Fino alla fine del mondo

In un futuro non molto lontano, la Dommartin si unisce a Hurt per una missione misteriosa intorno al mondo che condurrà alla creazione di un congegno capace di ridare la vista ai ciechi. Nato come “l’ultimo road-movie”, la storia non decolla almeno fino a metà film, mentre personaggi e soggetti sono tutti una gran confusione. Persino le ambientazioni (quindici città di quattro continenti) non sono d’aiuto. Alcuni sprazzi di brio sono dati da von Sydow, dagli effetti cinematografici ad alta definizione e da una colonna sonora composita, ma il tutto resta comunque assai deludente.

Falso movimento

Storia eccessivamente metaforica (ma di tanto in tanto interessante) di un uomo scontento (Vogler) che cerca di guardare dentro di sé e al suo passato, vagando per la Germania con diversi compagni di viaggio. Sceneggiato da Peter Handke e vagamente ispirato a Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister di Goethe. Primo film per la Kinski. Il secondo (e il meno riuscito) episodio della trilogia “on the road” wendersiana, dopo Alice nelle città e Nel corso del tempo.

Nel corso del tempo

Viaggio attraverso la sconosciuta provincia tedesca di un camionista e di un autostoppista alla ricerca di se stesso, sul finire degli anni Settanta. Ennesimo film on the road di Wenders dopo Alice nelle città e Falso movimento (con i quali forma una sorta d’ideale trilogia), il film è anche un sentito omaggio del regista al cinema d’altri tempi, con numerose citazioni e riflessioni sull’argomento. Girato in un rigoroso e splendido bianco e nero. (andrea tagliacozzo)

La lettera scarlatta

Avvincente versione del classico di Hawthorne già portato varie volte sullo schermo, con la Berger che interpreta Hester Prynne, Blech è Roger Prynne e Castel il reverendo Dimmesdale. Anche se manca la spontaneità di altri film del primo Wenders, c’è molto su cui riflettere e di cui godere: in particolare, il ritratto che Wenders fa dei coloni immigrati nel New England. Rifatto nel 1995. Girato in Spagna.

Non bussare alla mia porta

Una tormentata star di film western fugge a cavallo dal set del nuovo film e decide di tornare alle proprie radici, e dalla famiglia che ha abbandonato anni prima. Di nuovo nel Southwest di Paris, Texas, Wenders e Shepard (che hanno collaborato alla storia) sembrano essere qui solo in visita, ma la sceneggiatura di Shepard si ritaglia un ruolo sostanzioso e fa il grosso del lavoro, specialmente nelle scene con la Saint (nel ruolo della madre) e la Lange. La fotografia di Frank Lustig è straordinaria. Arriscope.

Il cielo sopra Berlino

Avvincente, poetico e affascinante, una fiaba che fa meditare: due angeli vagano per le strade di Berlino Ovest, osservando la vita che li circonda e immaginando come potrebbe essere sentirsi umani. Sceneggiato da Wenders e Peter Handke e in parte ispirato ad alcune poesie di Rainer Maria Rilke. Un “must”. Con un sequel (Così lontano così vicino!) e un remake americano (City of Angels — La città degli angeli). Miglior Regia a Cannes e nomination alla Palma d’Oro.

