Dracula di Bram Stoker

Uno dei migliori lavori recenti di Coppola, regista che da una ventina d’anni è in crisi economica e soprattutto creativa. Ormai divenuto retorico narratore di fiabe, si rivolge qui a uno dei miti più «neri» della letteratura e del cinema, realizzando un film fascinoso e roboante. Certo, il lato metacinematografico è fin troppo esibito, con l’equazione vampirismo-cinema alla quale, per sicurezza, si aggiunge la metafora di riserva vampirismo-Aids. Pur discontinuo e progettato a tavolino, Dracula esibisce però un kitsch tutt’altro che incongruo, che quando riesce a trasformarsi in immagine e in racconto regala alcuni passaggi notevoli. L’inseguimento finale è un delizioso Méliès western, ma tutto il film è disseminato di soluzioni efficaci e di sincera e megalomane passione per il cinema. Quasi invisibile una strombazzata partecipazione di Monica Bellucci. (emiliano morreale)

Ricordati di me

Una famiglia borghese come tante altre, in un quartiere residenziale romano. Padre, madre, figlio e figlia. Tutti che vogliono o volevano diventare qualcuno. Carlo (Fabrizio Bentivoglio), il padre, voleva essere uno scrittore e da anni ha il suo romanzo incompiuto, Giulia (Laura Morante), la madre, era un’attrice, Paolo (Silvio Muccino), il primogenito, vorrebbe essere come i suoi amici, appartenere a un gruppo ed essere ricambiato da una sua compagna di liceo, molto più sveglia di lui. E poi c’è Valentina (Nicoletta Romanoff), la figlia, decisa a fare la showgirl, a tutti i costi. La lucida determinazione della piccola di casa risveglia tutti i sogni degli altri componenti della famiglia. Carlo incontra una sua vecchia fiamma (Monica Bellucci), che lo galvanizza, Giulia riprende a fare teatro e pensa di innamorarsi del regista, Paolo fa una festa per essere accettato dagli altri e Valentina, a tappe serrate, arriva in televisione. E ora che cosa succederà? Dopo il grande successo de
L’ultimo bacio,
Gabriele Muccino ritorna sul grande schermo con un film molto più complesso e scioccante: la famiglia è nuovamente sgretolata, i valori non esistono più, conta solo autoaffermarsi e ottenere riconoscibilità all’esterno. Di chi è la colpa? Del sistema, della televisione, di noi stessi… Uno spaccato verosimile, un film che ne contiene altri quattro, una prova matura di scrittura e regia, un ritorno al cinema di quarant’anni fa, un film onesto, anche in tutti i suoi limiti. La paura di essere normali, questa la fobia che attanaglia una famiglia normale come tante altre. E se bastasse solo ascoltarsi un po’ di più?
(andrea amato)

