Armageddon – Giudizio finale

Apertura col botto, poi si continua con l’appassionante (anche se improbabile) storia di un esperto di perforazione petrolifera a cui viene affidato il compito di salvare la Terra, minacciata da un enorme asteroide in caduta libera. Ma dopo un po’ tutto diventa prevedibile, e piano piano il divertimento iniziale lascia il posto alla noia. La versione “director’s cut” dura 153 minuti.

My Son, My Son, What Have Ye Done

Ispirato da vicende reali, la storia di un mito antico e di una moderna follia. Brad Macallam, un aspirante attore che recita in una tragedia greca, commette nella realtà il crimine che deve mettere in scena sul palcoscenico: uccide la madre. Il film si apre nel momento in cui agenti di polizia giungono sulla scena di un delitto trovando una donna anziana in una pozza di sangue. Davanti alla casa sono radunati vicini curiosi e stupefatti. Il presunto colpevole si è barricato in un edificio dall’altra parte della strada e a quanto pare ha con sé degli ostaggi. Arrivano i due amici cui Brad ha telefonato nelle prime ore del mattino, ma ormai è troppo tardi. Mentre assieme ai vicini cercano di capire quanto è successo, raccontano la loro storia agli investigatori che si occupano del delitto.

Le avventure di Pinocchio

Affascinante rivisitazione con attori in carne e ossa della fiaba di Collodi su un falegname che crea la magica, birichina marionetta Pinocchio… il cui unico desiderio è essere un bambino vero. Alcune variazioni rispetto alla versione di Disney, ma gentile nello spirito e godibile dall’inizio alla fine. In lingua originale, è probabile che solo gli adulti si chiederanno il perché della varietà di accenti (americano, inglese, tedesco) in una storia che si suppone ambientata in Italia. Con un sequel uscito direttamente in homevideo. 

Suspiria

Il racconto terrificante di una studentessa americana (Harper) che frequenta una scuola di danza europea, che si rivela essere un covo di streghe. Una trama spesso stupida è arricchita e compensata da inquadrature, atmosfera e colonna sonora (di Argento e del gruppo rock dei Goblin) brillanti. In tv potrebbe perdere un po’ della sua efficacia nel far venire i brividi. Disponibile anche in una versione più esplicita senza tagli che dura 107 minuti.

Dancer in the Dark

Nanni Moretti avrebbe voluto realizzare un «musical su un pasticcere trotzkista nell’Italia conformista degli anni Cinquanta». Lars von Trier fa di meglio: un musical su una metalmeccanica dell’est (comunista?) quasi cieca, in un’America artificiale, fasulla e comunque razzista. Con gusto diabolico infila Catherine Deneuve in fabbrica, infagottandola come un’algida befana. Filma ridicole evoluzioni «musical» tra tribunali, rotaie, fabbriche, in una escalation che trova il suo apice lungo i centosette passi che dividono un essere umano dalla forca. Effettivamente gli manca solo la pasticceria.

Ci chiediamo cosa ci sia di attraente in un film che sembra l’incrocio tra i musicarelli della Caselli e
L’ultima neve di primavera
, anche se (ben inteso) realizzato mille volte meglio. A detrimento di ogni «dogma», l’abilità di von Trier nel manipolare a piacimento le immagini ha dell’incredibile. La sequenza dell’assassinio del poliziotto – interminabile, lacerante, disumana – è lì a dimostrarlo: si tratta di un vero pezzo di bravura. Proprio questo fa problema. L’idea è che Lars von Trier stia giocando sporco. Con il digitale e le cento camere utilizzate nella scena del treno, con l’idea di girare a caso, con la storia del Dogma e del voto di castità, ci sta prendendo in giro. Il più è accorgersene. Nessun film è più controllato di
Dancer in the Dark
. Nei momenti chiave le inquadrature sono precise al millimetro. Spingono sull’emozione fino alla crisi di pianto. È facile immaginare il numero di spettatori che usciranno dalla sala con i fazzoletti in mano, cercando di asciugare le lacrime. E invece bisogna avere il coraggio di restare lucidi, per scoprire il bluff (vedi il ritratto di Lars von Trier di Alberto Pezzotta).

In più – come Spielberg, come Cameron, come Greenaway – Lars von Trier fa parte di quella stirpe di cineasti che Serge Daney considererebbe
promautori
: «Siccome il promautore realizza spesso i suoi film, non gli tocca più il compito di impersonare il ruolo del pubblico e del denaro di fronte all’autore. Conosce perfettamente ciò che vi inserirà» (Serge Daney, «L’exercice à été profitable, Monsieur», Paris, P.O.L., 1993). Come Kubrick, Lars von Trier è una macchina. Ma se Kubrick sapeva di dover restare (come ogni buona macchina) necessariamente distante da ciò che filmava, lasciando allo spettatore lo spazio dialettico per confrontarsi con le immagini, al contrario il danese – con la freddezza di un sadico killer travestito da anima bella – dirige e manipola lo sguardo dello spettatore fin dove gli fa più comodo, spingendo l’acceleratore verso un disgustoso patetismo. Siamo convinti che, al montaggio, egli avesse già ben chiaro il punto esatto in cui lo spettatore avrebbe allungato la mano in tasca, per cercare il fazzoletto.

