Philomena

Philomena

mame cinema PHILOMENA - STASERA IN TV LA STORIA DI UNA MADRE scena
Una scena del film

Improvvisamente disoccupato, il giornalista Martin Sixsmith (Steve Coogan) decide di scrivere un libro sulla storia della Russia. Tuttavia, a una festa incontra una donna che gli racconta la storia di sua madre, Philomena Lee (Judi Dench). Ella ha infatti rivelato alla figlia che, quando era ancora una ragazza, era rimasta incinta di un giovane appena conosciuto. Secondo le convenzioni irlandesi, era stata quindi chiusa in un convento e costretta a lavorare lì. Il bambino, inoltre, era stato dato in adozione a una coppia di americani, senza che la madre potesse intervenire.

Martin e la donna iniziano quindi insieme un viaggio alla ricerca del figlio della donna. I due tornano persino al convento che aveva ospitato madre e figlio tanti anni prima, ma i molti anni trascorsi e il bigottismo della zona rendono ardua l’impresa. Riuscirà Philomena a riabbracciare il figlio perduto?

Curiosità

  • Il film è basato sul libro del vero Martin Sixsmith, The Lost Child of Philomena Lee.
  • Steve Coogan, oltre a recitare nel film, è anche autore della sceneggiatura insieme a Jeff Pope.
  • La pellicola è stata presentata in anteprima il 31 agosto 2013 all’interno del concorso ufficiale della 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Premio Osella per la migliore sceneggiatura.
  • Inoltre, nel 2014 il film si è aggiudicato quattro nomination ai Premi Oscar, tre nomination ai Golden Globe e un premio BAFTA per la Migliore sceneggiatura non originale.
  • Al Toronto International Film Festival, in più, ha ottenuto il secondo posto tra i film scelti dal pubblico.
  • Il film ha avuto successo, incassando un totale mondiale di 100.129.872 dollari.
  • La critica, inoltre, ha accolto favorevolmente la pellicola.

The Hi-Lo Country

Dopo la seconda guerra mondiale la stirpe dei cowboy di razza sta tramontando, soppiantata dai grandi allevatori che non si servono più di loro se non come manovalanza asservita. Big Boy e Pete si sforzano di resistere al signorotto locale, condividono tutto e rischiano di scontrarsi per amore di una donna. Tuttavia le vere insidie non riguardano la rivalità in amore e nemmeno la conflittualità con il padrone, ma sono concentrate invece nel nucleo familiare del protagonista. Il mondo dei cowboy e dei loro complessi rapporti con la controparte femminile, visti da un osservatore esterno che privilegia un taglio distaccato e fatalista: è questo il vero contenuto di un film che andrebbe visto più come saggio antropologico sui cowboy piuttosto che come western. In questa prospettiva,
The Hi-Lo Country
è probabilmente il più sottovalutato e moderno racconto sul crepuscolo del mito della frontiera americana realizzato negli ultimi anni. Stephen Frears, che l’ha diretto (e a cui è molto affezionato, tanto da sceglierlo come uno dei suoi film preferiti all’ultimo festival di Taormina) è un cineasta inglese trapiantato stabilmente negli Stati Uniti, che poco o niente sa del vecchio West. E così ha finito per trasformare questo vecchio progetto di Sam Peckinpah – tratto da un romanzo di Max Evans, scritto da Walon Green (lo sceneggiatore de Il mucchio selvaggio) e prodotto da Martin Scorsese – in uno spaccato sociale che non rinuncia però a un sincero omaggio ai vecchi film con John Wayne, con Woody Harrelson che gli fa il verso rivelando anche un inedito sottofondo di sventata fragilità e di comprensione nei confronti delle donne.
(anton giulio mancino)

