Accattone

Uno dei film capitali della storia del cinema italiano, e uno dei capolavori di Pasolini. La storia di un giovane sottoproletario, della sua tragica innocenza fuori della Storia negli anni decisivi per la modernizzazione dell’Italia. A vederla oggi, un’opera che porta alla massima chiarezza e incandescenza intuizioni che in mille altri lavori del periodo sono solo accennate, intraviste, abbozzate. Pasolini si inventa un mondo, si inventa uno stile (attingendo a certo Buñuel, e alla propria cultura di allievo di Roberto Longhi), fa un uso liberissimo del montaggio, del doppiaggio e della musica, trasformando una serie di apporti da pastiche in monumento ieratico. Straziante, con una morte davvero apocalittica (e, in fondo, senza redenzione cristiana:
Accattone
si fa il segno della croce alla rovescia). Un film barbaro, il film di un maestro.
(emiliano morreale)

Zorro

Il pacifista Miguel, nominato governatore della Nuova Aragona, viene misteriosamente ucciso. Il fraterno amico Diego giura di vendicarlo e, prendendone l’identità, assume la carica di governatore. Pur fingendosi un inetto damerino per non allarmare il tirannico colonnello Huerta, Diego all’occasione si trasforma nel leggendario Zorro. Dignitosa (ma tutt’altro che memorbile) versione nostrana delle gesta del celebre spadaccino. Alain Delon se la cava discretamente, anche se il Tyrone Power de
Il segno di Zorro
era davvero un’altra cosa.
(andrea tagliacozzo)

Come si fa un martini

Milano, un ristorante alla moda e sette storie che come unico punto di contatto e d’intreccio hanno la cena. Un editore di successo e due scrittori servili, un traduttore di polacco e un’attrice pubblicitaria alle prese con una relazione finita e problemi economici, due coppie che si tradiscono, padre e figlio che si conoscono appena, una coppia ossessiva, una coppia che deve nascere e i camerieri del ristorante alle prese con la vera «ricetta» del martini cocktail. Tratto dai racconti di Marina Mizzau,
Come si fa un martini
ha i tempi del cinema che fa riflettere a ogni scena, a ogni battuta. Nulla è lasciato al caso, tutto porta a qualcosa. Buona prova del regista Kiko Stella e ottimo assortimento del cast: nessuno è fuori ruolo.
(andrea amato)

La meglio gioventù

La vicenda di due fratelli, Nicola e Matteo, comincia negli anni Sessanta, periodo in cui condividono ideali e sogni, aspettative e speranze, amici e svaghi. Finché entra in scena una ragazza, Giorgia, psichicamente disturbata, con la quale si ritrovano a percorrere un viaggio che cambierà per sempre la loro vita. Mentre Nicola partirà per paesi sconosciuti e vivrà esperienze che segneranno per sempre il suo destino, Matteo deciderà di abbandonare gli studi e farsi poliziotto. Attraverso un spaccato della storia italiana si assiste all’evolversi di due vite e delle persone che vi ruotano intorno. Ma anche al racconto di una crescita che sembra non finire mai.

La meglio gioventù,
vincitore a Cannes della sezione «Un certain regard», è un romanzo popolare basato sulla storia di una famiglia medio borghese, il percorso emotivamente drammatico di due fratelli che, come tutti, vivono entusiasmi, disillusioni, lutti, gioie e sconfitte. Storia di vite che coprono un lasso di tempo di quarant’anni, dai Sessanta ai Novanta, una parte importante della storia italiana. Marco Tullio Giordana ha spesso affrontato nei suoi film il tema dei conti in sospeso, come nell’appassionato racconto del mistero dell’omicidio pasoliniano. Questa volta, anche con l’aiuto della valida sceneggiatura di Rulli e Petraglia, è riuscito a eliminare i limiti ideologici delle sue opere precedenti, rinunciando a spiegare tutto e limitandosi a suggerire con una certa abilità stilistica evoluzioni e cambiamenti cui i personaggi sono necessari come testimoni discreti e indispensabili. Tutto ciò che è superfluo al fluire del racconto viene tagliato, concentrandosi sulla verità dei volti e sull’importanza dei sentimenti. Lo spettatore si ritrova a vivere un’avventura umana in cui è facile ritrovare esperienze comuni a molti di coloro che in questo paese hanno creduto, si sono illusi, sono rimasti delusi e hanno ricominciato.
La famiglia (italiana) resta lo spazio chiuso-aperto in cui vengono risolte le incomprensioni, la convivenza con il dolore e tutte le possibili variazioni delle passioni. Giordana propone la sua «Storia d’Italia» in due atti (i cui 360 minuti scorrono in modo totalmente naturale) con una maturità di chi non riesce (o non vuole) analizzare disagi profondi ma li affronta con umana comprensione senza alcun timore di svelare anche le debolezze di coloro che spesso non riescono a integrarsi nel quotidiano. Strepitosi gli attori e strepitoso il regista nel dirigerli rivelando una visione corale di vicende che, pur non intrecciandosi, fluiscono e scorrono nel tempo vissuto-filmato. Non viene cancellata la distanza identificativa tra autore e pubblico, cosa inevitabile, ma torna in mente un vecchio e datato film che raccontava la nostalgia del «come eravamo» e la delusione-consolazione del cosa siamo diventati.
(emilia de bartolomeis)