La terra dell’abbondanza

Wim Wenders propone la sua visione dell’America dopo l’11 settembre. L’America degli emarginati. Questa fiction confronta due personaggi, Paul e Lana, a Los Angeles, città tentacolare, ambigua nel far convivere ricchi e miseri: Paul (John Diehl), patriota veterano paranoico della guerra del Vietnam che vive ancora in stato di guerra, e Lana (Michelle Williams) sua giovane nipote cristiana appena tornata da missioni umanitarie in Medioriente e Africa, che viene a Los Angeles per aiutare i poveri. La storia presenta la visione opposta di questi due esseri. Divisi come l’America è oggi fra i partigiani della violenza e quelli che cercano di curare il male. Si ritrovano quando assistono per caso all’omicidio per strada di un pakistano e cercano insieme di comprendere il motivo di quella morte.
Paul, dopo l’11 settembre, si crede di nuovo in guerra. Sono risorti i fantasmi del suo passato in Vietnam. Si veste da militare. Percorre in lungo e largo la città con il suo camioncino equipaggiato di videocamere e armi, cercando improbabili arabi sospetti. Crede ciecamente nel suo Paese. Lana, invece, crede arditamente in Dio. Collabora alla gestione di una missione cattolica a Los Angeles ed è tornata in America per ritrovare le tracce del suo passato e dell’unico membro ancora vivo della sua famiglia, lo zio Paul. Lo cerca ma lui non la vuole conoscere. La sua vita è dedicata prettamente alla guerra. Lei lo ritrova, lo ascolta, prova a comprenderlo. Solo la morte del pakistano sospettato da Paul (Shaun Toub), che decede per caso davanti alla missione cattolica di Lana, fa sì che i due si ritrovino. Paul decide di accompagnare Lana per portare il corpo del morto a suo fratello. Partono insieme per un viaggio. Si scoprono. Il film termina come una comunione.
Wenders ha voluto offrirci una sua ulteriore visione di un’America, riconosciuta come un modello vincente a livello internazionale, ma che dentro è vuota, persa. Un’America con una povertà eclatante, senza identità. Un’agonia che solo la religione cattolica riesce a placare, ma che la politica ferisce con violenza. Un’America malata dell’attacco dell’11 settembre e che non sa più come gestire se stessa, che cerca un nemico. Un’America, una volta terra di libertà, l’american dream, che non è più capace di accogliere gli stranieri.
Il regista tedesco, innamorato da sempre degli Usa, propone un discorso che potrebbe essere interessante se la sua meravigliosa sensibilità, dimostrata in tante pellicole – come Alice nelle città o Paris, Texas – fosse ancora in attività. Il problema è che da quando ha girato Fino alla fine del mondo (documentari a parte – Lisbon Story, Buena Vista, ecc… -) le sue fiction hanno perso di interesse. Questo film lo dimostra ancora una volta. La terra dell’abbondanza è imbarazzante, sbagliato. La trama è naif e scolastica. Il film noioso e presenta una mancanza di sottigliezza sconfortante. È girato benissimo in digitale e con una fotografia indiscutibile. Lanciamo un grido allora. Wim Wenders deve concentrarsi sul documentario. Lasci perdere la fiction perché l’ispirazione non c’è più. Sta sporcando il suo nome in lavori indifendibili. Non vorremmo avesse ragione Paul Valéry, quando diceva che che la bellezza è quello che fa disperare. (isabelle mical)

Don’t Come Knocking

Howard Spence ha conosciuto giorni migliori. All’inizio della sua carriera era una star del cinema western di serie B. Ancora oggi, all’età di sessant’anni fa uso di droghe, abusa dell’alcool e si intrattiene in futili rapporti con giovani ragazze per nascondere la dolorosa verità: il fallimento della sua carriera e della sua vita. Dopo aver abbandonato il set dell’ennesimo brutto film, decide di andare a trovare la madre ottantenne che non vede da lungo tempo. L’anziana donna  lo accoglie teneramente anche se da lui non ha ricevuto mai niente, se non una manciata di cartoline, e lo accudisce come se fosse ancora un ragazzo.

Nel frattempo, la produzione della pellicola di cui Howard era protagonista si è fermata. La società di assicurazione che tutela il film è sul piede di guerra  a causa dei ritardi causati dalla scomparsa del primo attore. Sguinzaglia allora un detective privato, Sutter, per ritrovarlo e fargli onorare il contratto. 
Ancora ospite della madre, l’attore viene a sapere che vent’anni prima una giovane donna lo aveva cercato. La madre dice di aver intuito che la ragazza fosse incinta. Howard è scosso al pensiero di avere un figlio disperso in qualche luogo sconosciuto. Howard parte alla ricerca del figlio e giunge a Butte, in Montana, dove molti anni prima aveva conosciuto una giovane cameriera: Doreen. Quest’ultima lavora ancora nello stesso bar e ha un figlio, Earl, musicista e cantante.
I due si incontrano e la donna, colei che aveva cercato l’attore a casa della madre, reagisce molto pacatamente all’improvvisa ricomparsa della vecchia fiamma. Il ragazzo rifiuta invece in toto il padre sconosciuto. Scoraggiato dall’esito dell’incontro, Howard è deciso a lasciare ancora Butte, quando dal nulla appare una ragazza di nome Sky. Ha esattamente la stessa età di Earl ed è un’altra, figlia di Howard, «prodotto» di un’altra relazione lampo durante la lavorazione dello stesso film.

Per la prima volta nella sua vita Howard prova a fare qualcosa per gli altri, tentando di riunire la sua famiglia. Il suo tentativo fallisce e l’uomo è addirittura sollevato quando Sutter lo rintraccia per riportarlo alla sua vecchia vita. La sua missione come padre è stata un fallimento ma i due fratelli potranno costruire il rapporto affettivo che perpetuerà il ricordo di Howard dopo la sua morte.

