Ritratto di signora

Una bella e ricca americana sposa un avventuriero che la ridurrà in uno stato di sudditanza psicologica. Sembrerebbe un adattamento letterario come tanti altri: i costumi e le scenografie sono quelli, la musica è addirittura Schubert e il cast è perfetto (Malkovich sembra un aggiornamento del Valmont delle Relazioni pericolose, la Kidman si conferma una delle migliori attrici della sua generazione). Il canovaccio jamesiano, coi suoi molteplici fattori di repressione, costringe invece la regista a far esplodere la violenza dei rapporti in frammenti minimi di racconto, a squarciare la vicenda con lampi sempre trattenuti, in costante conflitto con l’epoca, i personaggi, le loro psicologie. Questa tensione diventa l’anima stessa del film. La notte, i sogni, i ralenti, i primissimi piani fanno di questo film un piccolo gioiello di ambiguità, lontano da ogni manicheismo e psicologismo. Due nomination agli Oscar. (emiliano morreale)

The Interpreter

Silvia Broome (Nicole Kidman), traduttrice dell’Onu nata in Africa, ascolta per caso un complotto contro un discusso capo di stato africano, pronunciato in un raro idioma. Rivela la sua scoperta alla polizia ma Tobin Keller (Sean Penn), l’agente speciale incaricato del caso, dubita da subito della sincerità della donna. Il rapporto fra i due conosce diffidenze e momenti di intimità che si rincorrono, mentre i giorni passano, la vicenda si complica e il momento del possibile attentato si avvicina.

Sidney Pollack ha costruito un thriller di argomento politico ambientato nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, protagonista aggiunto del film. Per la prima volta nella storia un regista è stato ammesso a girare una pellicola nelle stanze dell’Onu, considerate territorio internazionale. Una chance che era stata negata persino a Hitchcock. E proprio alle atmosfere hitchcockiane deve molto questa produzione: basti pensare a

Intrigo internazionale,
ma anche a

La finestra sul cortile,
alla scelta di fare un cameo e al gusto per una suspense costante.

Naturalmente
The Interpreter
è altro rispetto a Hitchcock. È una pellicola hollywoodiana contemporanea, piuttosto tradizionale nello stile e molto curata. La tensione è quasi ininterrotta, fino a raggiungere dei picchi davvero pregevoli in qualche scena. Naturalmente è un film di genere, figlio di una ben precisa cassetta degli attrezzi: la costruzione visiva, quella narrativa, il montaggio, la scelta e la collocazione delle musiche hanno poco di nuovo, anzi. Sono però maneggiati con grande sapienza e danno risultati emotivi che ancora consentono di ridurre al silenzio chi vorrebbe ironizzare sulle decotte convenzioni hollywoodiane. L’intrattenimento formulare sopravvive, si può criticare, ma funziona.

Inoltre
The Interpreter
si preoccupa dell’attualità come rare volte succede. Si interessa di molte irrisolte questioni geopolitiche della contemporaneità: dal terrorismo, alle politiche degli affamati e violenti stati africani, alla delicata posizione dell’Onu. Tutto questo rimpolpa una sceneggiatura che prende volume e si attorciglia, senza però divenire incomprensibile. Ne resta così una trama complessa, come è inevitabile, ma avvincente e calibrata. La commistione fra impegno e intrattenimento convince anche quando ci prova Hollywood.

Una parte sostanziale dell’impatto emotivo del film è poi delegata alla relazione controversa fra i due protagonisti. Silvia è un’affascinante e misteriosa traduttrice, che Nicole Kidman risolve donandole spessore, come richiedeva un personaggio dalla storia così complessa. La Kidman ha avuto anche la costanza di imparare il Ku, un idioma fittizio, inventato appositamente per il film. Sean Penn, se possibile, si disimpegna anche meglio nel rendere l’agente speciale Keller con il suo dramma personale e le incisioni che questo ha lasciato sul suo carattere. Gli andirivieni di questi due personaggi turbati sono seguiti con partecipazione da Pollack, che a loro concede un rallentamento della macchina da presa e del montaggio, quasi a rispettare le loro vicende e a porre i drammi umani in una dimensione diversa da quelli geo-politici.

