Romanzo popolare

Giulio, maturo operaio milanese, sposa Vincenzina, una giovane di Avellino che ha tenuto a battesimo diciotto anni prima. Attivamente impegnato nei sindacati, Giulio, durante uno sciopero, conosce un giovane poliziotto, Giovanni, del quale diventa un ottimo amico. Curiosa commistione tra commedia e melodramma che affronta con intelligenza l’incontro/scontro tra il Nord e il Sud. La sceneggiatura, oltre alla firma di Monicelli, porta quelle prestigiose di Age e Scarpelli. Colonna snora di Enzo Jannacci, che collaborò al film anche come consulente dei dialoghi (in dialetto milanese) assieme a Beppe Viola.
(andrea tagliacozzo)

La moglie più bella

Esordio di Ornella Muti. In Sicilia, Vito, pupillo di un capomafia, s’innamora della bella Francesca che lo ricambia e acconsente a fidanzarsi con lui. Ma l’atteggiamento maschilista del giovane mafioso indispettisce la ragazza che rompe orgogliosamente ogni legame. Il film, tutt’altro che riuscito anche se non privo di alcuni spunti interessanti di critica sociale, è ispirato alla storia vera di Franca Viola.
(andrea tagliacozzo)

Il viaggio di Capitan Fracassa

Deludente adattamento del romanzo di Theophile Gautier, che il regista Scola progettava di portare sullo schermo già da molto tempo. Nel Seicento, un nobile squattrinato, il barone Sigognac, si unisce a una scalcinata compagnia teatrale. L’improvvisa morte di uno degli attori, costringe il giovane a buttarsi nella mischia. Quindi, vincendo la timidezza, assume il ruolo di Capitan Fracassa. Sprecato il cast, in particolare Massimo Troisi nei panni di Pulcinella.
(andrea tagliacozzo)

Uomini&Donne Amori&Bugie

Anni Sessanta. Giovanni e Anna si sposano giovani. Hanno cinque figli. Anna è una donna che ha fatto della famiglia la sua unica ragione di vita. Giovanni dirige una galleria d’arte, avrebbe preferito avere meno figli, ha un’amante. Non è mai a casa e Anna si sente sola, a farsi carico dei suoi bambini senza la comprensione del marito. Prima bambina di dieci anni poi ragazza di sedici, Nina, la secondogenita, è spettatrice è protagonista dei cambiamenti sociali del periodo.

Eleonora Giorgi si cimenta per la prima volta alla regia. Il suo film, di cui firma la sceneggiatura, è un lavoro fatto in famiglia. L’ex marito Massimo Ciavarro, è il produttore, mentre l’attuale compagno, lo scrittore Andrea De Carlo (proprio lui, quello di
Due di due)
ha scritto le musiche. Il risultato lascerà scontenta la maggior parte degli spettatori e anche chi si aspettava una
vanzinata
rimarrà deluso. Purtroppo questo film vuole puntare in alto. Attraverso la storia di una famiglia vuole raccontare un po’ di storia italiana, quella degli anni Sessanta. Troppe idee mal sviluppate, troppa superficialità. Qualcuno è ancora convinto che, per poter ricreare il clima giovanile di quel periodo, basti inquadrare poster di Dylan e dei Beatles o far suonare ad alto volume un vecchio giradischi, o ancora girare una scena d’amore dentro un maggiolone. Questo film è la fiera delle banalità. La voce narrante della Giorgi è onnipresente e finisce per risultare fastidiosa. La storia è delle più semplici, eppure l’autrice spiega tutto, racconta tutto, non lasciando il minimo spazio all’immaginazione. Gli attori, dal canto loro, non vengono aiutati dalla mediocrità di dialoghi scontati. Impossibile negare che Ornella Muti abbia una faccia da cinema ma recitare nei film di Pozzetto e Celentano è una cosa, tentare di interpretare ruoli di spessore è un’altra. E la Giorgi doveva per forza cimentarsi con la regia?
(francesco marchetti)