Prick Up, l’importanza di essere Joe

Biografia del commediografo inglese Joe Orton. Negli anni Sessanta, il giovane Joe, grazie ad alcune commedie dai toni trasgressivi, si fa un nome nell’ambiente teatrale londinese. Ma non è tutta farina del suo sacco. Lo aiuta il suo amante, il più anziano Kenneth, con il quale convive da diversi anni. Una buona regia di Stephen Frears, elegante e incisiva, anche se il ritratto di Orton (e dell’epoca) è tutt’altro che esauriente. Degne di nota anche le prove di Gary Oldman (reduce da
Sid e Nancy
) e Alfred Molina.
(andrea tagliacozzo)

Rischiose abitudini

Roy Dillon è un giovane che vive di piccole truffe. Sua madre lavora per conto di uno scommettitore, al quale, poco alla volta, sottrae ingenti somme di denaro. Anche la sua amante è invischiata in attività disoneste. Tra le due donne, che si contendono l’affetto del giovane, nasce un’accesa rivalità. Il film, prodotto da Martin Scorsese, conferma le ottime doti dell’inglese Stephen Frears, elegantissimo nella messa in scena ed efficace nel dirigere l’ottimo terzetto d’interpreti. La Huston (bravissima e diabolicamente affascinante) e la Benning (attuale moglie di Warren Beatty) ebbero entrambe una poco fortunata nomination all’Oscar. Sceneggiatura di Donald Westlake, da un romanzo di Jim Thompson.
(andrea tagliacozzo)

Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese

Dopo la morte della madre, una giovane giornalista fa ritorno nel suo paese di origine, nel bel mezzo della campagna inglese, per scoprire che la casa dove é cresciuta da bambina, é stata messa in vendita. Profondamente cambiata, la ragazza suscita l’interesse di tutti nel paese, non senza lasciare inevitabili conseguenze…

Alta fedeltà

Rob Gordon (John Cusack) è il proprietario del Championship Vinyl, negozio di dischi vecchio stile della periferia di Chicago, frequentato da pochi maniaci collezionisti di pop music. Anche Rob e i suoi due dipendenti (Todd Louiso e Jack Black) sono maniaci collezionisti. E talmente snob da insultare chi ha la sventura di entrare a chiedere un qualsiasi cd da classifica per il compleanno della figlia. Ma non sono le classifiche a irritare il terzetto, perché è l’estemporanea compilazione di top five su qualsiasi argomento il succo delle loro infinite e strampalate conversazioni. E allora, quando Laura (Iben Hjejle) pianta Rob, a quest’ultimo non resta che compilare la «top five delle migliori canzoni per dire alle persone che ti hanno scaricato che, anche se ti hanno spezzato il cuore, non riesci a dimenticarle» e progettare di rincontrare i cinque peggiori fallimenti della propria vita sentimentale. La ricognizione non fa che confermare i presupposti di partenza non producendo alcuna maturazione, anche se porta inaspettatamente alla temporanea riconciliazione con Laura. Tratto da un fortunato romanzo di Nick Hornby (edito in Italia da Guanda), il film ambisce allo spaccato generazionale, radiografando i maschi trentenni e la loro patetica ambizione di tenere sotto controllo l’ansia dell’imprevisto attraverso deliranti mappe del proprio mondo (dischi, telefilm, squadre di calcio – o di baseball – modelli di auto, etichette di birra o ragazze). Per risultare davvero efficace, però, il film avrebbe bisogno di una dose di impietosa precisione in più. Ma attribuire una caratterizzazione sgradevole al protagonista probabilmente non rientrava nelle intenzioni di Cusack, qui anche produttore. Le battute migliori sono tutte nel romanzo, e anche la regia di Stephen Frears non riesce a dare un senso compiuto al partito preso di far recitare sguardo in macchina tutti i monologhi di Gordon. La colonna sonora segue il criterio del famigerato
drop the needle
: niente di straordinario nel rapporto con le immagini, ma il cd è da consigliare per i lunghi viaggi in macchina.
(luca mosso)