Il cocktail ha un buon sapore, strutturato e piacevole. Si tratta di un film dalle traiettorie in generale prevedibili, ma che riserva diverse sorprese e alcune scene davvero godibili. Inoltre ha l’abilità di intessere l’attualità internazionale in un thriller dai visibili contorni dell’intrattenimento. Pollack al suo meglio, anche se dentro il suo recinto. Che resta più angusto di quello di Hitchcock. Ma all’interno del quale confeziona una bella pellicola di genere secondo le care, vecchie e spesso premianti tradizioni americane.
(stefano plateo)

Malice – Il sospetto

Un professore di un college del New England si sente minacciato e messo in ombra dall’arrivo in città di un grosso chirurgo che affitta una stanza da lui e sua moglie. La trama s’infittisce e diventa sempre più sciocca, in questo esile thriller sessuale interessante. Le buone performance aiutano a nascondre i buchi della trama fino all’epilogo, in cui tutto va a pezzi. Troppo surriscaldato e piuttosto assurdo.

Dogville

In fuga da una banda di gangster che le sta dando la caccia, Grace trova rifugio nella minuscola Dogville, sulle Montagne Rocciose. Accolta non senza titubanze dagli abitanti del villaggio, accetta di lavorare in cambio della loro ospitalità. Ma quando la polizia arriva a Dogville per cercare la donna, la popolazione diventa sempre più esigente, imponendole giornate di lavoro durissime e atroci umiliazioni.

Diviso in nove capitoli e un prologo, una scelta ispirata da
Barry Lindon,
il film preferito di Von Trier,
Dogville
è la prima parte di una trilogia che proseguirà con
Manderlay,
nel quale Grace sarà in Alabama, e un terzo film intitolato
Washington,
due pellicole che difficilmente verranno interpretate dalla Kidman, sia per i numerosi impegni della diva (mai così poco diva come in questo film) che soprattutto per i frequenti scontri che l’hanno opposta al regista danese durante la lavorazione del film.
«Un film – ha detto lo stesso Von Trier – fatto più di domande che di risposte». Un film sul desiderio di vendetta e sul potere, che secondo Von Trier può logorare anche chi ce l’ha, rendendolo più insicuro e più cattivo. Riducendo la scenografia a un palcoscenico teatrale in cui le case sono sostituite dal loro profilo disegnato per terra e gli unici oggetti presenti sono quelli funzionali alla narrazione, l’autore di
Dancer In The Dark
obbliga lo spettatore a concentrarsi sui volti dei protagonisti, osservatore privilegiato di un microcosmo che potrebbe rappresentare qualsiasi sistema sociale, con le sue logiche di potere, i suoi rapporti privilegiati e le sue mutevoli gerarchie. Basta poco a corrompere una società ed è molto difficile, poi, risanarla. Anche perché chi ha subito un torto difficilmente è in grado di perdonare. Questa sembra essere la morale di un film ispirato a Von Trier da
Jenny dei pirati,
una delle canzoni de
L’opera da tre soldi
di Brecht, storia di una serva che assiste senza dolersi alla distruzione della città in cui lavora. La versione italiana della pellicola è stata ridotta a due ore e un quarto rispetto alle quasi tre dell’originale.
(maurizio zoja)

Moulin Rouge!