Flash Gordon

L’imperatore del pianeta Mongo devia il corso della Luna per distruggere la Terra. Uno scienziato della NASA, il dottor Zarro, ottenuta la collabarazione del poderoso campione di football Flash Gordon, tenta di far fallire il suo piano. Perfettamente in bilico tra il godibile e il ridicolo, il film, tratto dal personaggio dei fumetti creato da Alex Raymond, può contare su una divertente scenografia kitsch e l’energica colonna sonora composta dai Queen. Sulla recitazione dello statico protagonista e dell’imbambolata Ornella Muti è meglio stendere un velo pietoso.
Flash Gordon
era già portato sullo schermo negli anni Trenta in un serial interpretato da Buster Crabbe e in una delirante versione porno del 1972 intitolata
Flesh Gordon
.
(andrea tagliacozzo)

Storie di ordinaria follia

Tratto dai racconti dichiaratamente autobiografici di Charles Bukowski. A Los Angeles, il poeta Charles Serking (Ben Gazzara) conduce una vita sregolata. Nel bar che frequenta ogni giorno, lo scrittore incontra Cass (Ornella Muti), una bellissima prostituta, con la quale inizia una tormentata relazione. Rispetto al forte impatto suscitato dalla pagina scritta di Bukowski, il film di Ferreri appare molto blando. Gazzara e la Muti, piuttosto statici e imballati (soprattutto la seconda), non aiutano di certo il compito del regista.
(andrea tagliacozzo)

Oscar, un fidanzato per due figlie

Siamo negli anni Trenta. Il gangster Angelo Provolone, deciso a mantenere una promessa fatta al padre sul letto di morte, sta lasciare l’attività criminosa. Nello stesso giorno in cui dovrebbe entrare in società con un gruppo di banchieri, in casa Provolone si scatena il putiferio. Commedia degli equivoci divertente e movimentata, tratta da una pochade di Claude Magnier che nel 1967 aveva già ispirato
Io, due figlie e tre valigie di Edouard Molinaro
. Apparizione a sorpresa di Kirk Douglas nel ruolo del genitore morente del protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Il bisbetico domato

In seguito a un guasto alla propria automobile, la bella e giovane Lisa è costretta a fermarsi in un pasino nei pressi di Voghera. Qui s’innamora di Elia, un facoltoso agricoltore noto per la sua misoginia. Sedurlo è un’impresa, ma la giovane è pronta a tutto. Filmetto inutile (botteghino a parte), praticamente indistinguibile dagli altri confezionati su misura per il molleggiato dalla premiata ditta Castellano & Pipolo. Insopportabile la Muti. Celentano ha carisma, ma non basta a farne un attore.
(andrea tagliacozzo)

Scugnizzi

Assillato da un insistente creditore, un mediocre organizzatore di spettacoli decide di allestire una recita nel carcere minorile di Nisida nella speranza di ricavarne un congruo profitto. Durante le prove, l’uomo viene a conoscenza delle tragiche storie dei giovani reclusi. Scritto dal regista Nanni Loy a quattro mani con Elvio Porta (già co-sceneggiatore di
Cafè Express
), è un tentativo piuttosto debole di denunciare i mali di una città. Buone, comunque, le canzoni scritte da Claudio Mattone.
(andrea tagliacozzo)

Il sole nella pelle

Una studentessa di quindici anni, figlia di un ricco industriale, fa amicizia con un diciannovenne hippy con il quale intraprende una gita in mare a bordo della barca del padre. Ma durante la navigazione, i due subiscono un naufragio. Un mediocre filmetto costruito intorno all’acerba bellezza di Ornella Muti. Alessio Orano e a Muti avevano già fatto coppia l’anno prima in La moglie più bella, il film d’esordio dell’attrice romana.
(andrea tagliacozzo)

Sette criminali e un bassotto

A Montecarlo, un funzionario di polizia (Giancarlo Giannini) indaga sulla morte di una vecchietta. L’uomo sospetta di tre coppie di turisti. Deludente rifacimento americano di
Crimen
, un film del 1960 di Mario Camerini. Lo stesso Camerini ne aveva realizzato un rifacimento nel 1971 intitolato
Io non vedo, tu non parli, lui non sente
. Nell’edizione originale, il commissario, qui interpretato da Giancarlo Giannini, aveva il volto rubicondo di Bernard Blier.
(andrea tagliacozzo)

Civico 0

La pellicola racconta, tra fiction e realtà, la vita dei senza tetto, persone senza fissa dimora, non rintracciabili ad un domicilio. Nessun destinatario. Chi mai potrebbe cercare qualcuno che non esiste? Questa è la condizione in cui vivono milioni di persone in tutto il mondo, persone destinatarie solo di sofferenze e stenti.

