Timeline

Il professor Edward Johnston (Billy Connelly), guida un giovane gruppo di archeologi, impegnati negli scavi attorno alle rovine di Castelgard, nel dipartimento francese della Dordogna, dove, nel 1357, al termine di un sanguinoso assedio, i francesi sconfissero gli inglesi nel corso della cosiddetta guerra dei cent’anni. Del gruppo fanno parte l’aitante assistente del professore, Andre Marek (Gerard Butler), la fascinosa studente Kate (Frances O’Connor) e il figlio del professore, Chris (Paul Walker), deciso a seguire le orme del padre più per amore di Kate che per reale interesse nell’archeologia. Il ritrovamento di un’antica pergamena risalente alla metà del XIV secolo, che riporta inspiegabilmente una richiesta di aiuto del professore, porta i giovani archeologi nel Nuovo Messico, dove ha sede la International Technology Corporation, misteriosa società presso la quale lo scienziato si era recato prima che le sue tracce si perdessero. Scopriranno che la ITC ha creato una macchina del tempo e che lo studioso, avendo preteso di tornare al tempo della battaglia, non ne ha fatto più ritorno. Detto fatto, i giovani decidono di tornare indietro nel tempo alla ricerca dello scomparso. Ma lo scaltro capo dell’ITC, Robert Doniger (David Thewlis) ha dimenticato di dire loro molte cose importanti…
Io ho conosciuto degli archeologi veri, una volta. Scavavano delle rovine etrusche, dalle parti dell’antichissima città di Roselle, nel cuore della Maremma toscana. Si facevano un mazzo così, sotto il sole a picco. Giovani erano giovani ma dire che fossero belli… E ti credo: caldo umido, tafani al posto delle mosche, niente acqua, magari due lire di dottorato. Magari neppure quelle… E più erano giovani, e più si facevano il mazzo. Perché gli archeologi di Hollywood sono tutti appassionati sognatori innamorati e tremendamente fighi? Mah, sia come sia, il regista-produttore Richard Donner (la quadrilogia di Arma letale, Ladyhawke, Superman come regista; X-Men come produttore) realizza un filmetto dalla partenza sciatta per non dire irritante che poi però prende il volo grazie alle scene d’azione e all’ambientazione medievale. Di gran moda da qualche tempo a questa parte, come tutto ciò che è rievocazione storica. Lo fa sul canovaccio di un signore che risponde al nome di Michael Crichton (pare si pronunci Cràiton, caso mai anche voi, come me, abbiate penosamente provato a pronunciarlo). Di mestiere Mr. Crichton scrive best seller, dai quali astuti produttori (il Donner, nello specifico) cavano film mediocri ma di sicuro successo al botteghino. Così è stato per Jurassic Park (trilogia), per Twister, per Congo e per la fortunata serie televisiva ER, quella dei dottori (pure loro appassionati sognatori innamorati e tremendamente fighi. Ma allora sei tu, Michael…).
L’ambientazione medievale è poco più di un pretesto per rispolverare il mito della macchina del tempo, del viaggiare attraverso i secoli come in un soffio di brezza, ritrovandosi muso a muso con la Storia. Peccato, perché invece Timeline avrebbe potuto essere un bel trampolino per tuffarsi con doppio carpiato nel mare della storiografia, nel gorgo delle contraddizioni-evoluzioni del linguaggio, del costume, della psiche. Avrebbe potuto soffermarsi sulle differenze-similitudini che ci legano-allontanano dai comuni avi europei. Avrebbe, appunto. Ma Timeline è un film di Hollywood, Stati Uniti d’America. Poche pippe, ladies and gentlemen, gli effetti speciali costano e bisogna pur campare! (enzo fragassi)

Fast & Furious – Solo parti originali

Sono passati otto anni da quando l’ex galeotto Dominic Toretto (Diesel) ha varcato in macchina la frontiera messicana, scegliendo un’esistenza da fuggitivo. Adesso, arenato in una capanna su una spiaggia della Repubblica Dominicana, e vivendo perennemente in fuga con l’unica cosa che gli resta del suo passato, Letty (Rodriguez), cerca di rifarsi una vita. Ma sa che le autorità gli stanno col fiato sul collo. Quando la tragica scomparsa di qualcuno che ama lo riporta a Los Angeles, Dom riprende la sua contesa con l’agente Brian O’Conner (Walker). Poiché sono costretti a confrontarsi con un nemico comune, uno spacciatore sociopatico che sta inondando gli Stati Uniti di una droga letale, Dom e Brian devono cedere e fidarsi a malincuore l’uno dell’altro, nella speranza di toglierlo di mezzo e vendicare la tragedia che ha causato nella loro piccola famiglia allargata.