Un giovane intellettuale, Christian, rampollo di un padre bigotto e moralista, arriva a Montmartre. Per condurre una vita bohemién, inseguendo l’amore, la poesia, l’arte, gli ideali… Gli cade letteralmente dal soffitto Toulouse-Lautrec che con altri due scombiccherati sta mettendo in piedi uno spettacolo per il Moulin Rouge. Ma gli cade tra le braccia la più bella di tutte le cortigiane della Parigi di fine Ottocento. È Satine, protetta da Zidler l’impresario del teatro. Travolgente passione tra i due, rovinata però da un nobile danaroso, il viscido Duca, che dovrebbe finanziare lo spettacolo. E che pretende l’esclusiva per le grazie di lei. Ma la splendida Satine, per salvare lo spettacolo, farà finta di non amare più il romantico poeta… Intanto, la tisi sta minando il suo fisico… Folle, sfarzoso, kitsch, scintillante musical, un po’
Traviata
, un po’
Rocky Horror
, un po’
Bohéme
, un po’
Cantando sotto la pioggia
. Sullo sfondo, una Parigi che sta passando dall’Ottocento al Novecento sotto una luna che parla. Ma, vestite da ballerine di can-can, le signorine cantano i Beatles ed Elton John, i Rolling Stones e i Nirvana, Madonna e Sting, i Queen e Marilyn Monroe… Una stravagante storia d’amore e di passioni, con colpi di scena, invenzioni crudeli, salti temporali, lungaggini, scene melense, scene urlate, e la follia di sentire un omone vestito come cent’anni fa che intona
Like a Virgin
… Geniale Baz Luhrmann (l’autore di
Romeo + Juliet
), l’australiano al suo terzo film si cimenta con questo stravagante musical rock ai tempi di Puccini. Bravissima Nicole Kidman, che balla (bene), canta (bene) ed è bellissima. Bravo anche Ewan McGregor, l’ingenuo e gelosissimo poeta innamorato della sua Violetta (o Mimì, o Satine…). Ma bisogna lasciarsi trascinare dalla musica, dalle scene, dai costumi, dai personaggi matti, dalla follia della storia, altrimenti…

Australia

Il film segue la vicenda di un’aristocratica inglese (Nicole Kidman) che, arrivata nel lontano paese, incontra un uomo rude (Hugh Jackman) con il quale deve unire le forze per salvare la proprietà che ha ereditato. I due intraprendono un lunghissimo viaggio che cambierà per sempre le loro vite, attraverso un territorio tanto stupefacente quanto brutale, per ritrovarsi a Darwin sotto i bombardamenti dei giapponesi, che già avevano attaccato Pearl Harbor.

Da morire

Suzanne, ossessionata dall’idea di comparire in tv, è un mostro di stupidità e cinismo, pronta a tutto pur di diventare una anchor-woman. E non arretrerà nemmeno davanti all’omicidio. Nicole Kidman, vestita con tailleur da Barbie, interpreta l’idiozia vincente e autofaga dei mass-media: la sua Suzanne è talmente convinta di farcela che ce la farà davvero. Gus Van Sant finge di irregimentarsi dopo alcuni film più «scapestrati», e gira la sua prima commedia e la sua prima pellicola al femminile: sceneggiatura ben costruita, cattiveria serpeggiante e soprattutto il gusto pop della messinscena, stilizzata e colorata, «giapponese», che elimina ogni sospetto di moralismo. Certo, siamo lontani dai precursori Cukor (La ragazza del secolo) e Tashlin: il film è uno dei più misogini del decennio e lo scoperto nichilismo, l’odio per tutto e per tutti, appartengono completamente ai nostri anni. Prima che American Beauty ne facesse una moda. (emiliano morreale)

Fur

Diane Arbus è la figlia di ricchi pellicciai newyorchesi e fa da assistente al marito fotografo, il quale lavora per i suoceri nel campo della moda. Anche lei appassionata di fotografia, vive nell’ombra delle convenzioni sociali che l’oppressiva famiglia le impone, fino a quando un misterioso sconosciuto andrà ad abitare al piano di sopra del loro palazzo. Nonostante l’apparente incompatibilità iniziale, dovuta a una malattia che rende «mostruoso» il nuovo arrivato, si instaurerà fra loro una relazione sentimentale che le permetterà di cambiare la prospettiva con la quale lei aveva sempre visto le cose, e di conoscere un mondo di persone diverse, fisicamente e mentalmente, da quello che sono tuttora i canoni convenzionali. La nuova attitudine le consentirà di liberare il suo talento con il mezzo espressivo, sempre rimasto nel cassetto, e farà di lei una dei più grandi fotografi del secolo.

