Strategia di una rapina

Un ex ufficiale di polizia mette a punto un piano ingegnoso per una rapina ai danni di una banca. Ma i suoi due complici, uno squattrinato cantante nero e un disoccupato di razza bianca, in perenne contrasto tra di loro, rischiano di far saltare ogni cosa. Un grande noir diretto Robert Wise, ex montatore per Orson Wells (con il quale ha realizzato il leggendario
Quarto potere
) e regista di capolavori come
Lassù qualcuno mi ama
e
West Side Story
. Assai raffinato nelle atmosfere e nello studio psicologico dei personaggi. Molto interessante anche la colonna sonora jazz composta da John Lewis.
(andrea tagliacozzo)

Lolita

Per lungo tempo è stato uno dei capolavori misconosciuti di Kubrick. Pesava forse il confronto col testo di Nabokov, di cui il regista manteneva però solo lo scandaloso scheletro dell’intellettuale Humbert Humbert che si innamora della «ninfetta». Kubrick è imperturbabile come uno slapstick, come un Buster Keaton. Non a caso, il vero cuore del film è il personaggio proteiforme di Quilty, interpretato da Peter Sellers (geniale la sua contrapposizione con Mason). Un’invenzione, questa, che letta alla luce di Leslie Fiedler (il suo «Amore e morte nel romanzo americano» è di pochi anni prima), inserisce Lolita nella grande tradizione romanzesca americana. L’anno dopo sarà la volta del
Dottor Stranamore
(che anche Stranamore sia un ennesimo travestimento di Quilty?). Ma
Lolita
è soprattutto una straordinaria indagine sul desiderio nell’era della cultura di massa (geniale la scena al drive-in con
La maschera di Frankenstein
), una sorta di prova generale di
Eyes Wide Shut
. Valido anche come antidoto alla moda del panico pedofilo.
(emiliano morreale)

Winchester ’73

In una gara di tiro a segno, un cowboy vince un bellissimo fucile Winchester del 1873 che gli viene sottratto dal fratello. Mentre il cowboy dà la caccia al congiunto – responsabile, tra le altre cose, dell’assassinio del padre – il fucile passa di mano in mano fino a ritornare al legittimo proprietario. Uno dei migliori western di Anthony Mann, il primo girato con James Stewart. Particolarmente originale nella struttura narrativa e magistralmente girato (la splendida fotografia è di William Daniels), il film segnò un improvviso ritorno di popolarità del genere, che negli anni passati aveva subito un considerevole calo d’interesse da parte del pubblico americano. Scritto da Robert L. Richards e Borden Chase da un soggetto di Stuart N. Lake. Tony Curtis, giovanissimo, fa poco più di una comparsata nelle vesti di un soldato. Rock Huson, invece, interpreta il ruolo di un indiano.
(andrea tagliacozzo)

Elliott, il drago invisibile

Goffo musical Disney su un ragazzino rimasto orfano e il suo unico amico, un protettivo drago. Il tenero “mostro” animato quasi compensa le fastidiose insulsaggini degli attori veri. Un altro tentativo di ricatturare la magia di Mary Poppins, al quale però non si avvicina neppure. Alcune copie durano 121 minuti; la riedizione del 1985 è stata ulteriormente tagliata a 104 minuti. Due nomination agli Oscar.

S.O.B.

Reduce dal fallimento di un film da molti milioni di dollari, il regista Philip Farmer tenta il suicidio. Poi ha un’illuminazione: trasformerà la sua opera, originariamente concepita come una favola per bambini, in una pellicola a luci rosse. I loschi maneggi di un produttore gli impediscono di realizzare il progetto. Un satira al vetriolo del mondo del cinema, orchestrata con impareggiabile ferocia da Blake Edwards. Esilarante dall’inizio alla fine (straordinaria la sequenza del furto della salma di Farmer), il film ovviamente non gode di buona fama in patria, dove fu (prevedibilmente) un insuccesso. Julie Andrews, moglie del regista, si prende in giro con incredibile ironia. Ultima apparizione sullo schermo del bravo William Holden.
(andrea tagliacozzo)

