Fbi: protezione testimoni

Bastano due star in gran forma e un soggetto divertente per fare un buon film? Probabilmente no. Specialmente se a dirigere il tutto è un regista mediocre e con scarso senso del ritmo come Jonathan Lynn. Ma nonostante i difetti, i punti morti e qualche particolare di dubbio gusto (come la recitazione caricata all’eccesso di Rosanna Arquette) si ride comunque di brutto in
Fbi: protezione testimoni
. Merito soprattutto dell’autoironico Bruce Willis, che si prende allegramente gioco della sua immagine di «duro», e della verve di Matthew Perry, un autentico ciclone che attraversa lo schermo con l’energia di un personaggio dei cartoni animati. Willis conferma di avere un gran talento per la commedia (come aveva recentemente dimostrato nel delizioso
Storia di noi due
), ma anche ai confini della parodia il suo carisma ne esce intatto e più solido che mai. Va a suo merito anche il fatto di lasciare grande spazio al suo più giovane collega, un Matthew Perry davvero scatenato, a suo agio con la comicità quasi esclusivamente fisica impostagli dal ruolo (da ammirare come riesce a cavarsela in situazioni comiche abusate, come quando urta in pieno viso una porta a vetri). Discreto anche il cast di contorno, dove spiccano il gigantesco Michael Clarke Duncan e la statuaria Natasha Henstridge. Certo, se dietro la macchina da presa avesse agito un regista del calibro di Harold Ramis il film sarebbe stato ben altra cosa. Una sorta di
Terapia e pallottole
al cubo.
(andrea tagliacozzo)

Silverado

I fratelli Emmet e Jake, accompagnati dal nero Mal e dall’avventuriero Paden, devono raggiungere Silverado, sperduto villaggio del West, per salutare la famiglia e poi partire per la California. Al loro arrivo li aspetta una brutta sorpresa: i quattro devono prendere le armi per difendere il paese da un proprietario terriero senza scrupoli. Splendida rivisitazione, spesso in chiave ironica e cinefila, del genere western, con un occhio di riguardo ai ritmi (estremamente veloci) e ai gusti del pubblico più giovane (il punto di riferimento potrebbe essere addirittura la serie
Guerre Stellari
, di cui Kasdan aveva sceneggiato il secondo episodio,
L’impero colpisce ancora
). Ottimi tutti gli interpreti. Una spanna sopra agli altri Kevin Costner, formidabile nel ruolo del giovane pistolero irresponsabile e rompicollo.
(andrea tagliacozzo)

New York Stories

Tre episodi ambientati sullo sfondo della Grande Mela: nel primo (Lezioni di vero , di Scorsese), un pittore teme che la sua giovane allieva e amante voglia lasciarlo; nel secondo (La vita senza Zoe , di Coppola), una bambina, figlia di ricchi ma separati genitori, diventa amica del figlio di uno sceicco; nel terzo (Edipo relitto, di Allen), un avvocato ebreo di mezza età è continuamente perseguitato dalla petulante e opprimente genitrice. A distinguersi sono soprattutto Martin Scorsese e Woody Allen: il primo trae il meglio (e anche di più) da un soggetto piuttosto esiguo, mettendo in mostra una tecnica eccezionale; sui toni che gli sono più congegnali, il secondo realizza invece un episodio leggero leggero ma straordinariamente divertente. Solo Francis Coppola, che ha firmato la sceneggiatura con la figlia Sofia, sembra un po’ sottotono. (andrea tagliacozzo)

Pulp Fiction

Pulp Fiction

mame cinema PULP FICTION - STASERA IN TV IL CULT DI TARANTINO scena
Una scena del film

Terzo e ultimo capitolo della trilogia pulp di Quentin Tarantino, Pulp Fiction (1994) consiste in un intreccio di storie collegate tra loro, ma presentate non in ordine cronologico. I protagonisti sono Vincent Vega (John Travolta), Jules Winnfield (Samuel L. Jackson), Mia Wallace (Uma Thurman),  Winston Wolf (Harvey Keitel), Butch Coolidge (Bruce Willis) e Marsellus Wallace (Ving Rhames). Lo stesso Tarantino appare nel film nel ruolo di Jimmie Dimmick.

