The Wrestler

Randy “The Ram” Robinson (Mickey Rourke) era un wrestler professionista di rinomata fama alla fine degli anni Ottanta. Vent’anni dopo tira avanti esibendosi per i fan del duro wrestling nelle palestre dei licei e nelle comunità del New Jersey. Allontanatosi dalla figlia (Evan Rachel Wood), incapace di sostenere un vero rapporto, Randy vive per il brivido dello show, per l’adrenalina del combattimento e per l’adorazione dei fan che gli rimangono. Colto da un infarto durante un combattimento, il dottore gli dice di eliminare gli steroidi e di sospendere i combattimenti. Costretto a lasciare lo show-business, Randy comincia a riflettere sulla sua vita. Prova a riallacciare i rapporti con sua figlia e inizia una relazione con una spogliarellista (Marisa Tomei). Per un periodo le cose funzionano; tuttavia il richiamo della ribalta è troppo forte per lui e Randy si cimenta ancora una volta nel combattimento sul ring.

Svalvolati on the road

Doug (Tim Allen), Woody (John Travolta), Bobby (Martin Lawrence) e Dudley (William H. Macy) sono quattro amici abituati a una tranquilla vita sedentaria, tutti sulla cinquantina. Decisi a scrollarsi di dosso l’apatia, decidono di compiere un avventuroso viaggio in sella a rombanti motociclette, ricordando i tempi di Easy Rider. L’esperienza riserverà loro una quantità di imprevisti, tutti fra il tragico e il comico. Una volta passato il confine con il New Mexico, l’incontro con una banda di veri motociclisti, guidati dal pocodibuono Jack (Ray Liotta), farà prendere all’avventura una piega ina

In the Bedroom

Frank è figlio unico, ragazzo modello, iscritto ad architettura, torna per le vacanze nel paese dei suoi genitori, nel Maine. Qui incontra una donna madre di due figli, appena separata da un marito violento. Frank si innamora e, nonostante i consigli dei genitori, decide di vivere con la sua fidanzata e lasciare l’università per un anno. I suoi genitori, nonostante tutto, cercano di essere comprensivi, ma un’orribile tragedia si abbatte su questa tranquilla famiglia borghese della provincia americana. I due genitori cinquantenni si trovano a dover elaborare un dolore che non avevano assolutamente previsto di affrontare, talmente forte e inaspettato che rischia di separare anche loro. Solo l’errore peggiore riuscirà a riavvicinarli. Simile per alcuni versi a
La stanza del figlio
di Nanni Moretti,
In the Bedroom
risulta molto più superficiale, scadendo terribilmente in un finale grottesco e ingiustificato. Per tre quarti del film la storia regge bene, con grandi interpretazioni di Sissy Spacek e Tom Wilkinson, ma negli ultimi venti minuti il regista Field riesce a rovinare tutto. Candidato a cinque premi Oscar (attrice protagonista, attore protagonista, attrice non protagonista, sceneggiatura non originale e film),
In the Bedroom
potrebbe definirsi una buona occasione mancata.
(andrea amato)

Una donna molto speciale

Ottimo banco di prova per la Rowlands nei panni di una vedova, i cui figli sono già grandi, che corre in soccorso di una giovane e stramba vicina di casa e del figlio di cui si prende cura; presto i due sviluppano un forte legame basato sul reciproco bisogno che hanno l’uno dell’altra. Piacevole film alla cui scrittura ha partecipato il regista Nick Cassavetes (figlio di Gena Rowlands e John Cassavetes). Depardieu (anche co-produttore), recita l’unica parte a lui assicurata.

Qualcuno da amare

Storia romantica di due adulti con vari problemi. La cameriera Tomei non sembra avere un fidanzato, mentre il timido aiuto cameriere Slater è un ragazzo ben intenzionato e orfano con un disturbo cardiaco. La solida produzione e le buone interpretazioni (specialmente da parte dei due protagonisti) permettono di compensare il lato più commovente della storia. Film sicuramente gradito ai romantici di ogni età.

