disposto a lasciare la mdp in mano al soggetto ripreso; un regista che si fa attore, che accetta di entrare nel gioco delle parti, nella ronde dei personaggi dei loro ruoli. La
comédie de l’innocence
lascia da parte la linearità della detection che spingerebbe lo spettatore alla ricostruzione dei moventi e delle dinamiche che avvengono tra Camille e la sue due mamme, Isabelle e Ariane. Il gioco dell’innocenza vuole che i calcoli, le spiegazioni, la psicanalisi e il calcolo delle probabilità vengano estromessi. Non si dà spiegazione e non c’è spiegazione da dare nella storia e nel desiderio di Camille e delle sue mamme. Ruiz stesso ce lo suggerisce in maniera più delicata, allontanandosi dalla scena con dei carrelli indietro o riprendendola da lontano (fuori dalle finestre della casa o dietro ai personaggi nel parco). Quasi fosse un passante che, per caso, nota la scena. E di colpo inventa una storia.

(
carlo chatrian
)