Tra malavita e situazioni assurde, il film presenta un manierismo che è ben oltre il citazionismo e lo stile-videoclip degli anni Ottanta: Tarantino non cita, piuttosto se gli serve copia. Non ci sono innovazioni narrative, eppure la pellicola è ormai un cult della storia del cinema. Le inquadrature sono lunghe e tortuose, il montaggio è frenetico ma non spezzettato, le sceneggiature sono di ferro, in tutto il film non si vede mai un televisore né una cinepresa. Il cuore del suo cinema sta nella particolare stimmung che circonda la cinefilia e il senso di morte, nell’uso ormai completamente disinvolto dei materiali.

Curiosità

  • Scritto da Tarantino e Roger Avary, il film è stato diretto solo dal primo: Avary si stava dedicando in quel periodo alla sceneggiatura e alla regia di Killing Zoe, il suo esordio alla regia.
  •  Samuel L. Jackson ha definito il lavoro con Quentin Tarantino come «qualcosa di assolutamente straordinario», considerando il regista come «un’enciclopedia del cinema vivente».
  • Per quel che riguarda lo stile, Tarantino ha ammesso di essersi ispirato a grandi personaggi come Alfred Hitchcockma anche a registi di spicco del cinema noir come Don Siegel o Jean-Luc Godard.
  • In un’intervista, Tarantino ha dichiarato che secondo lui il motivo del successo di Pulp Fiction è rappresentato dalla scoperta che coglie di sorpresa lo spettatore. Più tardi dirà infatti che: «Una delle cose che preferisco nel raccontare storie come faccio io, è dare forti emozioni: lasciare che il pubblico si rilassi, si diverta e poi all’improvviso… boom!, voglio trasportarli improvvisamente in un altro film.»
  • La pellicola si è aggiudicata il premio Oscar e il Golden Globe per la Migliore sceneggiatura originale a Quentin Tarantino e Roger Avary.

Hell’s Kitchen – New York City

Dopo aver scontato cinque anni di galera per un omicidio che non ha commesso, Johnny ritorna a Hell’s Kitchen, leggendario quartiere malfamato di New York. Qui trova ad attenderlo la sua ex ragazza, che gli attribuisce la morte del fratello e intende ucciderlo. Per stare lontano dai guai Johnny va da Lou, ex pugile che lavora come stalliere. Avremmo fatto volentieri a meno di Hell’s Kitchen , filmetto di un paio d’anni fa ripescato per sfruttare l’appeal divistico conquistato nel frattempo da Angelina Jolie. Comunque, vedere per credere: c’è vita dopo l’ultracult (negativo…) The Boondock Saints . Cinciripini adora Scorsese, Ferrara, Spike Lee, ma non ha capito niente di cinema. Tra scene madri prive di qualsiasi afflato drammatico, dialoghi sentenziosi che gridano vendetta al cielo, attori che vanno a ruota libera si finisce per rimpiangere un filmetto come Bobby G. Can’t Swim e persino la furia distruttrice – pre-Dogma – di Gravesend (opera prima di Salvatore Stabile). Rosanna Arquette che canta strafatta «Ho bisogno che Gesù muoia di nuovo per i miei peccati» è cool, ma dura pochi secondi. Il resto è inguardabile. Nei titoli di coda viene ringraziato Peter Gabriel, ma non si capisce cosa abbia fatto. (giona a.nazzaro)

S.O.B.