The Watcher

Il detective Campbell, psicologicamente a pezzi dopo tre anni di inutile caccia al serial killer Griffin, si trasferisce a Chicago intenzionato ad abbandonare la preda. Ma l’implacabile assassino lo segue nella «windy city» e riprende la sua opera di massacro, costrigendo di fatto Campbell a rientrare in azione. La trama è già un atto di accusa inconfutabile. Lo stile clippato del film (ralenti sbavati, bianco e nero sgranato per le soggettive dell’assassino e altre genialate) mette ko lo spettatore sin dai titoli di testa. Quattro o cinque inseguimenti, le solite storie sui gemelli di sangue (il killer che ha bisogno dello sbirro e viceversa), la solita fobia isolazionista da serial thriller e nient’altro. I cronisti di rosa possono però dedicare attenzione ai chili che sembra aver messo su di nuovo Reeves, mentre Spader ripiomba nel suo anonimato pre-Cronenberg. L’unica cosa che hanno ucciso i serial killer è il film di genere. L’unico mistero di The Watcher è il nome del regista: Joe Charbanic (come riporta il pressbook) o Charbanicu (come riportato nei titoli di testa). Ah! Saperlo, saperlo… (giona a. nazzaro)

Charlot (Chaplin)

Riverente e amorevole biografia di Charlie Chaplin: dalla squallida infanzia a Londra ai primi passi da regista con Mack Sennett, alla fama e al successo internazionale e agli scandali. Downey è incredibilmente bravo nei panni del protagonista; il film inizia alla grande, ma scende di livello verso la metà e cerca di mettere troppa carne al fuoco. Geraldine Chaplin interpreta la propria nonna, la nevrotica e dispotica madre di Charlie.

Oscar, un fidanzato per due figlie

Siamo negli anni Trenta. Il gangster Angelo Provolone, deciso a mantenere una promessa fatta al padre sul letto di morte, sta lasciare l’attività criminosa. Nello stesso giorno in cui dovrebbe entrare in società con un gruppo di banchieri, in casa Provolone si scatena il putiferio. Commedia degli equivoci divertente e movimentata, tratta da una pochade di Claude Magnier che nel 1967 aveva già ispirato
Io, due figlie e tre valigie di Edouard Molinaro
. Apparizione a sorpresa di Kirk Douglas nel ruolo del genitore morente del protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Scugnizzi

Assillato da un insistente creditore, un mediocre organizzatore di spettacoli decide di allestire una recita nel carcere minorile di Nisida nella speranza di ricavarne un congruo profitto. Durante le prove, l’uomo viene a conoscenza delle tragiche storie dei giovani reclusi. Scritto dal regista Nanni Loy a quattro mani con Elvio Porta (già co-sceneggiatore di
Cafè Express
), è un tentativo piuttosto debole di denunciare i mali di una città. Buone, comunque, le canzoni scritte da Claudio Mattone.
(andrea tagliacozzo)

What Women Want

Il pubblicitario di successo Nick Marshall, divorziato e ora scapolo impenitente, maschilista e donnaiolo, trova sulla strada della promozione la rampante Darcy Maguire, assoldata per riconvertire l’agenzia al punto di vista femminile. Ma, causa un incidente elettrico, Nick acquisisce come per miracolo la dote di leggere nelle menti delle donne: in questo modo recupera il terreno perduto e soprattutto tiene testa alla capace Darcy. Lo spunto del film non è male, quasi da commedia sofisticata, e se fossimo stati nella Hollywood degli anni Quaranta probabilmente sarebbe stato affidato a Howard Hawks, magari a Frank Capra, meglio ancora se a Preston Sturges, e ne sarebbe venuta fuori una commedia pungente e deliziosa. Tant’è: negli anni 2000 il soggetto finisce invece nelle mani di Nancy Meyers, che non trova niente di meglio da fare che buttare tutto sulla farsa di grana grossa, in alcuni casi decisamente pesante, diretta senza grazia né stile. E per giunta lunga più di due ore. A salvarsi sono solo le canzoni di Frank Sinatra e Sammy Davis jr., e una sequenza in cui Mel Gibson balla da solo come un novello Fred Astaire. Un attore del suo calibro e della sua ironia avrebbe meritato di più.
(andrea tagliacozzo)