Don’t Come Knocking
non è il miglior film di Wim Wenders. I risultati visivi ed emotivi di
Paris, Texas
vincitore della Palma d’oro nel 1984, sono ineguagliabili. Eppure i due film hanno diversi punti in comune. Innanzitutto lo sceneggiatore Sam Shepard, qui co-sceneggiatore insieme a Wenders e attore protagonista. Poi la tendenza a utilizzare le emozioni suscitate dal paesaggio naturale e infine la poetica racchiusa in ogni inquadratura o movimento di camera.

Wenders e Shepard hanno lavorato a questo film per quattro anni, sia per problemi di carattere finanziario, sia perché, come spiegato dallo stesso regista, i due volevano ottenere il massimo dal soggetto di partenza. La lunga attesa ha però ripagato il regista, allorché Shepard ha espresso il desiderio di interpretare lui stesso il ruolo del protagonista, il che era ciò che Wenders desiderava. L’attore e Jessica Lange, già compagni nella vita reale, hanno inoltre potuto maturare con l’adeguata serenità l’idea di condividere il set dopo più di venti anni di separazione professionale.
Il regista di Dusseldorf  riesce a riprendere in mano le redini della narrazione di un conflitto interiore e a condurlo sui giusti binari raccontando la storia di un uomo che, vedendo avvicinarsi la fine della propria esistenza,  ha paura di non lasciare un segno e tenta di rivivere una paternità che ha sempre rifiutato, di una donna disillusa ma ancora capace di amare e di due giovani che, incontrando il padre, ritrovano una parte di loro stessi che li farà crescere e affrontare la vita con maggiori certezze e meno rabbia.

Don’t Come Knocking
riesce a parlare più con le immagini che con i dialoghi: le maestose vedute panoramiche comunicano ad alta voce grazie alla magistrale fotografia di Franz Lustig, incarnando perfettamente il senso opposto dei naufragi esistenziali dei suoi protagonisti e ispirando le riflessioni che la pellicola vuole suscitare. Tra le performance di maggiore impatto, quella della Lange nel ruolo di Doreen. L’attrice riesce ancora una volta a dare credibilità e spessore al suo personaggio con un’interpretazione coinvolgente e sincera. Nel cast è presente anche Tim Roth che, nella parte dell’agente privato assunto dall’assicurazione per braccare l’attore fuggiasco, fornisce una buona prova dopo un periodo di astinenza dal set. 
(mario vanni degli onesti)
 
 

Paris, Texas

Un uomo che si è smarrito per quattro anni cerca di rimettere insieme la sua vita e di riconquistare moglie e figlio. Tortuoso, autocompiaciuto e lento come tutto ciò che scrive Sam Shepard, ma si distingue per le belle interpretazioni e la ricca atmosfera western creata da Wenders e dal direttore della fotografia Robby Müller. Il film ha comunque mandato molti critici in delirio, perciò potrebbe essere questione di gusti personali. Un premio a Wenders ai BAFTA: oltre alla Palma d’Oro a Cannes.

L’amico americano

Riflessione a volte un po’ fumosa sui film di gangster statunitensi, e sull’americanizzazione dello stile di vita (e del cinema) europeo. Protagonista un giovane corniciaio, assoldato per uccidere un malvivente. Un misterioso Hopper è il personaggio del titolo. I registi Ray e Fuller interpretano alcuni gangster. Tratto dal romanzo Il gioco di Ripley di Patricia Highsmith: quest’ultimo sarà il titolo del remake, del 2003. Il personaggio interpretato da Hopper, Tom Ripley, appare anche in Delitto in pieno sole e nel suo remake, Il talento di Mr. Ripley. Nomination alla Palma d’Oro per Wenders.

The Million Dollar Hotel

Storia eccentrica alla Davis e Lisa di due giovani amanti mentalmente instabili, ambientata in un piccolo albergo della previdenza sociale di Los Angeles. Bono (degli U2) ha collaborato alla stesura di una sceneggiatura confusa e tortuosa che mette a dura prova la pazienza degli spettatori. Per fortuna l’acume di Wenders si riflette nella poesia figurativa, mentre Davies e la Jovovich svolgono al meglio la loro parte di protagonisti. Un aiuto alla riuscita del film viene da un colorito cast di supporto, anche se Gibson nella parte di un agente dell’FBI con il busto per la schiena sembra appartenere a tutt’altro film. Panavision.

Palermo Shooting

Fotografo di grande successo conosciuto in tutto il mondo, Finn vive una vita brillante ma alquanto disordinata. Non dorme mai, il suo cellulare suona in continuazione e la musica che ascolta in cuffia è praticamente il suo unico e fedele compagno. E quando all’improvviso la sua vita va in pezzi, Finn decide di abbandonare tutto e di andare a Palermo dove comincerà una nuova ed elettrizzante vita e una nuova storia d’amore.

