La bestia nel cuore

Cristina Comencini unisce il suo talento per la scrittura con quello per il cinema. Da un suo romanzo infatti nasce il soggetto de  La bestia nel cuore, travaglio esistenziale e sentimentale di Sabina (Giovanna Mezzogiorno ) che, saputo di essere incinta, comincia a sognare cose orribili e inquietanti. Decide così di allontanarsi dal marito Franco (Alessio Boni) per raggiungere negli Usa il fratello Davide (Luigi Lo Cascio).

Complici del silenzio

Maurizio Gallo, un giornalista sportivo italiano e Ugo, il suo fotoreporter arrivano a Buenos Aires come inviati ai Mondiali di Calcio del 1978. L’evento sportivo si trasforma nell’occasione per la Giunta militare di Videla di far cadere nell’ombra le gravissime violazioni dei diritti umani che va perpetrando: abrogazione dei diritti costituzionali, sospensione delle attività politiche e di associazione, proibizione dei sindacati, dei giornali, sequestro di attivisti politici sociali e sindacalisti oltre che di alcuni guerriglieri, utilizzo della tortura come forma sistematica per estorcere informazioni e l’avvio dell’applicazione del metodo della sparizione di massa…

Arrivederci amore, ciao

Giorgio Pellegrino è un ex terrorista di sinistra. Per non finire in galera fugge in Sudamerica tra i guerriglieri. Caduto il muro di Berlino decide di far ritorno in Italia, ma c’è un prezzo da pagare: deve rivelare i nomi dei suoi vecchi compagni per ottenere una riduzione della pena a due anni. Così fa e, una volta uscito, decide di accumulare un capitale attraverso l’illegalità. Quasi ci riesce, ma il passato torna a galla

La meglio gioventù

La vicenda di due fratelli, Nicola e Matteo, comincia negli anni Sessanta, periodo in cui condividono ideali e sogni, aspettative e speranze, amici e svaghi. Finché entra in scena una ragazza, Giorgia, psichicamente disturbata, con la quale si ritrovano a percorrere un viaggio che cambierà per sempre la loro vita. Mentre Nicola partirà per paesi sconosciuti e vivrà esperienze che segneranno per sempre il suo destino, Matteo deciderà di abbandonare gli studi e farsi poliziotto. Attraverso un spaccato della storia italiana si assiste all’evolversi di due vite e delle persone che vi ruotano intorno. Ma anche al racconto di una crescita che sembra non finire mai.

La meglio gioventù,
vincitore a Cannes della sezione «Un certain regard», è un romanzo popolare basato sulla storia di una famiglia medio borghese, il percorso emotivamente drammatico di due fratelli che, come tutti, vivono entusiasmi, disillusioni, lutti, gioie e sconfitte. Storia di vite che coprono un lasso di tempo di quarant’anni, dai Sessanta ai Novanta, una parte importante della storia italiana. Marco Tullio Giordana ha spesso affrontato nei suoi film il tema dei conti in sospeso, come nell’appassionato racconto del mistero dell’omicidio pasoliniano. Questa volta, anche con l’aiuto della valida sceneggiatura di Rulli e Petraglia, è riuscito a eliminare i limiti ideologici delle sue opere precedenti, rinunciando a spiegare tutto e limitandosi a suggerire con una certa abilità stilistica evoluzioni e cambiamenti cui i personaggi sono necessari come testimoni discreti e indispensabili. Tutto ciò che è superfluo al fluire del racconto viene tagliato, concentrandosi sulla verità dei volti e sull’importanza dei sentimenti. Lo spettatore si ritrova a vivere un’avventura umana in cui è facile ritrovare esperienze comuni a molti di coloro che in questo paese hanno creduto, si sono illusi, sono rimasti delusi e hanno ricominciato.
La famiglia (italiana) resta lo spazio chiuso-aperto in cui vengono risolte le incomprensioni, la convivenza con il dolore e tutte le possibili variazioni delle passioni. Giordana propone la sua «Storia d’Italia» in due atti (i cui 360 minuti scorrono in modo totalmente naturale) con una maturità di chi non riesce (o non vuole) analizzare disagi profondi ma li affronta con umana comprensione senza alcun timore di svelare anche le debolezze di coloro che spesso non riescono a integrarsi nel quotidiano. Strepitosi gli attori e strepitoso il regista nel dirigerli rivelando una visione corale di vicende che, pur non intrecciandosi, fluiscono e scorrono nel tempo vissuto-filmato. Non viene cancellata la distanza identificativa tra autore e pubblico, cosa inevitabile, ma torna in mente un vecchio e datato film che raccontava la nostalgia del «come eravamo» e la delusione-consolazione del cosa siamo diventati.
(emilia de bartolomeis)