Guarda le

videointerviste
ai protagonisti del film

La Passione di Cristo

Impossibile parlare di un film come
La Passione di Cristo
senza tenere conto delle polemiche che ne hanno preceduto l’arrivo nelle sale. Esiste forse uno spettatore che andrà al cinema con la mente sgombra dai giudizi espressi, fin dalla scorsa estate, da commentatori più o meno autorevoli? Davvero si tratta di un film antisemita? I fatti si sono realmente svolti come Gibson ha deciso di raccontarli? Girato fra Cinecittà e i Sassi di Matera, dove Pasolini realizzò il suo
Il Vangelo secondo Matteo,
il film è recitato in latino e aramaico, la lingua parlata da Gesù Cristo. Una scelta che da un lato ne rende ostica, nonostante i sottotitoli, la fruizione da parte dello spettatore ma dall’altra sottolinea l’intenzione dichiaratamente filologica di Gibson. «Andò proprio così», pare abbia detto Papa Giovanni Paolo II, una notizia però smentita dal suo portavoce Joaquin Navarro-Valls, che ha sottolineato che il Pontefice «non esprime giudizi pubblici su opere artistiche», pur riconoscendo che il film è «una trasposizione cinematografica del fatto storico secondo il racconto evangelico». Non vi sono, in effetti, evidenti discrepanze tra i Vangeli e il racconto di Gibson. Quel che manca è però una spiegazione del senso di quanto rappresentato: le sofferenze di Cristo occupano la gran parte della pellicola, mentre la risurrezione, confinata in pochi minuti, non gode assolutamente dello stesso risalto dato alle frustate inferte al figlio di Dio. E le accuse di antisemitismo? Dopo un primo montaggio e alcune successive e riservatissime anteprime, il regista ha deciso di eliminare dal montaggio definitivo la scena in cui il sommo sacerdote Caifa, di fronte alla crocifissione, pronuncia la frase «il suo sangue sia su di noi e sui nostri figli». Una decisione che dimostra come Gibson si sia effettivamente reso conto del rischio di essere accusato di antisemitismo. Alcuni critici hanno però fatto notare come gli ebrei descritti nel film rispecchino l’iconografia e l’immaginario dell’antisemitismo medievale. «Dire che il film è antisemita equivale ad affermare che lo sono anche i Vangeli», ha ribattuto Navarro-Valls. Una polemica infinita che di sicuro ha contribuito ad accrescere in maniera esponenziale l’interesse per la pellicola. Gibson ha già ampiamente recuperato i 25 milioni di dollari sborsati di tasca propria per realizzare il film: al 30 marzo, nei soli Stati Uniti, l’incasso complessivo è di 317 milioni di dollari. Sotto l’aspetto più strettamente tecnico vanno apprezzati il perfezionismo del regista, che è giunto a spendere 350mila euro per un robot con le sembianze di Jim Caviezel (Gesù Cristo), utilizzato nelle giornate più fredde, durante le quali l’attore non avrebbe potuto resistere seminudo per ore, e la bella fotografia di Caleb Deschanel, cui Gibson ha chiesto di riprodurre le tonalità di Caravaggio. Tutt’altro che disprezzabile, infine, la prova dei molti attori italiani che hanno partecipato al progetto, da Rosalinda Celentano (Satana) a Luca Lionello (Giuda), da Claudia Gerini (la moglie di Pilato) all’ottimo Sergio Rubini (il buon ladrone).
(maurizio zoja)

I fratelli Grimm e l’incantevole strega

Ispirato liberamente alla personalità e alle opere letterarie dei tedeschi Will e Jacob Grimm, I fratelli Grimm e l’incantevole strega narra le disavventure della coppia di giovani scrittori nelle campagne tedesche a fine XVIII secolo. I due, molto diversi per indole, tirano a campare imbrogliando la povera gente terrorizzata da presunti malefici e apparizioni di fantasmi. Per beffarsi dei creduloni, i fratelli elaborano costose messe in scena con l’aiuto di altri due complici, spacciandosi poi per maghi-salvatori e intascando infine il compenso. Ma quando la Germania è invasa dalle truppe napoleoniche, i due sono costretti, dal generale francese Delatombe, a occuparsi delle misteriose sparizioni di alcune bambine nel villaggio di Marbaden, nei pressi della foresta Nera. Qui diventano protagonisti e vittime dei personaggi e delle trame delle loro stesse favole. Un terribile lupo ha infatti rapito una bambina con la mantella rossa, Greta si è smarrita durante una passeggiata nel bosco con il fratello Hans e non c’è più traccia di diverse altre giovani. Ma all’interno della foresta si cela un’altissima torre (simile a quella descritta nella fiaba Raperonzolo) che difende il sonno di una misteriosa strega e, intorno ad essa, sono disposte in cerchio dodici tombe. Cosa mai significherà quella disposizione? Saranno in grado i due fratelli di risolvere il mistero e non essere imprigionati dai francesi?