Il fantasma della libertà

Il film, uno dei più noti e riusciti del regista spagnolo, è un carosello di episodi, più o meno folli e grotteschi, che ruotano intorno a un unico argomento: la libertà. Le storie si susseguono l’una all’altra, mentre i personaggi si scambiano una sorta di testimone ideale. Tra le sequenze più famose, quella di un uomo che uccide i passanti dal trentesimo piano di un grattacielo. (andrea tagliacozzo)

Bimba – È clonata una stella

Bimba è un’attrice senza talento, ignorante, ambiziosa e con tutti i difetti della diva. Un giorno scopre di essere stata clonata da una ditta senza scrupoli, con il dna di un’altra divetta americana, meteora dello star-system di molti anni prima. Inizialmente si arrabbia, ma non per una questione morale e perché in piena crisi d’identità, ma solo perché è stata clonata da una star di quart’ordine. Bimba è decisa a inseguire il suo sogno di fama, scendendo a compromessi con i suoi clonatori, che la manipolano facilmente. In ballo c’è il lancio di un altro personaggio televisivo inquietante, il clone del clone. L’intervento di un magistrato, che fa della rettitudine la sua bandiera, spariglia le carte e rovina i piani a tutti. Tra l’attricetta e il magistrato nasce qualcosa di più, alla fine il bene trionferà e Bimba si farà capire da tutti. Fare cinema non è una cosa facile, anche se si è un mostro di bravura come Sabina Guzzanti.
Bimba
è un film che porta molte aspettative in chi lo va a vedere, proprio per la presenza dell’attrice-regista, ma nei cento minuti di durata tutto passa in secondo piano e rimane solo un film senza né capo né coda. Le divertenti caratterizzazioni della Guzzanti riescono a far digerire parte del film e qualche trovata surreale, che stigmatizza i nostri tempi, strappa sorrisi. Forse, però, da un talento come quella della Guzzanti ci si aspetterebbe di più. O forse il cinema non è nelle sue corde.
(andrea amato)

Prima della rivoluzione

La seconda opera cinematografica di Bertolucci (che ne scrisse la sceneggiatura quando aveva solo 22 anni) si focalizza sulla vita di un ragazzo medio-borghese (Barilli): simpatizzerà per il radicalismo politico o si sottometterà alle regole della borghesia? Spaccato degli anni Sessanta, condito con riferimenti specifici e fervore giovanile.

Quando sei nato non puoi più nasconderti

In un’epoca come la nostra, fatta di massiccia immigrazione, di demagogia e stereotipi che alimentano le nostre paure e incomprensioni, di stranieri usati nelle fiction televisive come macchiette dei luoghi comuni sulle varie etnie, un film come quello di Marco Tullio Giordana era forse necessario, nella misura in cui riesce a essere termometro della nostra percezione del fenomeno epocale dell’immigrazione, riesce e registrare quanto siamo cambiati e come ci poniamo rispetto al mondo nuovo e diverso in cui viviamo. Che poi abbia ottenuto quest’effetto o ne abbia avuto l’intento (sulla scia di un cinema di impegno sociale) resta da vedere.