Stasera a casa di Alice

Saverio convince il cognato Filippo, che ha perso la testa per la provocante Alice, a ritornare dalla moglie. Ma in seguito, recatosi dalla ragazza per liquidare la faccenda, anche Saverio finisce per innamorarsi di lei. Guai a non finire con i due che si contendono le grazie della bella Alice. L’accoppiata Verdone-Muti, già sperimentata con successo (almeno al botteghino) in Io e mia sorella , torna in una asfittica commedia che dopo venti minuti mostra già tutti i suoi limiti. Perfino il solitamente ottimo Sergio Castellitto sembra la parodia di se stesso. Praticamente insopportabile. (andrea tagliacozzo)

La domenica specialmente

Tre cortometraggi ambientati nella campagna italiana. Il primo, di Tornatore (con Noiret barbiere che viene comicamente disturbato da un cane), è inconsistente. Il secondo, di Bertolucci (in cui un Ganz di mezza età dà un passaggio a una giovane donna avvenente e al suo fratello ritardato), è banale. Il terzo, di Giordana (la vedova Fellini sviluppa un legame alquanto insolito con la sua nuova nuora), è il migliore, una ponderata riflessione sulla solitudine. Il quarto, di Barilli (un uomo cerca l’amore nelle discoteche romagnole) è piatto. La Fellini è la sorella di Federico, al debutto come attrice.

Non chiamarmi Omar

Il film è ambientato in una grigia città del Nord Italia, dove si agita una folla di strambi personaggi. La valigia del proprietario di una rinomata clinica, il chirurgo Omar Tavoni, contenente alcuni misteriosi e riservatissimi documenti, viene smarrita dal medico in un taxi e passa di mano in mano, fino ad arrivare in quelle di un’acida femminista. Più che grottesco, il film sembra confuso e privo di senso. Qualche buona idea in un marasma di cose non riuscite. Sceneggiatura del regista Staino e Tullio Altan (tratto da un racconto scritto dal secondo intitolato «Nudi e crudi»).
(andrea tagliacozzo)

La stanza del vescovo

Un giovanotto, che passa il tempo navigando sul Lago Maggiore a bordo della sua nuova barca a vela, conosce casualmente un tipo stravagante che gli presenta la bisbetica moglie e la sua giovane e bella cognata. Episodio minore della carriera di Dino Risi, già avviato verso il declino che sarà più evidente nel decennio successivo. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Piero Chiara, è stato sceneggiato dallo stesso scrittore assieme a Leo Benevenuti, Piero De Bernardi e al regista.
(andrea tagliacozzo)

Giallo napoletano

Raffaele Capacece, professore di mandolino classico, si è ridotto a fare il suonatore ambulante. Per colpa dell’anziano genitore, che sperpera al lotto e alla roulette tutti i loro guadagni, il musicista si ritrova coinvolto in tre misteriosi delitti. Giallorosa dalla trama fin troppo intricata, ma ben sorretto da un cast d’eccezione.
(andrea tagliacozzo)

Grandi magazzini

I locali dei Grandi Magazzini ospitano una numerosa schiera di variegati personaggi che vanno dal direttore affascinante allo sfortunato fattorino, dai ladri pasticcioni al giovane commesso, fino ad arrivare all’ambizioso capo del personale. Il classico elefante che partorisce il topolino: un cast davvero imponente per un film sciatto e scarso di trovate. Si salvano in pochi. Tra questi, spicca Nino Manfredi, nel ruolo di un attore costretto a lavorare per la pubblicità, che fa spiritosamente il verso a se stesso.
(andrea tagliacozzo)

Il conte Max

Christian De Sica riprende il personaggio già interpretato nel ’37 dal padre Vittorio ne Il signor Max e da Alberto Sordi vent’anni più tardi nell’omonimo Il conte Max . Un giovane meccanico romano si reca a Parigi per ritrovare una modella italiana della quale si è innamorato. Nella capitale francese, il giovanotto si fa passare per il conte Max, un nobile suo amico. De Sica – discreto attore ma regista di sconvolgente mediocrità – riesce a rovinare e banalizzare un soggetto che, nelle versioni precedenti, aveva fatto faville. Un sacrilegio. (andrea tagliacozzo)