C’era molta attesa per questo nuovo lungometraggio dell’ex Monty Paython, reduce dalla mancata realizzazione del suo tanto agognato Don Quixote. Stavolta il regista ha rispettato i tempi e i costi di produzione, cosa non riuscitagli nemmeno ai tempi de Le avventure del Barone di Munchausen, e la produzione ha rispettato e sopportato le sue scelte artistiche e scenografiche. Ma il risultato di questo compromesso ha penalizzato il risultato finale del film. Anche se le invenzioni e le tecniche di Gilliam sono di primissimo livello, la magia della storia non emoziona. I riferimenti narrativi alle favole dei Grimm risultano solo accennati e non riescono a scuotere lo spettatore che, più che altro, si trova immerso in un minestrone favolistico.
Non che le due ore di proiezione risultino noiose, ma sicuramente la storia non tocca la sensibilità del pubblico, neanche quella di coloro che non conoscono le favole dei fratelli tedeschi e che quindi si trovano in una privilegiata disposizione alle soluzioni originali. Al contrario, le scenografie (dalla torre della strega Regina al villaggio di Marbaden) sono realizzate con grande maestria dall’emergente Guy Hendrix Dyas (X-Men 2), i costumi, affidati al premio Oscar Gabriella Pescucci (L’età dell’innocenza) non lasciano nulla al caso e, due membri del cast regalano una memorabile interpretazione di stampo teatrale: Jonathan Pryce, (Le avventure del Barone di Munchausen, Brazil) vecchia conoscenza di Gilliam, e Peter Stormare che rispettivamente danno vita al generale francese Delatombe e al boia di origini italiane Cavaldi. Questi personaggi insieme, incarnano perfettamente lo spirito della commedia nera più esilarante e i due bravi attori esasperano al punto giusto i lati bizzarri e grotteschi della loro personalità, entrando di diritto nelle grazie del pubblico.

I protagonisti principali, invece, lasciano un po’ a desiderare. Sia Matt Damon, Will, che Heath Ledger, Jacob, pur raggiungendo una buona intesa sul set facendo risaltare lo spirito fraterno dei Grimm, risultano entrambi impacciati nei rispettivi ruoli. Damon eccede in arroganza nella sua interpretazione, mentre Ledger relega a un triste secondo piano la figura remissiva del suo personaggio che, invece, incarnando lo spirito fantasioso dei fratelli, dovrebbe risaltare in misura più considerevole. La nostra bella Monica Bellucci regala una performance in linea con le precedenti esperienze cinematografiche, recitando senza errori di grammatica la frase «Chi è la più bella del reame?». (mario vanni degli onesti)

Malèna

Ancora un’incursione dolente e amara nei territori sfumati e sfuggenti della memoria per uno dei pochi autori italiani in grado di offrire garanzie spettacolari alle platee internazionali.
Malèna
di Giuseppe Tornatore, co-prodotto dagli americani della Miramax, è infatti un’operazione con chiare finalità commerciali, svolta con la maestria di un cineasta che sa di poter fare di più. E se è vero che una parte della critica italiana, che non ha mai digerito il successo strepitoso ottenuto con l’Oscar a
Nuovo Cinema Paradiso
, tiene verso Tornatore un atteggiamento pregiudizialmente negativo,
Maléna
non è certo il film in grado di ribaltare la situazione.

Come ai tempi de
L’uomo delle stelle
, realizzato con rapidità per lasciarsi alle spalle le critiche e l’insuccesso del capolavoro
Una pura formalità
, anche
Malèna
si presenta come una pausa più leggera dopo le ambizioni de
La leggenda del pianista sull’Oceano
. In verità il film è fin troppo leggero, e rischia di piacere solo a quel pubblico italiano di gusto medio-basso di cui Tornatore potrebbe tranquillamente fare a meno. Perché, se si guarda a questa parabola regressiva sull’educazione sentimentale di un ragazzino siciliano ai tempi della seconda guerra mondiale e degli ultimi scampoli di consenso fascista, non è possibile non accorgersi con rammarico di quanto il suo stile arioso e davvero degno di chance hollywoodiane si scontri con la mediocrità di un impianto pruriginoso da cinema di puro intrattenimento. La contraddizione di
Malèna
sta dunque tutta in una mancata corrispondenza tra le istanze d’autore, riconoscibili nella durezza sconsolata con la quale si rivolge al passato e nell’ironia cinefila con cui ogni episodio reale si stempera in una citazione da film italiani e americani in voga nel Ventennio (dai western ai pepla, dai melodrammi ai cinegiornali del Luce), e un racconto puntellato da sortite voyeuristiche che culminano in puntuali atti di autoerotismo.