Reduce dal fallimento di un film da molti milioni di dollari, il regista Philip Farmer tenta il suicidio. Poi ha un’illuminazione: trasformerà la sua opera, originariamente concepita come una favola per bambini, in una pellicola a luci rosse. I loschi maneggi di un produttore gli impediscono di realizzare il progetto. Un satira al vetriolo del mondo del cinema, orchestrata con impareggiabile ferocia da Blake Edwards. Esilarante dall’inizio alla fine (straordinaria la sequenza del furto della salma di Farmer), il film ovviamente non gode di buona fama in patria, dove fu (prevedibilmente) un insuccesso. Julie Andrews, moglie del regista, si prende in giro con incredibile ironia. Ultima apparizione sullo schermo del bravo William Holden.
(andrea tagliacozzo)

Crash

Uno sguardo agghiacciante su coloro che si eccitano davanti agli incidenti automobilistici; zeppo di scene sessualmente esplicite e feticiste. Potrebbe risultare interessante per uno spettatore curioso, ma in breve diventa veramente troppo difficile da reggere. Cronenberg ha adattato questo (inevitabilmente) orrendo film da un romanzo di J.G. Ballard. Scivola via con il passo lento di una Yugo… La versione censurata è tagliata di 10 minuti.

Fuori orario

L’impiegato Paul Hackett decide di accettare l’invito di una ragazza, conosciuta casualmente in un bar, e si reca di sera a Soho, uno dei quartieri più malfamati di New York. È l’inizio di una nottata senza fine durante la quale il giovane, scambiato per un ladro, finisce braccato dall’intero circondario. A metà tra la commedia e il thriller urbano, un incubo ad occhi aperti che avvolge con stile beffardo lo spettatore in un’atmosfera straniata e inquietante. Scorsese, in vena di grandi virtuosismi tecnici (che di lì in poi diventeranno il suo marchio di fabbrica), vinse un meritatissimo premio per la miglior regia al Festival di Cannes 1986.
(andrea tagliacozzo)

American Graffiti II

Tornano i protagonisti del film di Lucas (ad eccezione di Richard Dreyfuss). Le loro vicende, sempre ambientate nei gloriosi anni ’60, scorrono parallele, filmate in quattro stili completamenti diversi l’uno dall’altro. Inevitabilmente inferiore al predecessore, il film di Norton ha tuttavia diverse frecce al suo arco, non ultima quella di una realizzazione tecnica piuttosto accurata e inventiva. Harrison Ford, che aveva già preso parte al primo
American Graffiti
, fa una breve apparizione nei panni di un poliziotto in motocicletta.
(andrea tagliacozzo)

L’ultimo attacco

Da
Flight of the Intruder
di Steven Coonts. Durante la guerra del Vietnam, il pilota Jake Grafton, già frustrato per le inutilità delle missioni alle quali è assegnato, rimane sconvolto dalla morte del suo compagno. Con l’aiuto del veterano Cole e senza l’autorizzazione del comando, decide di compiere un raid su Hanoi. Retorico e militarista, nel più classico stile del regista di
Alba rossa
e
Addio al re.
Lo spettacolo, però, non manca.
(andrea tagliacozzo)

8 milioni di modi per morire

L’ex poliziotto Matt Scudder, reduce da una cura di disintossicazione dall’alcool, è deciso a vendicare la morte di un’amica, la prostituta Sunny, uccisa da uno spietato trafficante di droga, Angelo Maldonato. Per riuscirci, si serve di Sarah, già amante del losco individuo. L’ultimo film di Hal Ashby non è uno dei sui migliori, ma colpisce spesso nel segno e si fa notare per l’ottima prova di Jeff Bridges e dell’emergente (all’epoca) Andy Garcia. La sceneggiatura del film, tratta da Mille modi per morire di Lawrence Block, porta le firme di David Lee Henry e Oliver Stone. (andrea tagliacozzo)

Promesse, promesse

Ambientata nel New Jersey, negli anni Sessanta, la storia d’amore tra una ragazza ebrea della media borghesia e un giovane italiano appartenente a una famiglia di modeste origini. Si incontrano al liceo, ma dopo il diploma finiscono per perdersi di vista. Si ritroveranno solo molti anni più tardi, irrimediabilmente cambiati. Sayles, già sceneggiatore per Joe Dante, azzecca il cast e la maggior parte dei dialoghi, ma la storia, specie nella seconda parte, ha dei momenti di stanca. Tra gli interpreti secondari compare Matthew Modine, al suo primo film.
(andrea tagliacozzo)