My Beautiful Laundrette

A Londra, il giovane Omar, membro della locale comunità pakistana, ottiene dallo zio il permesso di gestire una vecchia lavanderia. Il ragazzo decide di mettersi in affari con Johnny, suo amico d’infanzia, che finisce per diventare anche il suo amante. Sceneggiato da Hanif Kureishi, un interessante spaccato dell’ambiente pakistano nella Londra tatcheriana degli anni Ottanta. Terza regia di Stephen Frears, eccellente nonostante l’evidente povertà di mezzi.
(andrea tagliacozzo)

Piccoli affari sporchi

Okwe è un immigrato nigeriano che vive nei sobborghi di Londra dove condivide uno squallido appartamento con Senay, giovane turca senza permesso di soggiorno. I due coinquilini non si vedono quasi mai. Okwe sbarca il lunario facendo il tassista e il portiere di notte nello stesso albergo dove Senay durante il giorno lavora come donna delle pulizie. Drogato di caffeina e stimolanti per non cedere al sonno, l’uomo, che nel suo paese d’origine era un medico, si prodiga per aiutare chi, come lui, si trova in un Paese straniero senza assistenza sanitaria. Una notte Okwe fa una macabra scoperta in una delle stanze dell’hotel. Intuendo che qualcosa di terribile sta accadendo nell’albergo, il povero nigeriano si ritrova, suo malgrado, coinvolto nei loschi affari del pericoloso sottobosco criminale della periferia londinese.

Stephen Frears torna ancora una volta a raccontare storie di vita vissuta.
Piccoli affari sporchi,
pellicola girata nel 2002, è focalizza la sua attenzione su tematiche sociali come globalizzazione e immigrazione clandestina: la storia di Okwe e Senay diventa il pretesto per mettere in scena una realtà invisibile, quella di coloro che «guidano i nostri taxi e che puliscono le nostre camere», disposti a svolgere mansioni umili pur di non tornare nei Paesi d’origine. Ma il regista, accanto alle tematiche sociali legate alla vicenda narrata, pone anche elementi mutuati dal thriller dando vita a un prodotto multiforme e difficile da classificare. Nella prima parte si assiste alla messa in scena della miseria e delle difficoltà dei protagonisti, passando attraverso lo sfruttamento e il disagio sociale. La tensione e il mistero subentrano invece successivamente quando, con la trovata del traffico di organi, il film vuole trasformarsi nelle intenzioni del regista in un vero e proprio giallo. In realtà il tentativo di fare della pellicola un pamphlet sociale ne limita fortemente anche la riuscita. Si ha la netta impressione che la storia segua due fili conduttori che poco hanno in comune e che a tratti si incontrano dando vita a un risultato confuso. Anche se il vago intento poetico di Frears riesce a emergere in qualche punto. Significativo in questo senso il primo piano di un cuore umano buttato nello scarico del bagno a rappresentare metaforicamente la perdita da parte dell’individuo della pietas verso i propri simili. Poco convincente la graziosa Audrey Tautou, già protagonista de
Il favoloso mondo di Amelie,
qui alle prese con i toni drammatici di un ruolo forse poco adatto alle sue corde. Bravo, invece, Chiwetel Ejiofor nei panni del protagonista. Su tutti spicca Sergi Lòpez che sapientemente interpreta nel film l’ammiccante e sgradevole Sneaky, il gestore del sordido hotel dove si consuma il dramma. Frears, regista abile e arguto nel delineare personaggi e situazioni, sembra purtroppo perdere parte del suo tocco, offrendo un prodotto in cui l’avvicendarsi degli eventi confonde lo spettatore anziché coinvolgerlo. E, se i sobborghi di Londra abitati da immigrati, prostitute e piccoli delinquenti in lotta per la sopravvivenza ricordano le struggenti ambientazioni di loachiana memoria, il lavoro rimane un’occasione mancata rispetto alle intenzioni indubbiamente buone del regista.
(emilia de bartolomeis)