Non è certo la volontà di Tornatore di volare deliberatamente basso a dispiacere, quanto piuttosto la sua evidente difficoltà nel coniugare l’eleganza viscontiana, leoniana (e talvolta anche felliniana, con palesi riferimenti ad
Amarcord
e a
Roma
), con la volgarità ostentata. Che Tornatore padroneggi poco e con imbarazzo le pratiche basse, lo dimostra persino la scelta della protagonista. Monica Bellucci, alla quale Tornatore ha l’intelligenza di far pronunciare pochissime battute (come Kubrick con Marisa Berenson in
Barry Lyndon
), rimane sempre troppo sofisticata, distaccata ed eterea – nelle movenze come nell’aspetto – per poter realmente aderire alle fantasie erotiche di un adolescente immaturo e di una comunità maschile arroventata dal desiderio, e giustificare altresì la brutale violenza di un manipolo di vendicative baccanti.
(anton giulio mancino)

Lei mi odia

Per chi ha qualche dimestichezza con la sua filmografia, non è una novità che Spike Lee abbia sempre tentato di tastare il polso all’evoluzione del costume e della morale americani. Il mondo del basket
(He Got Game),
della televisione
(Bamboozled),
la vita di strada degli spacciatori neri
(Clockers)
e la riflessione sulla coscienza degli afroamericani
(Bus – In viaggio),
sono solo alcune delle tappe e dei temi della meditazione storico-sociale del regista sul suo Paese, che ha avuto l’esito più maturo ne
La 25ª ora.

Questa volta gli intenti di critica e gli agganci alla cronaca sono più scoperti che mai. Ispirato dagli scandali finanziari degli ultimi anni (i casi Enron e Worldcom su tutti), che hanno visto il crollo di giganti mondiali causato dall’avidità e amoralità del management, Lee opta esplicitamente per il pamphlet accusatorio del deficit etico della società americana, e lo fa quasi con i toni della commedia.

Protagonista è John Armstrong, «Jack» (Anthony Mackie), giovane e devoto manager di una multinazionale farmaceutica che vuole brevettare prematuramente un vaccino contro l’Aids. Il suicidio del ricercatore capo gli farà scoprire le frodi azionarie e le sottrazioni illecite del presidente Powell (Woody Harrelson). Jack fa una denuncia anonima alla Sec ma i suoi capi lo scoprono e lo licenziano in tronco, cercando in seguito di addossargli la responsabilità del crack in borsa. La sua vita sembra finita: non trova più lavoro e per giunta il suo conto è stato congelato dalla sua ex società. La svolta gli arriva in casa con la sua ex ragazza Fatima (Kerry Washington) ora lesbica convinta e donna d’affari di successo. Lei e la sua compagna Alex (Dania Ramirez) gli propongono una transazione: soldi cash perché lui le «insemini». Essere trattato come macchina riproduttiva non fa piacere, soprattutto se amavi la donna che adesso ti chiede un figlio da crescere con un’altra donna. Ma i soldi comprano anche l’orgoglio, e se poi la faccenda è trasformata in un business redditizio dalla stessa Fatima, ci si adatta: in fondo 10.000 dollari a missione, per inseminare un plotone di lesbiche con un imprenditoriale istinto materno, sono un bell’affare.

Intanto sul piano giudiziario le cose si mettono male: Jack viene arrestato e finisce sotto processo. Ma in aula saprà riscattare la sana coscienza dell’onesto americano e bacchettare l’ipocrisia del potere.

Lee, sono parole sue, ha «voluto sollevare degli interrogativi sul declino della morale e dell’etica in America» ma si è lasciato prendere la mano da uno schematismo didascalico, con un risultato ambiguo e contraddittorio nella forma e nel contenuto. Nella forma, perché l’opera parte come film di impegno civile (geniali i titoli di testa, con le immagini «fluttuanti» dei dettagli delle banconote, quasi una storia iconografica dell’America rooseveltiana); vira verso la commedia (spassosa la fase delle trattative e degli amplessi); e chiude con la soluzione più compiacente e buonista (la famiglia felice, babbo-due mamme-e figli). Nel contenuto, perché associando la denuncia della corruzione dei valori economici con quella dei valori sessuali e identitari, Lee ha posto dei nessi causali interessanti ma in cui non ha saputo districarsi, non approfondendo così né l’uno né l’altro tema. E infatti, nei punti chiave, l’impressione fastidiosa è quella dell’eccesso, ora verso una sbrigativa retorica dell’indignazione, ora verso una superficiale faciloneria nell’affrontare l’omosessualità come scelta (per lei) o come privazione (per lui), o la paternità-maternità in una famiglia omo-etero, fino allo stesso rapporto fra i sessi «rovesciato» dal denaro.