Alice nelle città

Dopo aver vagato a lungo senza meta per l’America, un giornalista piuttosto alienato (Vogler) incontra una donna che scompare misteriosamente, costringendolo a prendersi cura di sua figlia di nove anni. Intelligente riflessione sugli effetti della cultura popolare americana, vista con gli occhi di un europeo della generazione del dopoguerra. Primo di una trilogia di road movie completata da Falso movimento e Nel corso del tempo.

Crimini invisibili

Il primo film americano di Wenders dopo Paris, Texas è splendido da guardare, ma complessivamente un po’ confuso e poco maturo. Un produttore cinematografico (Pullman) si nasconde presso una famiglia messicana dopo aver rischiato la morte perché coinvolto in un progetto ad alta sicurezza nell’osservatorio di Griffith Park. La Lind è affascinante come controfigura; la MacDowell un po’ meno convincente, vestita di soli slip e reggiseno. La musica di Ry Cooder rappresenta un punto a favore, così come il brano Until the End of the World degli U2. Super 35.

Buena Vista Social Club

Seducente documentario su un piccolo gruppo composto da veterani musicisti e cantanti dell’Avana, riuniti dal chitarrista americano Ry Cooder dopo anni passati nell’oscurità. Due dopo aver realizzato un disco, grande successo di vendite e di critica, vengono filmati da Wenders durante una sessione di registrazione, in concerto e mentre ripercorrono le tappe della loro vita e della loro carriera musicale. Anche se alcuni hanno già ottant’anni (se non novanta), la loro musica è senza tempo e la loro arte è ancora vigorosa. Nomination al Miglior Documentario nel 2000.

The Soul of a Man

La vita di tre grandi bluesman, Skip James, Blind Willie Johnson e J.B. Lenoir, esplorata dal cineasta tedesco Wim Wenders. Skip James, nato nel 1902 e morto nel 1969, pastore battista, abbandonò la carriera musicale dopo i primi anni di successi, fino a quando nel 1964 imbracciò nuovamente la chitarra. Un genio del sound di Betonia, città del Mississippi, che reinventò e sviluppò in maniera sorprendente. Blind Willie Johnson, cantante gospel texano, grande chitarrista slide, usava il blues per dare i suoi messaggi religiosi. Era cieco e suonava agli angoli delle strade, fino a quando la Columbia non gli fece incidere alcuni master. J.B. Lenoir, nato a Ponticello nel Mississippi nel 1929, morì nell’aprile del 1967 in un incidente d’auto, quando la sua carriera stava finalmente decollando. Cantava di guerre, del Vietnam, di problemi sociali, fondendo blues, jazz e boogie. Wim Wenders li racconta in maniera poetica e romanzata, ma soprattutto attraverso le loro canzoni, con l’audio originale, ma con immagini riprodotte, a parte un filmato quasi amatoriale che ha come protagonista J.B. Lenoir. Ma non solo. Wenders fa suonare i successi di questi piccoli grandi uomini ai mostri della musica attuale. E quindi un appassionato Lou Reed pizzica le corde della sua chitarra, come Nick Cave o Eagle Eye Cherry e John Mayall. Gioca sul montaggio, sugli sfumati, sul colore e su un bianco e nero virato seppia. È finto, ma non importa.
The Soul of a Man
fa parte del grande progetto voluto da Martin Scorsese per raccontare e celebrare il mondo del blues. Charles Burnett, Clint Eastwood, Mike Figgis, Marc Levin, Richard Pearce e lo stesso Scorsese ci guideranno
nell’anima,
perché «il blues è la radice, il resto sono i frutti».
(andrea amato)

Così lontano, così vicino!

Il cast perfetto di Wenders (se non il film perfetto di Wenders) riprende da dove aveva lasciato il più riuscito, Il cielo sopra Berlino. Stavolta è l’angelo Sander a divenire mortale, unendosi al vecchio amico celeste Ganz: il quale è ora sposato con l’acrobata di circo Dommartin, con cui sta crescendo una figlia e gestisce una pizzeria nella Germania riunificata. Il film procede in maniera più leggera del precedente, ma anche più superficiale; nelle parti iniziale e finale è sempre una prova ai limiti, pur essendo stato ridotto da 164 minuti.

Musica cubana

Il grande maestro della musica cubana Pìo Leìva e il tassista Bàrbaro si conoscono a L’Avana, sul taxi di quest’ultimo. Bàrbaro esprime all’artista ottantasettenne il suo sogno di fondare un gruppo che raccolga i migliori talenti della musica cubana odierna e cerca di coinvolgerlo nel progetto. Dapprima tiepido, il maestro si lascia affascinare dall’idea e segue l’ambizioso tassista nell’esplorazione dei ritmi cubani contemporanei.