La morte corre sul fiume

Uno psicopatico che si finge pastore, sposa ricche vedove e le uccide. I due figli fuggono e finiscono ospiti di una strana comunità di bimbi tenuta da una vecchietta. Una delle «schegge impazzite» della storia del cinema americano, unica regia dell’attore Charles Laughton, scritto da uno dei massimi critici cinematografici di sempre (James Agee) e con un cast da fiaba. La griffithiana Lillian Gish racconta ai nipotini una fiaba, e il film stesso diventa una fiaba terrificante, un gotico southern dominato da una delle più folli interpretazioni di Robert Mitchum, pastore con le parole «Love» e «Hate» tatuate sulle nocche. Una natura che diviene fatata, con cieli stellatissimi e iguane che guardano dalla riva, un mondo visto con gli occhi atterriti e macabri dell’infanzia, una fuga fluviale che sembra ripercorrere la storia del cinema come in una lanterna magica: tutto il cinema possibile in un solo film, una fiaba morale morbosa e visionaria, sullo sfondo di una metafisica Depressione.
(emiliano morreale)

Detective’s story

Il marito della ricchissima Elaine Sampson sparisce nel nulla. La donna, su suggerimento di un amico di famiglia, l’avvocato Albert Graves, assume l’investigatore privato Lew Harper. Inizialmente le indagini del detective sembrano non dare i frutti sperati, ma poi Harper riesce a scovare il corpo senza vita di Sampson nella stiva di una vecchia petroliera abbandonata. Film di grande successo, dovuto in gran parte all’ottima interpretazione di Newman piuttosto che alla regia diligente ma non troppo fantasiosa di Jack Smight. Ben architettata, comunque, la sceneggiatura.
(andrea tagliacozzo)

Doppia vita

Un attore, che non riuscendo a liberarsi delle violente passioni interpretate sulla scena confonde la realtà con la finzione teatrale, accetta la parte dell’Otello recitando a fianco della ex moglie, di cui è ancora innamorato. Un buon melodramma, assai originale nell’assunto, sceneggiato da Ruth Gordon e Garson Kanin (che torneranno a lavorare con Cukor in altre sei occasioni). L’eccellente interpretazione valse a Ronald Colman l’Oscar 1947 come miglior attore. Oscar anche alle musiche di Miklos Rosza.
(andrea tagliacozzo)

Il diario di Anna Frank

La storia più celebre sull’Olocausto, adattata dalla commedia di Frances Goodrich e Albert Hackett. Nel 1942, nell’Olanda invasa dai nazisti, Anna e la sua famiglia sono nascosti in una soffitta. La ragazza scrive un diario, dove racconta la sensazione di sentirsi braccati, nascosti come topi, mentre fuori impazza la caccia all’uomo. Interamente girato in un appartamento, il film non soffre nel ritmo grazie anche al regista che per tre ore riesce a mantenere alta la tensione. Proprio Stevens, da cineoperatore dell’esercito statunitense, aveva realizzato uno scioccante documentario sulla liberazione di Dachau. Le immagini di orrore che aveva visto quattordici anni prima hanno fatto in modo di dargli la tensione e il pathos giusto per realizzare una pellicola così delicata. Premio Oscar alla fotografia e a Shelley Winters come migliore attrice non protagonista.
(andrea amato)

Gran bollito

Lea, una napoletana trapiantata da molti anni in una città del Nord, è morbosamente attaccata al figlio Michele. Quando questi si fidanza, la donna, per il timore di vederlo andar via, fa un patto con la Morte, sacrificandole tre amiche zitelle, dai corpi delle quali ricava sapone e biscotti. Il tono grottesco del film poco si addice a un regista come Mario Bolognini, che comunque fa un buon uso del cast messogli a disposizione (curioso, infatti, l’impiego di tre interpreti maschili nei panni del trio di zitelle). Il soggetto è ispirato alla vicenda della «saponatrice di Correggio», Leonarda Cianciulli, che con le sue gesta inorridì l’Italia intera.
(andrea tagliacozzo)