Il senso di Smilla per la neve

Deludente adattamento del romanzo di Peter Hoeg, con la Ormond nella parte di una donna estraniata, disperata per la morte di un ragazzo inuit suo vicino e ossessionata dalla ricerca dei dettagli del suo possibile omicidio. Un po’ saga sulla ricerca dell’anima, un po’ vicenda d’azione, un po’ storia d’amore, un po’ thriller medico… ma tutto rimane slegato. Senz’altro un grande ruolo femminile, ma confuso nella sua esecuzione. 

Independence Day

Spettacolare — e stupida — saga fantacientifica su truppe aliene che volano sulla Terra e progettano di attaccarla. Il presidente Usa (Pullman) cerca di capire qual è il modo migliore per combatterle, mentre la situazione cambia di ora in ora. Gli effetti speciali — importanti e premiati con l’Oscar — sono impressionanti, ma le storie dei protagonisti sono così stupide, la scrittura così zoppicante e qualche interpretazione così forzata che, a confronto, fanno sembrare brillanti alcuni stupidi film di fantascienza degli anni Cinquanta. Esiste anche una versione con 15 minuti in più. Super 35. Un Oscar agli Effetti Speciali e un’altra nomination.

La più grande storia mai raccontata

Una versione della vita di Gesù realizzata con toni particolarmente spettacolari, senza badare a spese, con un gruppo d’attori di primissimo piano. Il regista George Stevens – che nel 1956 aveva infatti vinto l’Oscar per miglior regia con
Il gigante
– sembra avere la mano particolarmente pesante, incapace di dare una forma decente e il necessario spessore a una vicenda arcinota.
(andrea tagliacozzo)

Ufficiale e gentiluomo

Per uscire da un condizione di miseria che l’ha perseguitato per tutta l’infanzia, il giovane Zack si iscrive alla scuola ufficiali della marina. L’istruttore del corso gli rende subito la vita difficile, sottoponendolo a una lunga serie di angherie. Confezionato a dovere da Taylor Hackford, un buon dramma di stampo hollywoodiano, ben interpretato da Gere, dalla Winger e, soprattutto, dal comprimario David Keith. Bravo anche Louis Gosset Jr. nei panni dell’istruttore, che si aggiudicò l’Oscar 1981 come migliore attore non protagonista. Un premio andò anche alla canzone
Up Where We Belong
, interpretata da Joe Cocker e Jennifer Warnes.
(andrea tagliacozzo)

Live Virgin

Negli Usa è stato rititolato
American Virgin
, per fare il verso ad altri due film con la Suvari,
American Pie
e
American Beauty
. Ma è il tipo di film che laggiù al massimo esce in home video. Qui la stagione sbaracca, e trova spazio questo monstrum. Dove la Suvari, col suo testone e le sue grazie da lolita freak, è la figlia di un pornoregista (Robert Loggia, mediamente professionale) che decide di perdere la verginità in diretta. Mente dell’operazione è Hoskins, e qui scatta un altro elemento di imbarazzo: vedere il partner di Roger Rabbit finire con un uccello tatuato sulla fronte e prodursi in una serie di smorfie da guitto di terz’ordine mette una profonda malinconia. Il tipo di satire che non graffiano nulla, e che rimangono molto indietro (anche per audacia) alla realtà che prendono di mira. Più per masochisti che per trashofili: e la comparsa del simpatico ex pornodivo Ron Jeremy non vale il prezzo del biglietto.
(alberto pezzotta)

S.O.B.

Reduce dal fallimento di un film da molti milioni di dollari, il regista Philip Farmer tenta il suicidio. Poi ha un’illuminazione: trasformerà la sua opera, originariamente concepita come una favola per bambini, in una pellicola a luci rosse. I loschi maneggi di un produttore gli impediscono di realizzare il progetto. Un satira al vetriolo del mondo del cinema, orchestrata con impareggiabile ferocia da Blake Edwards. Esilarante dall’inizio alla fine (straordinaria la sequenza del furto della salma di Farmer), il film ovviamente non gode di buona fama in patria, dove fu (prevedibilmente) un insuccesso. Julie Andrews, moglie del regista, si prende in giro con incredibile ironia. Ultima apparizione sullo schermo del bravo William Holden.
(andrea tagliacozzo)