Intanto va lodata l’idea narrativa di fondo: mostrare l’Italia di oggi, la presenza degli immigrati nel lavoro, nella scuola e nella società, attraverso gli occhi «innocenti» di un dodicenne, abbastanza grande da voler capire ma non ancora irretito negli schemi mentali degli adulti. Sandro (Matteo Gadola), vive a Brescia, i genitori sono giovani imprenditori, lui è abituato a un certo benessere che comprende gli stranieri come operai nella fabbrica di famiglia o come compagni di scuola. Ne è incuriosito con la sincerità tipica dei suoi anni, ma più che altro condivide con loro spazi e attività accettando il mistero della loro diversità. Finché una notte, in crociera nel Mediterraneo col babbo e un amico, cade in mare e dopo ore di disperazione viene raccolto da un barcone pieno di clandestini. Dovrà fingersi straniero per evitare che gli scafisti italiani (brutti, sporchi e cattivi) possano chiedere un riscatto, si affezionerà a un coppia di fratelli rumeni – Radu (che lo ha salvato dall’annegamento) e Alina (piccola Lolita già consapevole del potere del suo corpo) – e con loro condividerà sete, stenti e solidarietà. L’odissea di quella piccola arca di Noè di razze finirà in un centro di accoglienza pugliese, Sandro ritroverà i genitori che lo piangevano per morto e li convincerà e tentare l’affidamento dei due giovani rumeni. Finirà come tanta cronaca ci ha abituati: Alina baby-prostituta in una fabbrica dismessa nella periferia milanese, trasformata in una babele infernale di reietti; Radu ladro e fuggiasco (forse sfruttatore di Alina, forse neanche il fratello); e Sandro diventato uomo in una terra di mezzo, refrattario ai pregiudizi dei grandi perché ha condiviso il calvario degli «altri», eppure impotente di fronte alle scelte, al destino e all’etica di quelli che credeva amici oltre ogni barriera ma che non sono come lui e non possono vivere come lui.

Ispirandosi molto liberamente all’omonimo libro inchiesta di Maria Pace Ottieri, Giordana non fa mistero delle sue citazioni cinefile: dal Rossellini di
Germania, anno zero
, a
Lezioni di piano
di Jane Campion (quando Sandro sta affogando, citazione peraltro inopportuna e gratuita) e forse a
Lamerica
di Amelio (che incombe non voluto o non confessato). Purtroppo, malgrado qualche scena ben riuscita (su tutte quella in cui Alina-prostituta, nella fabbrica dismessa, parla a Sandro attraverso la canzone
Un’emozione per sempre
di Eros Ramazzotti, il cui testo banale diventa una confessione struggente di dolore e illusioni) il film non solo non riesce a raggiungere la scavo morale di un Rossellini e il delicato equilibrio tra realismo e intimismo di Amelio, ma diventa paradigma di una incapacità degli intellettuali e di noi tutti di saper capire le trasformazioni sociali e psicologiche che stiamo vivendo. In tal senso, l’idea del bambino come perno del film – che dovrebbe salvare la pellicola dalla retorica più corriva, dal buonismo di sinistra, e offrire una visuale vergine sul tema – si rivela un artifizio di scrittura, cade nei cliché che vorrebbe evitare (i rumeni sono ladri e sfruttatori di prostitute, i neri onesti lavoratori) e sancisce il suo fallimento in un finale aperto che complica le domande cui non sa rispondere.

Specchio della complessità dei tempi? No, radiografia involontaria della nostra impreparazione di fronte a questa complessità. Resta la distanza, intatto il mistero della diversità, e noi, come Sandro, facciamo i conti con i dubbi e le paure che l’incontro con gli altri fa nascere senza risolverli, e in questo il film (ma non è un pregio) condivide i nostri limiti.  
(salvatore vitellino)
 

Gran bollito

Lea, una napoletana trapiantata da molti anni in una città del Nord, è morbosamente attaccata al figlio Michele. Quando questi si fidanza, la donna, per il timore di vederlo andar via, fa un patto con la Morte, sacrificandole tre amiche zitelle, dai corpi delle quali ricava sapone e biscotti. Il tono grottesco del film poco si addice a un regista come Mario Bolognini, che comunque fa un buon uso del cast messogli a disposizione (curioso, infatti, l’impiego di tre interpreti maschili nei panni del trio di zitelle). Il soggetto è ispirato alla vicenda della «saponatrice di Correggio», Leonarda Cianciulli, che con le sue gesta inorridì l’Italia intera.
(andrea tagliacozzo)