Billy Bathgate

Siamo negli anni Trenta. Il giovane Billy Bathgate riesce ad entrare nella banda di Dutch Schultz, leggendario gangster newyorkese. Le cose si mettono bene e il ragazzo fa rapidamente strada. Commette un solo tragico errore: s’innamora di Drew Preston, la bellissima amante del boss. Poco amato dalla critica, il film ha il suo punto di forza nell’interpretazione di Hoffman, che giganteggia nella parte di Dutch Schultz. Bravo anche Bruce Willis, che appare in un memorabile cammeo all’inizio del film. Notevoli anche la fotografia di Nestor Almendros e l’apparato scenografico messo in piedi da Patrizia von Brandenstein, Dennis Bradford e Tim Galvin. Sceneggiatura di Tom Stoppard. (andrea tagliacozzo)

Eyes Wide Shut

Dopo un party, un medico riceve la confessione delle fantasie erotiche della moglie e vaga per la città. Farà strani incontri, e finirà – indirizzatovi da un amico pianista – a un’orgia mascherata in una villa. Qui verrà smascherato, e l’indomani si metterà sulle tracce del luogo misterioso… L’ultimo capolavoro di Kubrick, un autore talmente grande da dividere e sconcertare anche dopo morto. Hanno detto: un film imperfetto, incompleto. Ma che importa? Eyes Wide Shut è una costruzione terminale, definitiva, una delle descrizioni più oscure del mondo che ci circonda. Sulla scia del Doppio sogno di Schnitzler, Kubrick ci conduce nel cuore nero dell’Occidente sviluppato, con un moralismo e un pessimismo da uomo del Settecento. La Storia è storia dei rapporti di potere, il Potere è potere sui corpi. Dominio dei ricchi sui corpi dei poveri, degli uomini su quelli delle donne. Compiendo la sua parabola, uno di geni del secolo porta Barry Lyndon nel 2001. Ma fino all’ultimo non rinuncia alla sua beffarda ironia, e affida il sugo di tutta la vicenda a uno «scopiamo» detto da una stupenda Nicole Kidman al marito. Molto più che un bel film. Un film indispensabile. (emiliano morreale)

Vita da strega

Nicole Kidman interpreta Isabel Bigelow, una giovane strega decisa a rinunciare ai suoi poteri per una «vita normale». É appena «atterrata» a Hollywood quando le capita un’occasione inaspettata: Jack Wyatt (Will Ferrell) la sceglie per interpretare Samantha nel remake della serie «Vita da Strega». Jack è un attore egocentrico che cerca di risollevare la sua carriera riportando sugli schermi una serie di successo. L’incontro con Isabel è casuale e fatale: non solo lei muove il naso con una grazia pari solo a quella di Elizabeth Montgomery, ma è soprattutto carina e sconosciuta, un binomio perfetto per garantire al presuntuoso Jack il ruolo di star del programma. Quel che Jack non può prevedere è che Isabel sia davvero una strega in grado di sconvolgergli la vita, anche senza incantesimi.
L’autrice e regista Nora Ephron torna sul grande schermo con un remake della celebre serie televisiva. L’idea è nata dalla somiglianza tra Elizabeth Montgomery e Nicole Kidman e dal desiderio di quest’ultima di calarsi nei panni di una «strega per amore». In effetti, il tentativo di immaginare una strega alle prese con la vita normale a distanza di quarant’anni risulta divertente: Isabel disfa scatoloni e «doma» i cavi dell’home teather tirandosi semplicemente l’orecchio… L’unica «magia» che proprio non riesce ad arrivare al pubblico è quella che dovrebbe scattare tra Isabel e Jack. La Kidman è, come sempre, brava ma è davvero difficile credere che una donna (qualsiasi donna, figuriamoci l’eterea Nicole) possa innamorarsi di un uomo così scialbo, meschino e immaturo. Se l’alchimia tra i due protagonisti non convince, Shirley MacLaine nei panni di Iris Smythson (l’attrice che interpreta Endora, mamma di Samantha) è a dir poco impeccabile. (sara dania)