Il ritmo tiene, certo, qualche personaggio strappa un sorriso (Turturro, boss rassegnato al declino che fa l’imitazione di Marlon Brando nel
Padrino)
ma da Spike Lee era lecito aspettarsi di più.
(salvatore vitellino)

Guarda alcune

immagini
tratte da
Lei mi odia

Asterix e Obelix: missione Cleopatra

Siamo nel 52 avanti Cristo e in seguito a una scommessa tra Cleopatra e Giulio Cesare, l’architetto Numerobis deve costruire un palazzo imperiale in tre mesi di tempo. Scoraggiato dall’impresa, l’egiziano si ricorda di un racconto di suo padre riguardo un druido gallo e di una pozione magica. Trovato il gallo e la pozione, Numerobis porta i suo nuovi amici in Egitto: Asterix, Obelix, Panoramix e il piccolo cagnolino Idefix. La pozione funziona e i lavori procedono a gonfie vele, fino a quando… Secondo episodio della serie ispirata ai fumetti francesi e rispetto al primo film la qualità migliora, anche perché era decisamente impossibile peggiorare. La svolta è stata quella di togliere spazio ai due beniamini, fortemente sotto tono, e di giocare più sul contrasto tra presente e passato, che a volte, con giochi di parole e gag, si mischiano. Non certo un capolavoro, ma divertente per i più piccoli. Per i grandi, invece, da non perdere una splendida Bellucci-Cleopatra e una Lenoir-Dammenukis, bellissima ancella della regina che fa perdere la testa ad Asterix. Per il resto poco altro. (andrea amato)

L’ultima alba

Nigeria. Infuria la guerra civile e il tenente di vascello A.K. Waters e la sua squadra vengono incaricati di trarre in salvo Lena Kendricks, un medico americano impegnato in una missione cattolica. La dottoressa si rifiuta di lasciare il villaggio, a meno che i soldati statunitensi non portino con sé anche i suoi abitanti, permettendo loro di raggiungere il confine con il Camerun e scampare alla feroce pulizia etnica messa in atto dai ribelli dopo aver sterminato la famiglia reale. Waters accetta la richiesta della sua connazionale; inizia così una lunga e faticosissima marcia, durante la quale non mancheranno gli scontri con i paramilitari nigeriani. Perché tanto accanimento da parte di questi ultimi nei confronti di un piccolo gruppo di profughi? Presto Waters e i suoi uomini scopriranno che al suo interno si nasconde l’unico sopravvissuto fra i figli del re.

Già regista di
Training Day,
Antoine Fuqua ambienta la sua nuova pellicola in una terra dilaniata dalla guerra civile, dalla pulizia etnica e dai contrasti religiosi. «Volevo fare un film – racconta – che mostrasse che ci sono uomini e donne nel mondo militare che ci danno la possibilità di prendere tranquillamente il nostro caffè la mattina, mentre loro sono da qualche parte a lottare e a morire mentre noi non ne conosciamo neanche i nomi». Questi uomini e queste donne naturalmente sono americani, impegnati a mantenere la pace e pronti a morire a migliaia di chilometri da casa. Chissà se George W. Bush ha visto questo film. Sicuramente gli sarebbe piaciuto, visto che gli ideali espressi dai suoi protagonisti sono gli stessi proclamati dal Presidente americano. Il pubblico italiano invece rimarrà probabilmente deluso da una storia scontata nel suo svolgimento, con un Bruce Willis ormai incapace di scrollarsi di dosso i panni del «duro a morire» e una Monica Bellucci che si ostina a volersi doppiare nonostante risultati tutt’altro che eccelsi.
Salvate il soldato Ryan,
dichiarato modello di riferimento per Fuqua, è lontano anni luce.
(maurizio zoja)

Manuale d’amore 3

Esistono diverse età dell’amore, è quello su cui punta il regista Gianni Veronesi per questi tre nuovi capitoli di Manuale d’amore.

