Road Trip

Todd Phillips fa parte della nuova generazione di registi presunti indipendenti cresciuta con il
Sundance Festival
di Robert Redford, tutta gente che conosce bene le regole del mercato e aspira solo a ritagliarsi un posto al sole a Hollywood. Infatti non si può certo dire che
Road Trip
sia un film coraggioso: non è che una commedia sfrenata con tre collegiali – Josh, E.L. e Rubin – che ingaggiano una corsa in automobile da New York al Texas per intercettare una compromettente videocassetta spedita erroneamente alla fidanzata di Josh; nella registrazione ci sono le immagini del povero Josh che cede di fronte alle grazie dell’avvenente Beth. Prevedibili le gag (che però funzionano) e abbastanza sostenuti i tempi narrativi, scanditi da una struttura da road movie scanzonato. Ma per competere con il vecchio e insuperabile
Animal House
, modello di
Road Trip
, ci sarebbero voluti la genialità anarcoide – benché recentemente appannata – di John Landis e la carica primitiva di John Belushi, ingredienti indispensabili per una sana e non riconciliata trasgressione. La produzione esecutiva è di Ivan Reitman, che comunque di «zingarate» all’americana se ne intende.
(anton giulio mancino)

American Pie – Il primo assaggio non si scorda mai

Buona commedia adolescenziale su quattro ragazzi che muoiono dalla voglia di perdere la verginità. La fama del film è legata a gag fondamentalmente volgari, ma ben costruite intorno a situazioni e a personaggi credibili. In effetti si tratta di una comicità di vecchio stampo, nonostante la modernità delle battute. Con due sequel.

Final Destination

Il giovane Alex in partenza per Parigi, dopo alcuni presagi, «vede» (e noi con lui) il disastro in cui morirà con i suoi compagni di classe. Si precipita quindi fuori dall’aereo, salvandosi insieme alle cinque persone che, per vari motivi, lo hanno seguito. Ma (come spiega a metà film il solito nero sapiente sbucato da un saggio di Leslie Fiedler) la morte se li va a riprendere uno ad uno. Non si capisce però perché, anziché fulminarli, scelga dei complicatissimi incidenti a catena a cui manca solo il brevetto ACME di Wilcoyote. Il regista ha realizzato vari episodi di X-Files , ma qui siamo a metà strada tra le atmosfere di Il sesto senso e la dinamica narrativa dello slasher, costruita al rialzo sull’efferatezza degli omicidi. Beninteso, il film ogni tanto fa paura, giocando più sugli shock che sulla suspence; ma il procedere a ritroso dall’orrore della mutazione a quello degli incidenti domestici sfocia alla fine nella semplice iettatura. Non si può fare un film dell’orrore avendo come «cattivo» il semplice Caso. (emiliano morreale)

Il monaco

Tibet, 1943. Un monaco, addestrato alle arti marziali, riceve dal suo maestro il compito di proteggere un antichissimo manoscritto. Chi lo possiede guadagna l’immortalità e il potere assoluto. Ma sulle tracce del manoscritto c’è anche il gerarca nazista, Struker. Comincia una caccia all’uomo che si protrae per sessant’anni. Ci ritroviamo così, con un salto temporale, nell’America del 2003. Qui il Monaco incontra Kar, un ladruncolo dei bassifondi che vive in un cinema. Intravede in lui il suo «seguente», cioè colui che dovrà prendere il suo posto e proteggere il manoscritto. Ma i due dovranno però guardarsi da Struker, che, ormai vecchio, è spalleggiato dalla bella nipote Nina. Ci riusciranno?

Dopo il super tecnologico
Matrix Reloaded
pensavamo di esserci saziati. Invece ecco un nuovo film che mescola arti marziali, filosofia ed effetti speciali. Ancora una volta duelli sospesi per aria che hanno fatto la fortuna dei predecessori
Matrix
e
La tigre e il dragone. Il monaco
nasce come fumetto alla fine degli anni Novanta, caratterizzato dallo stile d’azione di Honk Hong e dalla filosofia orientale. Anche il film viaggia su queste due frequenze. Il regista Paul Hunter, autore dei video musicali di Jennifer Lopez ed Eminem e di spot pubblicitari per Coca Cola e Nike, è qui alla sua prima esperienza cinematografica. Per alcuni momenti si dimentica degli effetti speciali e il film si avvicina ad alcuni prodotti anni Ottanta. Gli inseguimenti tra i bassifondi dei quartieri orientali sembrano quelli di film come Grosso guaio a Chinatown. Il personaggio di Kar, l’occidentale che deve salvare l’oriente ricorda Eddie Murphy ne
Il bambino d’oro
. Non si lascia scappare l’occasione di citare il genere arti marziali alla Bruce Lee. A modo suo ne guadagna in originalità. I rimandi ad altri film sono comunque tanti. Hunter non si lascia scappare nemmeno l’occasione di citare il cinema-arti marziali alla Bruce lee. Nostalgia? Ma non finisce qui, perché c’è anche il nazista cattivo alla ricerca di un’antichità preziosa (episodio storicamente corretto poiché Hitler mandò più volte spedizioni in Tibet alla ricerca del Graal) in stile
Indiana Jones.
E poi c’è il mito dell’uomo immortale, sempre giovane che attraversa il tempo come in
Highlander
. Insomma un bel mix, apprezzabile dai fan del genere che dopo
Matrix
sono già in astinenza e dai nostalgici degli anni Ottanta.
(francesco marchetti)

American Pie: il matrimonio

Biggs e la Hannigan preparano le nozze, ma in questo secondo sequel la serie di American Pie inizia a mostrare un po’ la corda… specialmente quando ci viene propinato l’insopportabile Stifler (Scott). Qualche scena divertente c’è, ma le gag sono costruite in maniera grossolana. Sembra che i realizzatori vogliano solo vedere fino a quali limiti possono spingere i loro tentativi di far ridere. Super 35.

Hazzard

Remake della fortunata serie televisiva che allietò i doposcuola di una generazione di adolescenti durante gli anni Ottanta del secolo scorso. I cugini Bo (Seann William Scott) e Luke (Johnny Knoxville) Duke, ben supportati dalla sexy-cugina Daisy (Jessica Simpson), portano lo scompiglio nella sonnacchiosa contea texana di Hazzard. A bordo della loro potente Dodge Charger del ’69 con la bandiera degli stati del sud e le portiere saldate – soprannominata Generale Lee – sfuggono ai tentativi di arresto dello sceriffo Rosco (M.C. Gainey), comandato dal corrotto commissario Boss Hogg (Burt Reynolds), grazie anche alla complicità dell’anziano e iracondo zio Jesse (impersonato dal cantante country Willie Nelson).