The Hours

Virginia Woolf, Laura Brown e Clarissa Vaughan. La prima vive negli anni Venti, la seconda nei Cinquanta e la terza ai giorni nostri. Sussex, Los Angeles e New York. Tre storie, un unico filo conduttore: il libro Mrs Dalloway. Virginia Woolf (Nicole Kidman) nel 1921 inizia a scrivere il libro che verrà pubblicato nel 1925, Mrs Dalloway appunto. Vive fuori Londra, in una casa di campagna, accudita dal marito e dai medici. La sua malattia mentale avanza e la scrittrice se ne accorge. Laura Brown (Julianne Moore) vive a Los Angeles e nel 1952 inizia a leggere il libro della Woolf. La sua vita sembra normale: ha un marito che la ama molto e un figlio adorabile. La lettura del romanzo, però, le sconvolge la vita e mette in discussione, per la prima volta, tutte le sue certezze. Clarissa Vaughan (Meryl Streep) vive a New York e sta preparando la festa per il suo amico poeta, ex amante, Richard, malato terminale di Aids. Richard la chiama Mrs Dalloway, perché lei ne è l’incarnazione in chiave moderna. Le tre donne ricercano la propria esistenza, il significato della loro vita e, come diceva la Woolf, la vita di ognuno è legata in qualche modo a quella di altri. Tratto dall’omonimo romanzo di Michael Cunningham, pubblicato nel 1998 e premiato con il Pulitzer nel 1999, The Hours è un film sulle fragilità umane, non solo femminili. Tre spaccati di vita, in tre epoche diverse, ma tutte intercambiabili l’una con l’altra. Ottima la regia, il montaggio, la fotografia, le scene, i costumi e, ovviamente, la sceneggiatura. Come spina dorsale del film le tre attrici, al solito insuperabili. Oscar alla Kidman e altre otto nomination. (andrea amato)

Rabbit Hole

Un tragico incidente sconvolge Becca e Howie Corbett: la vita della coppia felicemente sposata cambia per sempre in seguito alla morte del figlio Danny.

Becca, un tempo donna in carriera oggi casalinga, cerca di ridefinire la propria esistenza in un paesaggio surreale di amici e familiari carichi di buone intenzioni, finché trova conforto in una misteriosa relazione con Jason, un giovane e inquieto artista di fumetti.

Ossessionata da quest’uomo, Becca si distrae dal ricordo di Danny, mentre Howie immerso nel passato, cerca rifugio negli estranei che gli offrono ciò che la moglie è incapace di dare. Entrambi alla deriva, Becca e Howie, finiranno per prendere pericolose decisioni nello scegliere il cammino che determinerà il loro destino.

Ritorno a Cold Mountain

1864, vigilia della Guerra Civile Americana. Un reverendo lascia Charleston per il clima più mite di Cold Mountain, nella Carolina del Nord. È con lui la sua incantevole figlia Ada che adocchierà (e sarà adocchiata da…) il giovane taciturno Inman. Lui, da confederato, andrà alla guerra. Vedrà orrori e sarà ferito, ma avrà sempre il pensiero lì, alla sua Ada che ha giurato di aspettarlo. Lei infatti lo aspetta. E imparerà a far andare avanti la sua fattoria anche grazie a una ragazza-maschiaccio Ruby…