«E qui parte l’applauso», affermava sicuro di sé Nando Moriconi (alias Santy Bailon) in
Un americano a Roma
, dopo il passo di tip tap. «E qui parte la lacrima», avrà pensato Lars von Trier. Davanti a
Dancer in the Dark
, voi comportatevi come lo spettatore «romanaccio» nella platea del teatro di periferia. Non fatevi fregare, fate partire una pernacchia.
(rinaldo censi)

La Terza Madre

Sarah è una studentessa straniera a Roma. Per errore libera lo spirito di Mater Lacrimarum, la Terza Madre di una triade demoniaca. Questa evoca le altre due causando un vortice di morti e paura. Sarah cerca di rimediare grazie all’aiuto di Padre Milesi, ma la situazione precipita e la giovane decide di rifugiarsi nel suo appartamento insieme all’amica lesbica Marta, una strega bianca accorsa in suo aiuto.

Argento scrive la conclusione della trilogia delle “tre madri” (Suspiriorum, Tenebrarum e Lacrimarum) iniziata con Suspiria (1977) e proseguita con Inferno (1980). Le sue consuete ossessioni sessuofobe, sadiche e misogine emergono in una forma più ambiziosa che nei suoi ultimi film, ma il confronto con le prime due parti della trilogia è imbarazzante: la confusione narrativa e l’approssimazione formale non possono essere scambiate per visionarietà. Curioso che dopo tanti squartamenti si imponga il lieto fine più banale (e cattolico!).

L’ombra del vampiro

Il dottor Murnau intende trarre un film dal romanzo di Bram Stoker, «Dracula». Ossessionato dal realismo e dalla forma cinematografica, sfianca i suoi collaboratori nel tentativo di raggiungere una maniacale perfezione. Quando tutto sembra ormai pronto per iniziare le riprese, manca all’appello solo l’attore che deve interpretare Nosferatu, il «non morto». Si tratta di un talento fuori dal comune, che per calarsi nel suo ruolo necessita di una concentrazione e di un isolamento altrettanto fuori dal comune. Ma intanto sul set iniziano a verificarsi strani incidenti… Sulla carta il progetto di Merhige non è male: il cinema è il primo (l’ultimo?) dei vampiri, e nel filmare se stesso – ossia un vampiro vero – deve necessariamente sacrificare i corpi che vivono sulla linea che separa il reale dal dispositivo di riproduzione. Il problema è che invece di sviscerare questo dramma dello specchio, dell’identificazione impossibile, Merhige preferisce semplificare la posta in gioco (che si è scelto da solo) e blandire lo spettatore con strizzatine d’occhio cinefile che al massimo strappano un sorrisino di circostanza.

Non invocheremo nemmeno il delitto di lesa «murnauità» (la caricatura che Malkovich fornisce senza colpo ferire del grande tedesco), ma anche restringendo il campo al semplice film – senza tener conto degli invocati rimandi metalinguistici – si salvano solo la ricostruzione ambientale e un divertito Willem Dafoe. Davvero un magro bottino, oltretutto ottenuto ispirandosi a uno dei massimi cineasti di tutti i tempi. Il punto è che Murnau è un vero vampiro e i suoi discepoli/film hanno trionfato sul tempo: Merhige tenta invece di imitare il mistero dei vampiri per rivelarne il segreto. Inevitabile, quindi, il fallimento.
(giona a. nazzaro)

Dracula cerca sangue di vergine… e morì di sete

Dracula emigra nell’Italia degli anni Trenta, convinto che in un paese cattolico e fascista le vergini abbondino. Solo che, ogni volta che morde il collo di una delle scostumate ragazze dell’ignara famiglia che lo ospita (il padre è De Sica, alla sua ultima apparizione), è costretto a vomitare il sangue non puro. Dallesandro, manovale comunista, farà giustizia, anche sessuale. Finalmente la versione integrale: finora, infatti, mancavano quasi tutte le scene erotiche con Stefania Casini, o tagliate o sostituite da altre più caste girate appositamente per il nostro Paese. Antonio Margheriti, che firmò la prima edizione italiana, pare fosse solo un coordinatore degli attori italiani. Uno dei film di Morrissey più felici, dove l’equilibrio tra provocazione, decostruzione dei generi classici e snobismo underground riesce a dare vita a un oggetto inclassificabile, ricco di humour nero, dove la malinconia sotterranea convive con gli eccessi
gore
.
(alberto pezzotta)