Terapia d’urto

Dave Buznik (Adam Sandler), dopo un equivoco a bordo di un aereo, viene condannato da un giudice come soggetto troppo violento e irascibile e quindi costretto a seguire una terapia di gestione della rabbia, condotta dal dottor Buddy Rydell (Jack Nicholson). Dave non crede di essere un violento, ma piuttosto, al contrario, troppo mite e remissivo. La terapia del dottore, dal canto suo, è ciò che di meno ortodosso ci possa essere. In seguito a un altro malinteso, il giudice condanna Dave a vivere per un mese intero a stretto contatto, 24 ore su 24, con il dottor Rydell. La cura procede in maniera surreale, fino a quando… Commedia a tratti esilarante, con un Jack Nicholson in splendida forma ironica. Adam Sandler si dimostra ancora una volta versatile a ogni ruolo, con una netta propensione per quelli comici. Qualche comparsata eccellente, dall’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, all’ex campione di tennis John McEnroe, alla squadra di baseball degli Yankees, rendono il film ancora più sfizioso, anche se un finale davvero banale svilisce il tutto. Si tratta pur sempre di una commedia, scritta bene e con sprazzi di comicità assoluta, alternata a stantii doppi sensi. Comunque piacevole.
(andrea amato)

Benvenuti a Sarajevo

Sguardo dolorosamente realistico e privo di sentimentalismo sui giornalisti a Sarajevo durante la guerra bosniaca. Un reporter della tv inglese, in particolare, rimane colpito dalla situazione in cui versano i bambini orfani e fa la propria promessa a una ragazzina (che poi porterà in salvo), mettendosi alla prova. Basato su una storia vera, raccontato con un’avvincente miscela di spezzoni dal vero e di repertorio. A tratti di difficile visione, ma di tutto rispetto. Super 35.

Alfie

Via via che che il film procedeva il ricordo di quello precedente a sprazzi riaffiorava, e tutto a svantaggio di questo rifacimento. Perchè altro non è, l’attuale Alfie, che un dichiarato remake di quel lontano film di Lewis Gilbert (1966), con uno smaltatissimo Michael Caine e una pimpante e già attempata Shelley Winters (all’epoca 44 anni, portati maluccio).

Oggi i ruoli sono affidati a Susan Sarandon, splendida nella parte di assatanata di carne fresca, e a Jude Law, meno tipico, meno sfaccettato di Caine, un po’ troppo giovanotto-Variety o per dirla con una parola il cui uso oggi appare vomitevolmente esteso, troppo trendy. Come lo sfondo, che sostituisce la Londra tardo-swinging di Gilbert, con una New York splendidamente fotografata ma banalmente pettinata, da spot pubblicitario.

I primi trenta minuti sono terrificanti, per noia e disagio: il viso perfettino di Law, sempre in primo piano, che monologa con la camera e commenta ogni sua mossa, ogni scena, ogni atto, pedissequamente, inesorabilmente, che scopi, che minga o che mangi. Poi, per fortuna, questa monologazione teatrata e asfittica, pur rimanendo uno stilema (una croce) del film, diminuisce e il regista mostra di saper descrivere un ambiente, di saper drammatizzare personaggi e situazioni anche con acri sapori e veleni, come quando il protagonista teme di avere un tumore al pene, oppure quando la tardona (la Sarandon) lo tradisce con uno ancora più giovane di lui.

Al piglio irritante dell’inizio, da verboso play televisivo, si sostituiscono toni più sfumati, più acidi; la commedia diventa di costume. Ma di un costume che sa di vecchio, e che contrasta con la veste così trendy (di nuovo questa parolaccia) che il regista si è imposto, dagli ambienti alla colonna sonora. Perché, per esempio, tutte le ragazze, a parte la tardona, soccombono al fascino di uno squinzio e vengono lasciate o lo lasciano dopo amare disillusioni? Perché non ce ne è una che se lo porti a letto con divertimento, senza tanti pensamenti? E si arriva così all’altro grosso handicap di questo filmetto, così ben girato, così abile e presuntuoso: il suo moralismo e puritanesimo, che è sì una connotazione del cinema americano tipica in anni lontani ma che pensavamo abbandonata dopo il sessantotto (come avviene, per esempio in
Closer).
L’epoca Bush invece sembra stendere la sua ala su tutto, anche sull’ennesima variante di uno stupidello play-boy.
(piero gelli)

Loverboy

Storia di una donna il cui unico scopo nella vita è avere un figlio e nutre la sua ossessione soffocandolo di attenzioni e affetto nei modi più sbagliati possibili, mentre tutti intorno a lei sembrano non rendersene conto — o sono troppo scemi per farlo. Il regista Bacon trasforma il romanzo di Victoria Redel su una donna instabile in un film instabile, con sua moglie Sedgwick nel ruolo principale. Bacon s’impegna molto, ma non riesce a rendere interessante o credibile questo eccentrico racconto. Sosie e Travis Bacon, i figli di Kevin e Kyra, appaiono in piccoli ruoli.