Il regista inglese, di origini italiane, Anthony Minghella
(Il paziente inglese, Il talento di Mr. Ripley)
firma
Ritorno a Cold Mountain,
un kolossal sentimental-bellico in costume. Una grande storia d’amore, una storia americana, un grido contro la guerra. Una storia d’amore che si basa appena su qualche sguardo e su un unico bacio appassionato, dove lei, la splendida (e brava) Nicole Kidman, e lui, un bello e bravo Jude Law – attore amato da Minghella – poco si vedono insieme durante il film. Ma tutto il film è basato su questo legame forte e indistruttibile, su questo magnetismo a distanza. Viaggiano lontane e parallele le due storie, lui in guerra, in fuga, in tentazione, nel dolore. Lei, nel dolore, nel tentativo di farcela, di crescere… Con una terza figura importante, quella della aspra e maschia Ruby, una ragazza tutta praticità e niente (apparentemente)
cuore che rappresenta l’altra metà di Ada. Una poetica, sognatrice, suonatrice di piano e delicata, l’altra dura, attiva, forte, robusta. Peccato che Ruby sia interpretata da una francamente insopportabile Renée Zellweger, tutta un arricciar di naso, tutta una smorfia e una fastidiosa andatura da maschiaccio e nonostante un Oscar come miglior attrice non protagonista. E poi è un grido contro la guerra: perché qui non si parteggia né per il Nord, né per il Sud. Qui si fa il tifo solo perché la guerra finisca. È la guerra vista da chi dalla guerra è disorientato e annientato, per cui la guerra non ha giustificazioni né spiegazioni. O forse è solo la scusa per compiere nefandezze e obbrobri.
Un duplice, romantico viaggio ricostruito perfettamente (e maniacalmente): con imponenti scene di guerra, ma anche con paesaggi, particolari e costumi ricostruiti alla perfezione. Ottima la fotografia (il film è stato girato in Romania), bellissime le scene di Dante Ferretti. Certo, ci sono lungaggini (in due ore e mezzo di film c’è il rischio di annoiarsi), la melassa è in agguato, ma il kolossal della storia e del sentimento è comunque ben fatto. È furbo, perché batte sui tasti giusti. Sul sentimento e sull’ideale perduto da riconquistare. Appassiona, anche. A patto di essere in vena di sentimentalismi… Tra i comprimari, Donald Sutherland, Philip Seymour Hoffman, Giovanni Ribisi, Brendan Gleeson, Natalie Portman.
(d.c.i.)

The others

Avvincente storia di fantasmi ambientata su un’isola della Manica nel 1945: una donna disturbata, il cui marito non è mai tornato dalla guerra, cerca di mandare avanti la sua vecchia casa da brivido mentre protegge — o iper-protegge? — i suoi due bambini piccoli. Un nuovo staff di custodi potrebbe essere parte della soluzione, oppure solo un’altra manifestazione del problema. Nella tradizione di Gli invasati (1963), questo lugubre film costruisce la tensione senza mostrare virtualmente nulla, ma accendendo la nostra immaginazione. Scritto dal regista; Tom Cruise è il co-produttore esecutivo.

Ore 10: calma piatta

Ancora scossi dalla morte del figlioletto, i coniugi Ingram partono sul loro yacht per una crociera nel Pacifico. Durante la navigazione, i due raccolgono a bordo uno strano individuo che non tarda a rivelarsi uno psicopatico. Basato su una novella di Charles Williams che anche Orson Welles, a metà degli anni Sessanta, aveva cercato di portare sullo schermo. L’australiano Philip Noyce, in seguito regista dei mediocri
Giochi di potere
e
Sliver
, se la cava piuttosto egregiamente (è il suo film migliore con il divertente
Furia cieca
) riuscendo a creare una grande tensione per quasi l’intera durata del film. Prevedibile, ma quasi inevitabile, il doppio finale. Efficace Billy Zane – futura nemesi del DiCaprio di
Titanic
– nel ruolo dello psicopatico.
(andrea tagliacozzo)

Birthday Girl

John è un impiegato di banca insoddisfatto. Ma soprattutto, vivendo in un paese alle porte di Londra, ha difficoltà a trovare una donna. Su Internet scova un’agenzia matrimoniale russa («From Russia with love»…). Arriva la bellissima Nadia che non parla una parola di inglese. Comunicano – molto bene – a letto. Lui si affeziona alla ragazza. Ma un giorno, che lei dice essere il suo compleanno, bussano alla porta due individui russi. Torta e auguri. Uno sostiene di essere un cugino di Nadia, l’altro un amico. John tollera per un po’, poi li caccia: ma i due sono truffatori che, minacciando di uccidere Nadia, obbligano l’impiegato a svaligiare la banca… John scopre che i tre sono d’accordo, che Nadia capisce e parla l’inglese e che è la fidanzata, incinta, di uno dei due. La truffa del compleanno è già stata messa a segno varie volte, in vari Paesi. Eppure tra Nadia, che in realtà si chiama Sofia, è nato qualcosa…