“Giovinezza” racconta la storia di Roberto (Riccardo Scamarcio), giovane e ambizioso avvocato, prossimo alle nozze con Sara (Valeria Solarino), e del suo travolgente incontro con Micol (Laura Chiatti), bellissima, provocante e misteriosa. Con lei scoprirà una realtà fuori dal tempo, sospesa fra personaggi stravaganti e tentazioni irresistibili.
“Maturita’”. Fabio (Carlo Verdone), un affermato anchorman televisivo, marito fedelissimo da 25 anni, viene travolto da un incontro imprevisto e fatale. L’intrigante Eliana (Donatella Finocchiaro) non è però chi sostiene di essere. Un semplice colpo di testa diventerà per lui una tragicomica avventura: liberarsi di lei non sarà affatto facile!

“Oltre”. Adrian (Robert De Niro) è un professore americano di storia dell’arte che da qualche anno, dopo il divorzio dalla moglie, ha scelto di vivere a Roma, la città che ha sempre amato. Riservato e solitario frequenta poche persone tra cui Augusto (Michele Placido), il portiere dello stabile in cui vive. Forse solo a lui ha rivelato il suo segreto: sette anni prima ha subito un delicatissimo intervento di trapianto del cuore. Il fulminante incontro con la figlia di quest’ultimo, Viola (Monica Bellucci), sconvolgerà la sua tranquilla esistenza e lo porterà a vivere sensazioni sopite da tempo ed emozioni nuove per lui.
Filo conduttore delle peripezie amorose dei protagonisti un emblematico personaggio: il tassista Cupido (Emanuele Propizio).

L’eletto

Mongolia, quarant’anni fa. Una coppia di occidentali libera un uomo tenuto prigioniero, ma durante la fuga i due sono fermati e uccisi. Parigi, oggi. Laura, un’interprete dal russo, si accorge che lei e suo figlio sono al centro di strani fenomeni: la notte fanno gli stessi incubi con i medesimi animali e inoltre sul petto del ragazzo, adottato sette anni prima in un orfanotrofio della Mongolia, è apparso uno strano segno. Una notte i due hanno un incidente in macchina e il ragazzo rimane in coma. Laura inizia ad avere allucinazioni in cui vede animali feroci, conoscenti e persone direttamente coinvolte nell’adozione muoiono e, come per miracolo, Liu-san guarisce. La donna inizia delle ricerche sulle vere origini del figlio e scopre che gli amici che l’avevano aiutata ad adottarlo facevano parte di un gruppo di ricercatori nel quale lavoravano anche i suoi genitori, morti tragicamente. Liu-san viene rapito e la madre si mette alla sua ricerca in una zona della Mongolia in cui un tempo viveva una tribù di stregoni con poteri taumaturgici.

L’uomo che ama

Torino. Roberto (Pierfrancesco Favino) è un uomo non ancora quarantenne che vive due storie d’amore diverse, in due momenti differenti nel tempo. Con Sara (Ksenia Rappoport), vicedirettrice di un albergo, e con Alba (Monica Bellucci), che si occupa di allestimenti in una galleria d’arte contemporanea. Il gioco dell’amore lo porta a ricoprire nelle due storie ruoli opposti, a sperimentare sia la dolcezza sia la crudeltà dell’amore.

Manuale d’amore 2

Film in quattro episodi. Nel primo, Riccardo Scamarcio è un giovane che, costretto su una sedia a rotelle in seguito a un grave incidente stradale, viene sedotto dalla sua fisioterapista, Monica Bellucci. Nel secondo, Fabio Volo e Barbora Bobulova sono due sposi alle prese con le difficoltà di concepire un figlio: ricorreranno alla fecondazione assistita in una clinica di Barcellona. Nel terzo, Antonio Albanese e Sergio Rubini sono una coppia gay la cui unione è osteggiata dal tradizionalismo del padre di quest’ultimo. Anche loro andranno a Barcellona, per sposarsi con il rito civile. Nel quarto, infine, Carlo Verdone è il maitre di un ristorante di lusso che, stanco della vita matrimoniale, si lascia coinvolgere in un vortice di passione da una bella e sensuale ragazza spagnola.

L’apprendista stregone

Un mago e il suo sventurato apprendista si ritrovano al centro dell’antico conflitto fra bene e male. Balthazar Blake è un maestro della magia che vive nell’odierna Manhattan e che intende difendere la città dalla sua nemesi per eccellenza, Maxim Horvath. Ma per farlo Balthazar ha bisogno di aiuto, e recluta quindi Dave Stutler, un ragazzo apparentemente normale ma che possiede doti nascoste, sottoponendolo ad un folle addestramento per fargli apprendere il più in fretta possibile tutti i segreti della magia. In questo nuovo ruolo di apprendista stregone, Dave dovrà fare appello a tutto il suo coraggio per sopravvivere all’addestramento, arrestare le forze del male e conquistare il cuore della ragazza che ama.