Quando sei nato non puoi più nasconderti

In un’epoca come la nostra, fatta di massiccia immigrazione, di demagogia e stereotipi che alimentano le nostre paure e incomprensioni, di stranieri usati nelle fiction televisive come macchiette dei luoghi comuni sulle varie etnie, un film come quello di Marco Tullio Giordana era forse necessario, nella misura in cui riesce a essere termometro della nostra percezione del fenomeno epocale dell’immigrazione, riesce e registrare quanto siamo cambiati e come ci poniamo rispetto al mondo nuovo e diverso in cui viviamo. Che poi abbia ottenuto quest’effetto o ne abbia avuto l’intento (sulla scia di un cinema di impegno sociale) resta da vedere.

Intanto va lodata l’idea narrativa di fondo: mostrare l’Italia di oggi, la presenza degli immigrati nel lavoro, nella scuola e nella società, attraverso gli occhi «innocenti» di un dodicenne, abbastanza grande da voler capire ma non ancora irretito negli schemi mentali degli adulti. Sandro (Matteo Gadola), vive a Brescia, i genitori sono giovani imprenditori, lui è abituato a un certo benessere che comprende gli stranieri come operai nella fabbrica di famiglia o come compagni di scuola. Ne è incuriosito con la sincerità tipica dei suoi anni, ma più che altro condivide con loro spazi e attività accettando il mistero della loro diversità. Finché una notte, in crociera nel Mediterraneo col babbo e un amico, cade in mare e dopo ore di disperazione viene raccolto da un barcone pieno di clandestini. Dovrà fingersi straniero per evitare che gli scafisti italiani (brutti, sporchi e cattivi) possano chiedere un riscatto, si affezionerà a un coppia di fratelli rumeni – Radu (che lo ha salvato dall’annegamento) e Alina (piccola Lolita già consapevole del potere del suo corpo) – e con loro condividerà sete, stenti e solidarietà. L’odissea di quella piccola arca di Noè di razze finirà in un centro di accoglienza pugliese, Sandro ritroverà i genitori che lo piangevano per morto e li convincerà e tentare l’affidamento dei due giovani rumeni. Finirà come tanta cronaca ci ha abituati: Alina baby-prostituta in una fabbrica dismessa nella periferia milanese, trasformata in una babele infernale di reietti; Radu ladro e fuggiasco (forse sfruttatore di Alina, forse neanche il fratello); e Sandro diventato uomo in una terra di mezzo, refrattario ai pregiudizi dei grandi perché ha condiviso il calvario degli «altri», eppure impotente di fronte alle scelte, al destino e all’etica di quelli che credeva amici oltre ogni barriera ma che non sono come lui e non possono vivere come lui.

Ispirandosi molto liberamente all’omonimo libro inchiesta di Maria Pace Ottieri, Giordana non fa mistero delle sue citazioni cinefile: dal Rossellini di
Germania, anno zero
, a
Lezioni di piano
di Jane Campion (quando Sandro sta affogando, citazione peraltro inopportuna e gratuita) e forse a
Lamerica
di Amelio (che incombe non voluto o non confessato). Purtroppo, malgrado qualche scena ben riuscita (su tutte quella in cui Alina-prostituta, nella fabbrica dismessa, parla a Sandro attraverso la canzone
Un’emozione per sempre
di Eros Ramazzotti, il cui testo banale diventa una confessione struggente di dolore e illusioni) il film non solo non riesce a raggiungere la scavo morale di un Rossellini e il delicato equilibrio tra realismo e intimismo di Amelio, ma diventa paradigma di una incapacità degli intellettuali e di noi tutti di saper capire le trasformazioni sociali e psicologiche che stiamo vivendo. In tal senso, l’idea del bambino come perno del film – che dovrebbe salvare la pellicola dalla retorica più corriva, dal buonismo di sinistra, e offrire una visuale vergine sul tema – si rivela un artifizio di scrittura, cade nei cliché che vorrebbe evitare (i rumeni sono ladri e sfruttatori di prostitute, i neri onesti lavoratori) e sancisce il suo fallimento in un finale aperto che complica le domande cui non sa rispondere.

Specchio della complessità dei tempi? No, radiografia involontaria della nostra impreparazione di fronte a questa complessità. Resta la distanza, intatto il mistero della diversità, e noi, come Sandro, facciamo i conti con i dubbi e le paure che l’incontro con gli altri fa nascere senza risolverli, e in questo il film (ma non è un pregio) condivide i nostri limiti.  
(salvatore vitellino)