Un’idea accattivante per una commedia che si regge, quasi completamente, sulla protagonista che per buona parte del film è muta (e anche moderatamente senza veli). Oppure parla russo (corso intensivo di otto settimane) con i compari. Nicole Kidman, che nell’ultima stagione è passata dalla divertente follia di
Moulin Rouge!
alla psicosi di
The Others
, è brava e bella. Perfetta tonta quando finge di non capire, sensuale quando capisce benissimo i giochetti sadomaso del bancario frustrato, complice spregiudicata dei due violenti delinquenti, brava mogliettina quando lavora a maglia… E certo, questa volta, non l’aiutano i costumi, né i trucchi, visto che ostenta lividi, graffi e smorfie quando si accapiglia ora con l’uno ora con l’altro. Ma tutto il resto è abbastanza scontato, se non banale. A partire dal finale. John è Ben Chaplin (
La sottile linea rossa, Lost Souls – L’ultima profezia
, niente a che vedere con la famiglia di Charlot), bravo, anonimo colletto bianco che fa footing e legge le riviste porno. Violenti (anche troppo) i due «cugini» russi Yuri (Vincent Cassel,
I fiumi di porpora, Il patto dei lupi
) e Alexei, il regista francese Mathieu Kassovitz (il Nino de
Il favoloso mondo di Amelie
, ma anche regista de
I fiumi di porpora
e
L’odio
). Il film è davvero un affare di famiglia inglese: il regista Jez Butterworth è anche sceneggiatore con Tom, mentre Steven è il produttore. Curiosità: il film, sebbene ambientato in Inghilterra, fu girato (a più riprese per gli impegni dei vari protagonisti) in Australia, per consentire alla Kidman di stare vicino all’allora marito Tom Cruise, sul set di
Mission Impossible II
.

La donna perfetta

Johanna Eberhart (Nicole Kidman) è una manager di successo. Quando la tv per la quale lavora la licenzia in seguito a un incidente, decide insieme al marito (Matthew Broderick) di lasciare la città per trasferirsi a Stepford, esclusiva località del Connecticut. La vita scorre tranquilla ma la cittadina ha qualcosa di strano, che non sfugge all’occhio attento di Johanna: le donne, tutte casalinghe, ordinate, precise ed eleganti, sembrano il prodotto dell’immaginario maschile più retrogrado. Johanna decide di indagare e, con il marito e l’amica scrittrice (Bette Midler) scopre il segreto di Stepford. Remake del film del 1975 di
Bryan Forbes
La fabbrica delle mogli.

Giorni di tuono

Cole Trickle, spericolato pilota di macchine da corsa, collauda con successo un nuovo potentissimo bolide. Durante una gara, l’auto di Cole e quella del suo avversario Rowdy Burnes rimangono coinvolte in un pauroso incidente. Il primo, grazie all’aiuto della dottoressa Claire Lewicki, riesce gradualamente a riprendersi, mentre il secondo è costretto ad abbandonare l’attività. Una sorta di Top Gun su quattro ruote (il regista e il protagonista sono gli stessi) che, come il precedente, non brilla certo per intelligenza e fantasia. Le sequenze delle corse sono spettacolari, ma da sole non bastano. (andrea tagliacozzo)

Invasion

In seguito all’esplosione di uno shuttle sui cieli degli Stati Uniti, cominciano a verificarsi strani avvenimenti. La psichiatra Carol Bennell si mette a indagare sul comportamento bizzarro di persone che sembrano essere cambiate da un giorno all’altro, e viene così a conoscenza di un piano d’invasione ai danni della popolazione terrestre.
Remake de L’invasione degli ultracorpi.

La macchia umana

Coleman Silk è un insigne professore, nonché ex preside del New York England College. Un giorno viene accusato ingiustamente di razzismo e si dimette. Sua moglie non regge alla notizia e muore per un’embolia al cervello. La sua reputazione, la sua carriera e la sua vita cadono in frantumi. Ma la resurrezione è dietro l’angolo. Incontra Nathan Zuckerman, uno scrittore cui affida il compito di raccontare la sua storia e con cui instaura un profondo rapporto di amicizia. E soprattutto incontra Faunia Farley, una donna delle pulizie molto più giovane di lui, con cui intreccia una relazione sessuale. Ma la vera macchia di Coleman Silk è nel passato: una colpa che non è mai stato in grado di confessare.