Infiltrarsi nella rete clandestina significa guadagnarsi un posto nel gruppo di delinquenti che fanno passare l’eroina quasi pura dalla frontiera del Messico attraverso tunnel praticamente impraticabili scavati nelle grotte. Due capi del cartello, Campos e Fenix sono gli unici che possono offrire a Dom e Brian le risposte che stanno cercando.

The Fast and the Furious

Brian è un giovane agente di polizia con la passione dei motori, che s’infiltra nella banda di Dom Toretto nella speranza di trovare le prove necessarie per inchiodarlo alla responsabilità di una serie di rapine, di cui sono vittime i camion che trasportano elettrodomestici. Per entrare nelle grazie di Dom, Brian partecipa a una delle numerose corse illegali che Dom ei suoi organizzano lungo le strade di Los Angeles. Rob Cohen è un ottimo regista d’azione e da lui non ci saremmo mai aspettati quel thriller slavato che era
The Skulls – I teschi
. Ma evidentemente Cohen possiede un talento reale che gli permette di correre immediatamente ai ripari.
The Fast and the Furious
è un ottimo film di serie B (inteso in accezione strettamente cormaniana) tirato a lucido e sciccoso come un episodio di
Miami Vice
. Con un gusto perverso, inorganico diremmo se non si corresse il rischio di sovradeterminare la spietata efficacia del suo gesto cinematografico, Cohen filma le macchine con gusto cronenberghiano (come se fossero corpi ultraplaestrati) e i corpi come se fossero macchine tirate a lucido. Ultraveloce, il film ridicolizza
Fuori in 60 secondi
, esibisce una sensibilità digitale nella composizione dei dettagli di montaggio che concorrono a evocare lo spettro della velocità, ma non cede mai alla banalità clippistica da playstation. L’azione scorre fluida, in continuità, mentre i conflitti morali dei personaggi innervano la struttura drammatica delle immagini. Cohen dirige come un Walter Hill che ama Nicholas Ray; si lascia sedurre dalle superfici lucide e filma i suoi giovani attori con la devozione che in passato era esclusiva di gente come James Dean e Sal Mineo (concedendosi persino il lusso dell’autocitazione di
Dragon
).
The Fast and the Furious
s’innesta nella tradizione migliore del cinema americano: quella che continua a celebrare il mito della frontiera e della velocità (alla stregua di una pursuit of happiness tecnologica) come se si trattasse di un canto di gioventù mai interrotto. Dire che si tratta di roba tutta già vista, significa (più o meno) non capire un’acca di cinema.
(giona a. nazzaro)

The Skulls – I teschi

Uno di quei film in cui tutto quello che c’è da vedere è già nel trailer. Giuro comunque che l’ho visto, e anzi vi dico che alla fine c’è un bacio. Inutile a questo punto che ve lo racconti: il bambacione di Dawson’s Creek viene cooptato in una società segreta universitaria. Gli danno soldi, macchine, donne. Per fare cosa, non si sa. Però gli ammazzano anche l’amico nero, e lui ha un soprassalto di giustizialismo egualitarista: «Se una cosa è segreta, non può essere buona». La cosa più comica, comunque, è William Petersen nella parte del vecchio «Skull» buono e di sinistra (il cattivo è Craig T. Nelson). Perché mica è un film di denuncia, ma una pacchianata prodotta da quello di Cruel Intentions. Con meno soldi, meno canzoni fighe in colonna sonora, meno sesso. Proponiamo un remake italiano, dove al posto degli Skulls c’è la P2, o Lotta Continua. (alberto pezzotta)

Running

Joey Gazelle è un affiliato della mafia italiana guidata dal boss Perello a Grimley, New Jersey. Nel corso di un affare di droga organizzato in una squallida camera d’albergo, fa irruzione una banda di uomini a viso coperto intenzionati a portar via soldi e stupefacenti a Joey e ai suoi compagni: dopo un cruento scontro a fuoco, i gangster hanno la meglio e scoprono dai documenti dei banditi morti che questi in realtà sono poliziotti. Jimmy Tombs Perello, figlio del boss, affida a Joey l’incarico di sbarazzarsi delle armi compromettenti. L’uomo nasconde due pistole dietro un pannello di legno nella cantina di casa, ignaro che qualcuno lo stia osservando. Sembra tutto sistemato ma, la stessa sera, durante la cena con la sua famiglia, Joey rischia di essere ucciso dal colpo di una pistola esploso dalla casa accanto, in cui vivono Anzor, un affiliato della famiglia mafiosa russa Yugorsky, con la moglie e il figlioccio Oleg. Joey, pistola alla mano, si precipita a casa di Anzor e scopre che non è stato l’uomo a sparargli. Questo, infatti, è ferito gravemente alla spalla e racconta che a colpirlo è stato il giovane Oleg con un’arma che sembra essere proprio una delle pistole nascoste in precedenza da Joey. Inizia così una corsa contro il tempo per ritrovare, prima della polizia, il bambino e la pistola incriminante.