Le relazioni pericolose

La perfida marchesa di Montreuil usa l’ex amante, il non meno diabolico Visconte di Valmont, abile seduttore, per compiere vendette personali. La giovanissima Cecile e la sensibile Madame de Tourvel vengono irretite dal fascino del gentiluomo. Elegante versione dell’omonimo romanzo di Chordelos de Laclos (tratta dal lavoro teatrale di Christopher Hampton), sufficientemente raffinata e frizzante per accontentare sia la grande platea che i palati più difficili. Cast d’interpreti quasi perfetto in cui spiccano, in ruoli di contorno, due future star: Keanu Reeves e Uma Thurman. Il film uscì contemporaneamente a un’altra pellicola basata sullo stesso soggetto,
Valmont
di Milos Forman. Tre Oscar: a Glenn Close, migliore attrice, alle scene e ai costumi.
(andrea tagliacozzo)

Liam

Liam è un bambino balbuziente che vive con i suoi nel quartiere irlandese di Liverpool. Un’esistenza povera ma tranquilla, finché il capofamiglia non viene licenziato. I soldi cominciano a scarseggiare, la sua reazione è scomposta e ci sono pronti i fascisti a raccogliere il malcontento… Frears torna in Inghilterra per dedicarsi a una piccola storia proletaria ambientata fra le due guerre. Ma che l’ispirazione non sia questione di traversate transoceaniche (né di dimensioni di budget, almeno nel suo caso) lo dimostra questo Liam, che – al pari del recente
Alta fedeltà
– mostra un regista che ha smarrito il senso del proprio progetto. Frears non è un autore in grado di ricondurre qualsiasi testo al proprio universo poetico, e dovrebbe porre maggior attenzione alla scelta delle storie cui dedicarsi.

Infatti, se la vicenda ripercorre luoghi narrativi usuali, quello che colpisce è proprio la fiacchezza della messa in scena: Frears si lascia sfuggire regolarmente le occasioni offerte dal copione di Jimmy McGovern e, incapace di scegliere fra realismo e deformazione grottesca, mette sullo stesso piano l’educazione alla vita e all’immagine di Liam (piena di risvolti potenzialmente interessanti) e gli sputi in faccia di suo padre (un sempre credibile Ian Hart) al caporale che gli nega il lavoro. E alla fine il film, privo di ogni necessità interna, appare l’ennesimo prodotto di un’accademismo inutile e sconfortante.
(luca mosso)

Chéri

Ambientato nel sontuoso mondo delle cocotte d’alto bordo della Parigi Pre-Prima Guerra Mondiale, Chéri racconta la storia della relazione d’amore tra la bellissima e raffinata cortigiana Léa de Lonval (Michelle Pfeiffer) e Chéri (Rupert Friend), il figlio della sua vecchia collega e rivale Madame Peloux (Kathy Bates).

Léa introduce il viziato e inesperto ragazzo all’arte dell’amore ma, dopo sei anni, la madre, Madame Peloux, pianifica segretamente il matrimonio di Chéri con Edmée (Felicity Jones) la figlia di un’altra ricca cortigiana, Marie-Laure (Iben Hjejle). Con l’avvicinarsi della inevitabile separazione, Léa e Chéri cercano di affrontare la difficile situazione nel migliore dei modi. Tuttavia, più il tempo passa e maggiore è la consapevolezza che il loro amore ha delle radici profonde tali da fargli comprendere quanto l’uno sia importante per l’altro.

Lady Henderson presenta

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Laura Henderson, 69 anni, è appena rimasta vedova ma non ha nessuna intenzione di vivere nel ricordo dell’amato marito. Nella Londra degli anni Quaranta, colpita dai bombardamenti dell’aviazione tedesca ma ancora curiosa e vitale, c’è un teatro che aspetta solo di essere riaperto. Laura lo acquista e passa alla storia per aver mostrato in palcoscenico i primi nudi femminili.