Amore senza confini

Una donna sposata lascia il marito e si innamora di un medico che fa parte di un’organizzazione umanitaria attiva nei paesi del Terzo Mondo: la loro relazione continuerà per anni, attraverso vari continenti e altrettante emergenze umanitarie. La descrizione delle terribili condizioni di vita degli abitanti delle zone più arretrate del globo terrestre è descritta magistralmente, e trasmette l’idea dell’urgenza e dell’importanza di qualsiasi aiuto. Ma che diavolo c’entra la storia d’amore in tutto questo? Mistero… Fortunatamente la presenza scenica di Owen riesce quantomeno a tenere in piedi il suo personaggio. J-D-C Scope.

La casa degli spiriti

Epica saga sudamericana che segue la turbolenta vita di una famiglia in vista dagli anni Venti fino ai primi anni Settanta. Con premesse forti (e chiaramente scritta da qualcuno per cui l’inglese non è la prima lingua), questa storia dai mille intrecci cerca di includere il misticismo del best-seller di Isabel Allende, con risultati deludenti. La Streep è del tutto fuori ruolo, e Irons è forzato nei panni di un ispanico. La figlia di 10 anni della Streep interpreta il suo personaggio da bambina. Uscito in Europa in una versione di 145 minuti. 

Ti presento i miei

L’infermiere Greg Focker (Fotter nell’edizione italiana) ama alla follia la sua ragazza Pam e vorrebbe sposarla. Ma il padre di lei, Jack, è un tipo all’antica e Greg capisce che per ottenerne la fiducia deve andare da lui a New York e chiedergli ufficialmente la mano di sua figlia. Il week-end si rivela un vero incubo: Jack è scorbutico e insopportabile e, come se non bastasse, fin dall’inizio la malasorte – sotto varie forme – si accanisce contro Greg.

Nonostante i molti difetti – e a partire da una trama esile esile –
Ti presento i miei
ha comunque un pregio non da poco: è divertente. Dopo un’inizio un po’ lento (di studio, si direbbe in un incontro di calcio…), il film prende quota e sciorina una gag dietro l’altra: non tutte azzeccate, alcune perfino prevedibili, ma la mole è tale che la risata è quasi inevitabile. L’effetto è ovviamente decuplicato dalla presenza di Ben Stiller e Robert De Niro: il primo, film dopo film, è sempre più sicuro dei suoi mezzi, mentre il secondo, per quanto efficace, gigioneggia un po’ troppo e – come spesso gli capita ultimamente – finisce per assomigliare alla parodia di se stesso. Detto questo, bisogna ammettere che la somma delle parti – gag+Stiller-De Niro – non si tramuta automaticamente in un buon film. La colpa è parzialmente da attribuire alla regia incolore di Jay Roach: corretta, professionale, ma incapace di imprimere un marchio personale alla pellicola (a riprova che le cose migliori dei due
Austin Powers
erano in realtà farina del sacco di Mike Myers). A dispetto di qualche assaggio gustoso, il risultato finale lascia quindi insoddisfatti, con l’impressione di non aver assistito a un vero film ma solo a un’incessante e non sempre ben amalgamata sequela di trovate comiche.
(andrea tagliacozzo)

Unico testimone

Il piccolo Danny assiste casualmente all’omicidio di un uomo a opera del nuovo marito di sua madre. Nessuno gli crede tranne il padre (John Travolta), fresco di divorzio. Alla fine chi gli aveva dato del visionario dovrà ricredersi. È un raro caso di suspense al contrario, fino alla fine si pensa che stia per accadere un qualsiasi colpo di scena che giustifichi 90 minuti di prevedibili banalità, ma arrivano i titoli di coda. L’assassino, Vince Vaughn (Swingers), non convince più di tanto, ma fa il suo dovere, mentre Travolta sfodera tutta la gamma dei suoi sorrisi più ebeti che gli hanno regalato la sua seconda giovinezza in Pulp Fiction, qui però c’entrano pochino. Steve Buscemi si aggira per lo schermo incredulo, forse chiedendosi dove è capitato. Il regista Harold Becker (Malice, City Hall) è specializzato in thriller, ma questo film sembra proprio tra i meno riusciti, forse anche a causa dei notevoli buchi nella sceneggiatura, che ne minano ancor più la credibilità. Sul tema del testimone ragazzino, poco credibile per via della giovane età, non c’era poi ancora molto da dire dopo Witness e Il cliente, e in effetti Unico testimone finisce per attorcigliarsi un po’ su stesso, sfiorando blandamente le tematiche del divorzio e dell’affidamento dei figli. Non maggiore la fantasia dei distributori italiani che sono ormai convinti che un thriller debba per forza avere il titolo formato da un aggettivo e un sostantivo: sarà anche una scelta che mira ad un target di pubblico ben definito, ma che noia! (ezio genghini)

Mi presenti i tuoi?

Gaylord è riuscito a entrare nelle grazie dell’inflessibile ex agente Cia Jack Byrnes. Stavolta tocca a suo padre e a sua madre passare l’esame dell’austero capofamiglia. Di fronte all’ultimo ostacolo frapposto al suo matrimonio con Pam, Gaylord si preoccupa di appianare e nascondere qualsiasi situazione imbarazzante. E ha ottimi motivi per farlo, visto che i suoi genitori sono Bernie Fotter, casalingo hippy ed emotivo e sua moglie Roz, donna eccentrica a partire dalla professione: sessuologa per anziani.

Ti presento i miei,
grande successo girato nel 2000 da Jay Roach, non poteva non generare un sequel, come si presagiva dal fatto che il primo episodio non si concludeva con il matrimonio fra i suoi protagonisti. Stavolta va in scena la famiglia Fotter, ennesima forzatura messa in atto dai traduttori di casa nostra per preservare il gioco di parole dell’edizione originale del film, in cui la famiglia si chiama Focker.

La produzione va sul sicuro e conferma in blocco il cast del primo episodio, regista compreso, regalando a quest’ultimo anche Dustin Hoffman e Barbra Streisand. Roach indirizza il film sui rassicuranti binari dell’accumulo: accumulo di star, come si è visto, di gag e di animaletti (a Sfigatto si aggiungono il bastardino Moses e il nipotino di casa Byrnes). Ne esce una pellicola collocabile a metà tra il filone demenzial-surreale e la commedia romantica.

Tutto è decisamente prevedibile. Bisogna far incontrare il rigido e quadrato papà Byrnes con i genitori di Greg? Bene, si prende il carattere del primo e lo si stiracchia al massimo nella direzione opposta, fino a ottenere Bernie Fotter (Dustin Hoffman). Si vuole avere a disposizione un serbatoio pressoché inesauribile di facili battute? Mamma Fotter (Barbra Streisand) sarà un’intraprendente sessuologa per anziani. E per chi ancora non avesse capito che Byrnes e Fotter sono antitetici e apparentemente inconciliabili, gli sceneggiatori li dotano rispettivamente di un gatto e un cane.

Le risate, in effetti, arrivano. La regia di Roach conosce i tempi comici e, pur senza incantare, confeziona alcune scene divertenti, le uniche ragioni per investire i soldi del biglietto. Dustin Hoffman è una vera sorpresa: a suo agio in camicioni rosa e sandali, forma un’affiatata coppia con una Streisand coinvolgente e quasi credibile. De Niro e Stiller funzionano bene insieme, ma questo già si sapeva. Dall’altra parte, il film perde quota a causa di numerosissime battute telefonate, inserite in una trama banale costellata di gag sessual-scatologiche. Anche chi ha riso con il primo episodio, insomma, rischia di rimanere deluso.
(stefano plateo)