Domani

Cacchiano, nella cui chiesa si trova una Madonna incinta del Beato Angelico, è uno dei paesi umbri rimasti vittime del terremoto. Nei giorni della ricostruzione seguiamo le vicende di un consigliere comunale e dei suoi parenti, che dividono il container con un’altra famiglia. E poi la storia d’amore tra la maestra e il restauratore, le incomprensioni tra compagne di classe, la solidarietà e i conflitti… Francesca Archibugi, regista educata e perbene, è affetta in sommo grado da uno dei vizi capitali del nostro cinema: l’assenza di curiosità. Il suo immaginario ha un’estensione circoscrizionale: in Domani , pur animata dalle migliori intenzioni e senza ombra di sciacallaggio, si limita a rimettere in scena il microcosmo di Mignon è partita (il suo film migliore, il più sensuale). Anziché piazza Melozzo c’è un container, ma per il resto non manca niente: i bambini che ci guardano, le mamme comprensive in crisi, le maestre sfortunate in amore, l’arrivo dell’adolescenza.
E se la pellicola respira negli esterni fotografati da Bigazzi (la Archibugi ha uno sguardo pulito, mai volgare), crolla negli interni, con Baliani-Muti-Mastandrea. Il film è ispirato ai temi di alcuni bambini delle zone terremotate, ma lo «svolgimento» è corretto e noioso, da prima della classe. (emiliano morreale)

Una lunga, lunga, lunga notte d’amore

Il film è diviso in sei episodi, tutti ambientati durante la notte del 21 dicembre. Marcello, giornalista in crisi, incontra una ragazza francese alla stazione di Torino. La giovane e provocante Irene scappa di casa, inseguita dai messaggi al telefonino del consorte. L’estetista Egle sta per sposarsi, ma trascorre un’intensa notte d’amore con Gabriele, dipendente gay innamorato di lei. L’ansiosa Carla, che intrattiene una relazione con lo sposato Alfonso, tormenta la sua vicina Cristina con mille ossessioni. Teresa, ventenne con l’hobby della radiotrasmittente, conosce Andrea, un ragazzo appassionato di vela. Infine un bastardino si innamora di una barboncina tenuta in ostaggio dalla sua padrona isterica.

Undici anni dopo
Basta! Ci faccio un film
, Emmer ritorna dietro la macchina da presa. «Scritto e filmato da Luciano Emmer», affermano i titoli di coda. E non può non far piacere questo riaffermare la centralità di una soggettività che si schiera e prende posizione, che si dichiara ed esce allo scoperto. E probabilmente è proprio questa la dimensione più autentica di
Una lunga, lunga, lunga notte d’amore
: un diario intimo polifonico che si focalizza sugli smarrimenti minimi del cuore. Purtroppo, nonostante il tratto volutamente naif di Emmer (l’episodio dei cani), il film denuncia una sfasatura drammatica tra intenzioni, desiderio di perdersi e programmaticità dell’assunto – l’insostenibile pesantezza di amori solo sognati, desiderati – che raramente riesce a farsi anche commozione e progetto di cinema.

Le premesse per una pellicola volutamente sgrammaticata, libera, in grado di intercettare battiti del cuore e fremiti di seduzioni c’erano tutte, ma è come se fossero state inibite dalla consapevolezza di Emmer di dover realizzare una minuscola operina dalle ambizioni inversamente proporzionali alle sue dimensioni. A tutto ciò si aggiunga una sceneggiatura decisamente «troppo scritta» e didascalica. In questo modo, del film di Emmer si finisce per apprezzare solo le nobili intenzioni. Nonostante Jacques Brel.
(giona a. nazzaro)

Tutta colpa del paradiso

Romeo, tornato in libertà dopo aver trascorso cinque anni anni in carcere per rapina a mano armata, vuole conoscere i genitori adottivi del piccolo Lorenzo, suo figlio. Dopo affannose ricerche, riesce a trovarli in una pittoresca baita della Val D’Aosta. Una commedia turistico-sentimentale prevedibile e fin troppo artificiosa. Discreto Francesco Nuti attore prima che si facesse prendere la mano dal suo smisurato narcisismo.
(andrea tagliacozzo)