Sogni d’oro

Il regista Michele Apicella sta girando la sua opera seconda: si tratta di
La mamma di Freud
, una biografia comica del padre della psicanalisi. Crisi creative e personali, ma soprattutto sogni e visioni, accompagnano il suo percorso fino alla fine del film, che sarà un fiasco. Il Moretti più narcisista e fastidioso, uno di quelli in cui l’intelligenza e la sincerità non riescono a bilanciare la chiusura, gli sbrodolamenti, i vezzi. Insomma,
Sogni d’oro
è un «secondo film» da manuale (consideriamo infatti
Io sono un autarchico
ed
Ecce bombo
lo stesso lavoro in doppia versione), ne possiede tutti i difetti e le incertezze. Si aggiunga poi che in quegli anni il cinema italiano era un deserto assoluto (e lo sarebbe rimasto fin quasi alla fine del decennio), nel quale lo sbandamento dei cineasti toccava il proprio nadir. Eppure, di questo film azzardato e scombinato, rimangono impressi frammenti proverbiali, pillole di ironia: Moretti che gioca a palla sul minicampo della sua stanza, Moretti-uomo lupo che urla «Perdonami, sono un mostro!», il dibattito televisivo. E poi c’è una Morante agli esordi (ma oggi è più brava e anche più bella).
(emiliano morreale)

Caruso, zero in condotta

Francesco Nuti è stato fino a oggi associato, istintivamente e peggiorativamente, a un altro interprete della comicità toscana, Roberto Benigni. L’uscita quasi contemporanea di
Caruso, zero in condotta
e di
La stanza del figlio
chiarisce l’equivoco: il vero gemello di Nuti – se vogliamo, il suo Abele – non è Benigni, bensì Nanni Moretti. Il fatto che i due si ripropongano, oggi, con lavori dalle somiglianze impressionanti (sia pure uno sul versante tragico e l’altro su quello della commedia) può voler dire molte cose. La più sensata è che il film di Moretti non è il capolavoro che tanti invocano e quello di Nuti non è la porcheriuola che tanti suppongono.

Da tempo, del resto, Nuti alterna prove di insopportabile narcisismo, la cui unica giustificazione sono le mossette e il patetico gigionismo dell’attore-autore, ad altre in cui si limita a mettersi al servizio, quasi a farsi attraversare da commedie amare e dotate di un sorprendente bagaglio di cattiveria (
Io, Chiara e lo Scuro, Son contento, Donne con le gonne
). Ora, con la fida Carla Giulia Casalini e il recente acquisto Ugo Chiti, dopo averci regalato due dei più brutti film della storia del cinema (
Il signor Quindicipalle
e
Io amo Andrea
), Nuti si riscatta almeno parzialmente con questa pellicola di ambizioni superiori, in cui racconta di un vedovo psicanalista – e adesso per favore, dopo Muccino e Moretti, basta con questi dannati psicanalisti! – che scopre la doppia vita della figlioletta, parte di una inventiva baby-gang dedita al furto semplice e intenzionata a una precoce carriera. È vero, la trama lascia un po’ a desiderare, con quella specie di thriller raffazzonato e pretestuoso che fa da filo conduttore prima di risolversi nel solito «volemose bene». Però il rapporto padre-figlia è condotto con sensibilità, intelligenza e – ciò che più sorprende – misura. E tutte le oscillazioni fra la complicità con i comportamenti criminali della ragazzina – dettata da un certo rispecchiamento con la propria cleptomania infantile – e le esigenze repressive connesse al ruolo di padre sono rese con ironia e buon senso. Infine la recitazione (perfino quella di Nuti) spicca al di sopra della norma degli standard televisivi, che potevano costituire un modello pericoloso: segno di una regia accorta. Insomma, la vena popolare, ma percorsa da intuizioni dissonanti (a partire dal riferimento a Jean Vigo che non sta solo nel titolo, o da una suora-Platinette degna di South Park) di un Nuti che tiene Nuti al guinzaglio, ci ha convinto.
(giacomo manzoli)

Agata e la tempesta

Architetto di fama con moglie psicologa e figlio maltrattato dai compagni, Gustavo scopre di essere stato adottato appena nato poiché la madre, appena sedicenne ai tempi del parto, lo ha venduto a un facoltoso architetto trasferitosi a Genova dalla Calabria. Comunicata la notizia alla sorella Agata, libraia single con figlia studentessa a Bilbao, l’uomo parte per la pianura padana e si trasferisce a casa di Romeo, commerciante di abbigliamento di dubbio gusto e figlio della madre mai conosciuta. Presto raggiunti da Agata, i due scopriranno, ciascuno grazie al «nuovo» fratello, che il mondo è più grande di quanto pensassero…

Dopo il drammatico

Brucio nel vento,
Silvio Soldini torna alla commedia con un film meno fiabesco e più surreale di

Pane e tulipani,
creando un mondo in cui il riso, le lacrime e alcuni episodi dolorosi convivono senza contraddizioni. Sceneggiata assieme a Doriana Leondeff e Francesco Piccolo, la storia di Agata e dei suoi «fratelli» prende forma grazie a tre personaggi tratteggiati a tutto tondo e molto ben interpretati da Emilio Solfrizzi (Gustavo), e, soprattutto, Licia Maglietta (Agata) e Peppe Battiston (Romeo), già all’opera in
Pane e tulipani.
Proprio Agata, sono parole dello stesso regista, è il «centro esistenziale» della storia, la persona sulla cui sensibilità ricadono gli eventi raccontati nel suo film più «colorato» (la fotografia è di Arnaldo Catinari). La costumista Silvia Nebiolo ha svolto assieme a Soldini un lavoro di caratterizzazione dei personaggi basato su colori forti, che hanno poi attraversato, a volte in stridente contrasto, ambienti dai colori altrettanto definiti creati dalla scenografa Paola Bizzarri. Apprezzabile, infine, il riuscito tentativo di parlare di libri in un film senza risultare pedanti o noiosi. Romeo (un libro letto in tutta la sua vita «perché poi non c’è più stata l’occasione») legge
Il grande Gatsby
in una balera di provincia e mette in scena uno spot in favore della letteratura molto più convincente di qualsiasi vendita promozionale.
(maurizio zoja)

Palombella rossa

In seguito a un incidente stradale, un parlamentare comunista perde la memoria. Durante una partita di pallanuoto alla quale partecipa, tornano ad affiorare nella mente del politico alcuni brandelli della sua vita. Metaforica, criptica e a volte confusa pellicola sulla crisi (d’identità?) che ha investito il PCI e i suoi iscritti verso la fine degli anni Ottanta. Ultimo film di Moretti prima dello stop a cui verrà costretto da una grave malattia. Ne uscirà rigenerato e decisamente più ottimista nella sua visione della vita nel ’94 con lo splendido
Caro diario
. La figlia di Dario Argento, Asia, interpreta la figlia del protagonista.
(andrea tagliacozzo)