Big

Stanco di essere un ragazzino e di subire le imposizioni dei più grandi, il tredicenne Josh chiede a una strana macchina del Luna Park, raffigurante un mago orientale, di diventare adulto. La mattina dopo, con sua grande sorpresa, Josh si ritrova trasformato in un ragazzone di venticinque anni. Una piacevole commedia, realizzata in contemporanea con il similare
Da grande
di Franco Amurri. Tom Hanks, perfettamente a suo agio nel ruolo dell’adulto-bambino, si meritò una candidatura come miglior attore agli Oscar 1988 (la statuetta poi andò a Dustin Hoffman, protagonista di
Rain Man).
(andrea tagliacozzo)

Così è la vita

Un architetto di successo, ipocondriaco di vecchia data, vede il traguardo dei sessant’anni come un’autentica catastrofe. Giustamente preoccupata è invece la moglie, una cantante, che teme di avere un tumore alla gola. Una commedia realizzata in famiglia (la Andrews è la moglie di Blake Edwards, mentre nel cast appaiono Chris Lemmon, figlio di Jack, e la moglie dell’attore, Felicia Farr), affidata quasi tutta all’improvvisazione degli attori e girato dal regista nella sua casa di Malibù. Lontano dalla perfezione, probabilmente, ma ricco di grandi momenti, allo stesso tempo divertenti e malinconici.
(andrea tagliacozzo)

The Believers – I credenti del male

Dopo la tragica scomparsa della moglie, lo psichiatra della polizia Carl Jamison si trasferisce a New York assieme al figlio. Indagando su una serie di orrendi delitti, perpetrati prevalentemente ai danni di bambini, Cal intuisce che i folli responsabili appartengono a una setta religiosa denominata «Santeria». Un thriller non sempre all’altezza della situazione, ma il mestiere del regista si sente. John Schlesinger riesce infatti a creare un’atmosfera inquietante e angosciosa, anche se è spesso costretto a ricorrere a effetti raccapriccianti.
(andrea tagliacozzo)

L’onore dei Prizzi

Il boss mafioso Corrado Prizzi vuole far sposare sua nipote Maerose al killer Charley Partanna, ma questi s’innamora della bella Irene Walker. Durante una «lavoretto», Charley scopre che la ragazza, che fa il suo stesso mestiere, ha sottratto ai Prizzi un milione di dollari. A settantanove anni, il già malato John Huston (morirà nel 1987) dirige un gangster movie ironico e pungente con la freschezza di un esordiente di grande talento. Una delle prove migliori della sua carriera. Oscar 1985 alla bravissima Anjelica Huston (figlia del regista) come migliore attrice non protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Over the Top

Il camionista Lincoln Hawk, separato dalla moglie Cristina, riabbraccia dopo molti anni il figlio dodicenne. Intanto Cristina, affetta da una grave malattia, sta morendo. Padre e figlio si mettono in viaggio per raggiungere la donna. Per i due è l’occasione giusta per recuperare il tempo perduto e conoscersi più a fondo. Un film di buoni sentimenti decisamente prevedibile, anche se Stallone, che cerca di cambiare personaggio rinunciando agli atteggiamenti da macho, risulta credibile anche nei panni del tenerone.
(andrea tagliacozzo)

Doppio taglio

Jack Forrester, editore di successo con ambizioni politiche, viene accusato dell’omicidio della moglie, orrendamente seviziata. A difenderlo è chiamata una brillante avvocatessa, Teddy Barnes, che dapprima sembra riluttante, ma poi, dopo aver conosciuto l’editore, accetta l’incarico. Giallo ben costruito e ricco di suspense, con un Jeff Bridges ambiguo al punto giusto. Straordinario Robert Loggia nei panni dello sboccato mentore di Glenn Close.
(andrea tagliacozzo)

Scarface

Il cubano Tony Montana, sbarcato negli Stati Uniti assieme ad altri profughi, si fa rapidamente strada nell’ambiente criminale americano: prima come guardiaspalle di un boss della droga e poi, eliminato quest’ultimo, in proprio. La sua personalità psicotica finisce per provocarne il declino. Maestoso, debordante e violentissimo rifacimento del classico di Howard Hawks, diretto da un De Palma più barocco e delirante che mai. Il regista dilata i tempi della narrazione e accentua il rapporto incestuoso tra il protagonista e la sorella (interpretata da Mary Elizabeth Mastrantonio), già presente nell’originale ma ovviamente mitigato da Hawks per esigenze di censura. Straordinario Al Pacino, che sembra a tratti completamente in simbiosi con il suo personaggio. Sceneggiato da Oliver Stone (che aveva vinto l’Oscar con il copione di Fuga di mezzanotte). (andrea tagliacozzo)