Il figlio di due madri o la commedia dell’innocenza

Un bambino che decide di cambiare la sua mamma, una madre che ha perso il proprio ed una che lo trascura un po’, un padre assente ed uno zio che ne fa le veci. Attorno a questi elementi da dramma borghese Ruiz mette in piedi un’altro dei suoi affascinanti mondi paralleli. Più che al sistema dei personaggi (la cui psicologia e la cui definizione sociale è lasciata completamente indefinita), è alle modalità di rappresentazione e di messa in scena che il regista guarda. Con perfetta assonanza alle idee di Massimo Bontempelli, Ruiz dispone un racconto in cui sostanzialmente è l’identità (nostra e della realtà con cui ci confrontiamo) ad essere messa in discussione. Nel film una figura ritorna spesso: quella del movimento di macchina che non assume un punto di vista (non si fa soggettiva) ma rovescia le posizioni in campo (facendo partecipare lo spettatore a una realtà polimorfa). La panoramica più di una volta sostituisce il meccanismo del campo/fuori campo e, legando i due interlocutori in un solo movimento, li fa anche partecipare della realtà dell’altro. O meglio, li priva della solida posizione di chi ha un punto solido e fisso da cui guardare il reale. Il film di Ruiz privilegia invece lo scambio, il movimento sinuoso e conturbante (viene in mente la grazia notturna di Jeanne Balibar, la sua voce e la sua andatura sono parte integrante di questo progetto tanto quanto l’espressione smarrita e assente di Isabelle Huppert). Un movimento che porta lo spettatore ad assumere posizioni opposte nell’arco della stessa ripresa. In un certo senso, innocenza vuol dire anche questo: lasciarsi sedurre dalle argomentazioni e dai punti di vista dell’altro, fino ad assumerli. Un po’ come accade ai protagonisti di questa storia: tutti preda di un meccanismo che li supera e li avvolge. Così è il bambino, che riprende il mondo come lo vede lui, come lo vede il suo amico immaginario-reale Alexandre, come lo vedrebbe il suo alter-ego morto Paul… Un regista naif disposto a lasciare la mdp in mano al soggetto ripreso; un regista che si fa attore, che accetta di entrare nel gioco delle parti, nella ronde dei personaggi dei loro ruoli. La
comédie de l’innocence
lascia da parte la linearità della detection che spingerebbe lo spettatore alla ricostruzione dei moventi e delle dinamiche che avvengono tra Camille e la sue due mamme, Isabelle e Ariane. Il gioco dell’innocenza vuole che i calcoli, le spiegazioni, la psicanalisi e il calcolo delle probabilità vengano estromessi. Non si dà spiegazione e non c’è spiegazione da dare nella storia e nel desiderio di Camille e delle sue mamme. Ruiz stesso ce lo suggerisce in maniera più delicata, allontanandosi dalla scena con dei carrelli indietro o riprendendola da lontano (fuori dalle finestre della casa o dietro ai personaggi nel parco). Quasi fosse un passante che, per caso, nota la scena. E di colpo inventa una storia.

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carlo chatrian
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