L’adattamento cinematografico di un romanzo è un operazione che nasconde difficoltà e possibili scivoloni. Difficoltà che il regista Robert Benton doveva avere ben presenti, avendo deciso di portare sul grande schermo La Macchia Umana (ultimo capitolo della trilogia iniziata con Pastorale Americana e proseguita con Ho sposato un Comunista), opera di uno dei maggiori scrittori americani di origine ebraica, Philiph Roth, un letterato di grande potenza narrativa e impatto sociale. La macchina realizzativa è delle migliori. Benton ha vinto due Oscar (Kramer contro Kramer, Le stagioni del cuore) e ha ottenuto numerose candidature per le sue sceneggiature (L’occhio privato, La vita a modo mio, Bonnie and Clyde). Sir Anthony Hopkins ha dimostrato ampiamente la sua capacità di calarsi nei personaggi letterari: Il silenzio degli innocenti, Quel che resta del giorno, Casa Howard, Il Bounty. Nicole Kidman è l’attrice più ricercata del momento. Un tris d’assi che però non riesce a vincere la partita. L’ex moglie di Tom Cruise non convince del tutto. I suoi occhi di ghiaccio, i capelli scuri e scompigliati, l’aspetto non curato non riescono a toglierle quella patina di dolcezza hollywoodiana che ormai la contraddistingue. In questo film la Kidman è una copertina di Vogue che tenta di fare la donna delle pulizie. Estremamente bella e sexy quando si spoglia, non credibile quando si lancia in tranche drammatiche. La potenza di questo film è l’idea narrativa, ossia Philiph Roth. Al romanzo, che merita di essere letto, aggiunge poco, forse toglie qualcosa, specie nella caratterizzazione dei personaggi. E il sesso? Questo universo, da sempre protagonista dei romanzi dello scrittore, viene affrontato con troppa pulizia, a parte qualche inquadratura della Kidman nuda. Si sarebbe potuto confrontare la donna giovane e il vecchio maturo calandosi un piano più materialistico, che avrebbe giovato alla veridicità dei protagonisti. La Macchia Umana è la storia di un uomo che reinventa se stesso. Coleman Silk, afro-americano dalla pelle chiarissima, si fa passare per bianco e diventa il prototipo dell’ebreo acculturato, del self-made man americano. La frase farsi passare per bianco è stata usata per indicare le persone che hanno cercato di cancellare la loro identità afro-americana. Nel XIX secolo era considerata una tecnica di sopravvivenza degli schiavi che cercavano così di sfuggire alle umiliazioni ma il fenomeno è continuato anche in epoca moderna. «Bisogna ricordare gli anni di cui parliamo – spiega Philiph Roth – prima del 1945 l’America era un paese segregazionista. Coleman ha preso la sua decisione in un periodo precedente a quello dei diritti civili, e sospetto che molti abbiano preso allora decisioni simili. Coleman si sente spinto a farlo perché vuole essere quello che pensa sia un uomo libero». (francesco marchetti)

La Bussola d’Oro

Lyra Belacqua (Dakota Blue Richards) vive al Jordan College ed è accompagnata dal suo daimon, Pantalaimon, un piccolo animale mutaforma. Il suo mondo sta però cambiando. Lo zio Lord Asriel (Daniel Craig) è in procinto di imbarcarsi in un viaggio verso il Circolo Artico per indagare su un misterioso elemento, la Polvere, ma il Magisterium (l’organo superiore di controllo) è disposto a tutto pur di fermarlo. Lyra giura di andare fino in capo al mondo pur di salvarlo, e quando al college arriva Marisa Coulter (Nicole Kidman), un’affascinante scienziata ed esploratrice, lei ritiene che questa rappresenti un’ottima opportunità per partire. La piccola Lyra scopre però di essere stata attirata in una trappola per sottrarle un oggetto che possiede e che il Magisterium cerca disperatamente: la Bussola d’Oro, un regalo del preside del Jordan College (Jack Shepherd). Si tratta di uno strumento mistico e potente che può indicare la verità, rivelare quello che gli altri desiderano nascondere e prevedere o anche modificare il futuro. Oscar agli effetti speciali.