Figlio legittimo di
Buena Vista Social Club
, il piccolo gioiello girato da Wenders nel 1999, anche
Musica Cubana
gode del patrocinio dell’artista tedesco, qui nel ruolo di produttore. In
Buena Vista Social Club,
Wenders filmava i sorrisi e le rughe dei grandi maestri della musica cubana dell’ultimo cinquantennio, ormai ottantenni o novantenni. Uomini profondi, segnati nel corpo e nella voce dai decenni trascorsi su un’isola contraddittoria e affascinante come Cuba. Rievocavano con dolcezza le loro vite e, insieme, uno stile musicale che rischia di sparire. Durante le riprese di quel film molti giovani artisti portarono i loro lavori al regista tedesco e al musicista californiano Ry Cooder, che collaborava con lui. In quel momento nacque l’idea di realizzare un secondo film sulla generazione dei giovani musicisti cubani. Dopo una nostalgica e vitale carrellata sul passato si è pensato di scoprire cosa avrebbe potuto riservare il futuro. Oquesta l’origine di
Musica Cubana
, che Wenders ha affidato al suo allievo German Kral.

Il film percorre artisti, luoghi e situazioni della musica cubana contemporanea attraverso lo sguardo ancora oggi incantato di Pìo Leìva e quello di Bàrbaro, businessman naif ed entusiasta. La componente narrativa è poco più che abbozzata e a volte risulta abbastanza carente di credibilità, non riuscendo sempre a risolvere la tensione fra documento e drammatizzazione. Il secondo polo prevale a tratti, ma il tentativo di fornire un certo ritratto di Cuba e del suo ambiente musicale, ammantandolo di veridicità, risulta a volte un po’ forzato e cade nello stereotipo. Così Cuba non viene raccontata con imparzialità ma secondo quella cartolina che la disegna come l’isola del ritmo, della passione, della musicalità come stile di vita. Un ritratto valido, ma monodimensionale, che dopo novanta minuti rischia di stancare.

Il confronto con
Buena Vista Social Club
è inevitabile così come il suo esito è scritto. Wenders ha raccontato personaggi come Compay Segundo e Ibrahim Ferrer, mentre i giovani di Kral hanno per forza meno da dire e forse anche per questo si limitano soprattutto a cantare. Così il film si snoda come una serie di esibizioni musicali, intervallata da brevi spezzoni narrativi che aggiungono poco. Molti dei pezzi musicali che vengono proposti sono comunque coinvolgenti per originalità e abilità dei protagonisti, sinceramente «presi» dalla loro arte oltre che dal progetto. La musica è bella: sia i grandi classici rivisitati che i pezzi nuovi, sia la musicalità cubana pura che quella contaminata via via da hip hop e venature blues.

Un appassionato di musica cubana o della Cuba più solare si riconoscerà e resterà probabilmente avvinto da questo film. Che però rimane poco vario, meno profondo e, tutto sommato, meno interessante del suo predecessore girato dal benevolo padre-padrone Wim Wenders. E in fondo, anche uscendo dalla logica del confronto, resta un prodotto con molto entusiasmo, qualche ingenuità e poca anima.
(stefano plateo)

Hammett – Indagine a Chinatown

Il primo film americano di Wenders è una vera chicca per gli amanti delle “detective story”: un adattamento del romanzo di Joe Gores sul coinvolgimento del celebre giallista Dashiel Hammett in una vicenda misteriosa (cui lo scrittore avrebbe attinto per i suoi successivi racconti). Impossibile chiedere di meglio a una ricostruzione degli anni Trenta: magnifico da vedere (e da ascoltare). La realizzazione ha richiesto diversi anni e corre voce che il produttore esecutivo Francis Coppola abbia rigirato gran parte del materiale, ma il risultato finale è inappuntabile.

Prima del calcio di rigore

Un ritratto sull’alienazione eccezionalmente perspicace e affascinante. Un portiere di calcio professionista (Brauss) abbandona la squadra e la sua vita diventa un’odissea. La regia è strabiliante. Un film che non vi dimenticherete tanto presto. Sceneggiatura di Peter Handke, tratta dal suo romanzo omonimo.

Lo stato delle cose

Un giallo affascinante anche se discontinuo per Wenders, incentrato su quello che accade mentre una troupe cinematografica in Portogallo tenta di completare un remake di Il mostro del pianeta perduto di Corman. Interessante come sbirciatina dietro le quinte della realizzazione di un film, e come omaggio a Corman.