Shoot’em Up – Spara o muori

L’enigmatico Mr.Smith è seduto sulla panchina di una fermata di un autubus che mai prenderà: vede arrancare di fronte a lui una ragazza incinta che lamentandosi si tiene la pancia come se dovesse partorire in quello stesso momento. Alle sue calcagna un uomo armato di pistola che la bracca all’interno di un edificio. Mr.Smith non può stare a guardare: è l’inizio di un viaggio adenalinico tra sparatorie e diabolici complotti.

Il patto dei lupi

Sud della Francia, 1764. Decine di persone vengono ferocemente uccise da un animale, forse un lupo. La popolazione è terrorizzata e il re Luigi XV vuole vederci chiaro. Il sovrano invia nella regione di Gévaudan, teatro delle uccisioni, due uomini incaricati di far luce sulla vicenda. Uno è il cavaliere Grégoire de Fronsac, l’altro è il suo amico Mani, un indiano incontrato durante un viaggio in America. Alloggiati presso un nobile, i due scopriranno che gli aristocratici della regione hanno deciso di sfruttare la paura della gente nei confronti dell’animale.

Costata 60 miliardi, l’opera seconda di Christophe Gans ne ha già incassati 52 in Francia, grazie a un mix di sangue, avventura, mistero e kung-fu. Il regista di
Crying Freeman
(1995) ha messo insieme un cast di big del cinema francese (Samuel Le Bihan, Vincent Cassel, Emilie Dequenne e Jérémie Rénier), cui ha accostato la «nostra» Monica Bellucci, moglie di Cassel e il campione di kung-fu Mark Dacascos, già protagonista di
Crying Freeman
. La storia raccontata da
Il patto dei lupi
è realmente accaduta e in Francia è molto popolare, ma il regista, a partire dalle scene di kung-fu, ha voluto evitare la strada del film storico, puntando alla realizzazione di una favola, sono parole dello stesso Gans, «per i ragazzi che leggono i manga e potranno amare un personaggio come Mani, uno che parla con i lupi ed è ancora in contatto con lo spirito della terra». È raro vedere un film d’azione ambientato nel 1764, con tanto di effetti speciali e ritmo serratissimo (il montatore è David Wu, già collaboratore di John Woo e Tsui Hark) eppure il linguaggio usato da Gans risulta convincente. Temi come il rapporto fra razionalità e superstizione avrebbero però meritato un maggiore approfondimento e a tratti i dialoghi sembrano essere stati sacrificati in favore dell’impatto spettacolare di alcune trovate. Un film godibilissimo comunque, esempio di cinema europeo senza complessi di inferiorità nei confronti delle megaproduzioni di Hollywood.

Sanguepazzo

Osvaldo Valenti e Luisa Ferida sono stati due divi del cinema del Ventennio, incarnando quasi sempre personaggi ribaldi e negativi. Anche la loro vita privata era dominata dal disordine; entrambi cocainomani e, si diceva, sessualmente promiscui. Consegnatisi ai partigiani pochi giorni prima della Liberazione, i due negarono ogni coinvolgimento con il regime. Valenti giustificò i suoi traffici con il bisogno continuo di stupefacenti, sminuì le presunte malefatte attribuendole alla diffamazione e all’invidia. Il Comitato di Liberazione pretese una punizione esemplare e i due attori vennero trovati cadaveri alla periferia di Milano il 30 aprile 1945.

Per sesso o per amore?

Daniela e una splendida prostituta d’alto bordo che lavora in un locale a luci rosse nel quartiere di Pigalle, a Parigi. Una sera un cliente, forte di una vincita milionaria al lotto, le propone di diventare la sua donna per centomila euro al mese. Daniela all’inizio è titubante ma poi si lascia convincere dai modi gentili del misterioso spasimante e lo segue nel suo appartamento. I due danno vita a una relazione dolce ma non del tutto sincera. Celandosi dietro il pudore e la riservatezza, entrambi hanno qualcosa da nascondere e alla fine si ritrovano costretti a confessare i propri segreti.