La recensione

L’immagine vibrante di semaforo rosso bruciato da una spider lanciata ad alta velocità. A bordo ci sono un uomo, Joey, che sembra appena uscito da una rissa, e un bambino spaventato, Oleg, con un’e

8 amici da salvare

Dopo aver contribuito al salvataggio di uno scienziato recatosi in missione in Antartide presso una stazione di ricerca americana, la guida Jerry Shepard (Paul Walker) è costretto suo malgrado, a causa di un improvviso peggioramento del tempo, ad abbandonare gli otto amati cani da slitta al loro destino. Tornato in patria, spinto dal senso di colpa, impiegherà mesi a racimolare i quattrini necessari per tornare fra i ghiacci con l’intento di riportare a casa gli eventuali superstiti. La sua ostinazione sarà premiata: grazie all’aiuto della bella pilota Katie (Moon Bloodgood), del professor McClaren (Bruce Greenwood) e del cartografo Cooper (Jason Biggs), riuscirà nell’impresa.

La recensione

Ispirato al giapponese
Antarctica
del 1985 – di per sé non un capolavoro – il regista Frank Marshall, qui in veste anche di produttore, edulcora una vicenda realmente accaduta, privandola quas

Flags of Our Fathers

Clint Eastwood racconta lo scontro tra giapponesi e statunitensi a Iwo Jima, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, battaglia tenutasi tra febbraio e marzo 1945 e di vitale e strategica importanza per la vittoria statunitense sul versante Pacifico: l’isola, insieme a Okinawa, fu una postazione fondamentale per l’esercito statunitense impegnato nei bombardamenti sul Giappone. Cinque settimane di accanita battaglia videro le truppe del generale Kuribayashi soccombere ai marine guidati dall’ammiraglio Spruance: il terribile bilancio umano fu di ventunomila caduti tra le file orientali e settemila fra quelle statunitensi (che riportò a casa anche diciannovemila feriti). Lo scontro di Iwo Jima è celebre anche per un monumento dedicato ai militari americani caduti (che in realtà ripropone a tuttotondo una fotografia di Joe Rosenthal), il Marine Corps War Memorial, nel quale sono riprodotti alcuni soldati intenti a piantare una bandiera a stelle e strisce sulla vetta del monte Suribachi (la più importante altura dell’isola di Iwo Jima).  A questo film seguirà Letters From Iwo Jima, sempre diretto da Eastwood, che racconterà la stessa vicenda dal punto di vista dei soldati giapponesi.

Trappola in fondo al mare

Assieme alle proprie ragazze, Sam e Alba, Jared e Walker si immergono nel magnifico mare delle Bahamas, sperando di ritrovare il relitto di un leggendario galeone. Trovano qualche antico reperto ma soprattutto si imbattono nella carcassa di un aereo precipitato da non molto. All’interno della carlinga c’è un importante carico di droga del valore di milioni di dollari. Jared non vuole immischiarsi in affari che non lo riguardano e potrebbero mettere lui e i suoi amici nei guai: decide così di proseguire le ricerche dell’antico tesoro nonostante Walker insista per interessarsi al carico di droga. Quest’ultimo e Alba si faranno sedurre dai soldi facili e attireranno su di loro le attenzioni dei perfidi trafficanti coinvolgendo anche l’altra coppia di amici.

Dopo il leggero
Blue Crush
(2002), John Stockwell porta sul grande schermo un thriller dall’intreccio non troppo elaborato e privo di caratterizzazioni originali. Gli spunti alla base della trama sono dei più banali (un gruppo di ragazzi intraprendenti in cerca dell’occasione giusta per cambiare vita) e i successivi sviluppi a dir poco prevedibili (i buoni che diventano cattivi e sfruttano ingenui ragazzi per il lavoro sporco). I quattro protagonisti principali, poi, sembrano ingessati in ruoli stereotipati senza la possibilità di emergere dalla narrazione, risultando così, tremendamente anonimi. Dimostrano solo di possedere il fisico scolpito nei punti giusti, ma di convincenti doti interpretative non c’è traccia. Note felici di questa pellicola sono le ambientazioni e la buona capacità del regista nell’immortalarle: non a caso il titolo originale del film è
Into The Blue
ma da noi, abituati a traduzioni a dir poco fantasiose, si è pensato bene di battezzarlo esaltando i suoi aspetti da action-movie. Peccato che siano i peggiori.
(mario vanni degli onesti)