Scene da un matrimonio

Ritratto appassionato, rivelatorio e onesto di un matrimonio, della sua disintegrazione e della relazione che segue. La Ullmann e Josephson sono notevoli per tutto il film, intimo e spesso doloroso, realizzato originariamente come sceneggiato tv in sei episodi e ridotto per il cinema dall’autore e regista Bergman. La versione originale dura 299 minuti.

Mosse pericolose

Vincitore nel 1984 dell’Oscar come miglior film straniero. A Ginevra, due campioni russi di scacchi si affrontano in un’epica partita, quasi un duello mortale, per contendersi il titolo: il campione in carica, un ebreo di 52 anni, è un concentrato di self control; l’altro, un dissidente che vive in Occidente, lo sfida con arroganza. Bravi gli interpreti; un po’ fredda la messa in scena.
(andrea tagliacozzo)

Sarabanda

La Ullmann e Josephson tornano a interpretare Marianna e Johan, la disfunzionale coppia a cui avevano dato vita in modo così indimenticabile in Scene da un matrimonio, riuniti trent’anni dopo il divorzio e coinvolti in liti familiari. Una rilevante sottotrama che riguarda il figlio e la nipote di Johan è meno efficace, ma è un piacere vedere le due star insieme; le loro scene possiedono quella ricca, profonda complessità emotiva che caratterizza i migliori film di Bergman. Un’altra notazione: l’asettica fotografia digitale fa rimpiangere quella grezza qualità che il 16mm conferiva al suo predecessore. In origine realizzato per la televisione svedese.

L’uovo del serpente

Una gran varietà di depravazioni fanno della storia di un trapezista ebreo nella Germania prima della seconda guerra mondiale un’esperienza cinematografica terribilmente sgradevole. La fotografia di Sven Nykvist è eccellente come al solito, ma Carradine è fatalmente fuori parte.

La papessa Giovanna

Debole storia di una donna che, travestita da uomo, si fa strada fino al papato, solo per venire distrutta una volta smascherata. Gli interpreti sembrano essere imbarazzati, e ne hanno motivo; sceneggiatura di John Briley. Ne esiste anche una versione di 112 minuti. Riedito col titolo The Devil’s Impostor, con molto materiale tagliato. 

L’immagine allo specchio

La superba performance della Ullmann e la fotografia di Sven Nykvist compensano in parte la sensazione di déjà vu che proviene da questo dramma su una psichiatra colpita da un grave esaurimento nervoso. Straziante, non per tutti i gusti o gli stati d’animo. In origine era una serie in quattro parti per la tv svedese.

La signora a 40 carati

In Grecia, Ann Stanley, piacente signora americana di mezza età, ha un’avventura sentimentale con Peter, un ragazzo poco più che ventenne. I due si rincontrano casualmente a New York. Il giovane, sinceramente innamorato, le chiede di sposarlo, ma la donna, preoccupata per la differenza di età, esita prima di accettare. Il film è tratto da una commedia di Broadway, a sua volta ispirata una farsa francese. Il risultato, ottimo in teatro, sullo schermo inevitabilmente ne risente.
(andrea tagliacozzo)

Persona

Un’attrice (Ullman) si ritira e diventa muta, e un’infermiera (Andersson) si prende cura di lei; le loro menti e personalità si scambiano. Evocativo, poetico, per spettatori perspicaci; l’idea di fondo è riflettere sulla condizione dell’artista: la crisi dell’attrice, rinchiusa in un ostinato mutismo è un’evidente metafora dell’incomunicabilità umana. C’è qualche didascalismo di troppo e i collage di immagini e i filmini scioccanti a inizio e matà film sono piuttosto datati, ma la regia di Bergman è di una precisione chirurgica e le due attrici sono eccesionali. All’epoca fu molto tagliato dall’edizione italiana.

L’infedele

Marianne è un’attrice. A Bergman, un amico regista che vive da solo su un’isola, racconta la sua vita: legata al famoso direttore d’orchestra Markus, si innamora di David, migliore amico del marito e regista teatrale e cinematografico dalle alterne fortune. Markus, pur consapevole dell’attrazione di Marianne per David, finge di non accorgersi di ciò che accade sperando che si tratti di una passione passeggera. Al di là della superficialità con la quale alcuni commentatori hanno accolto questo film della Ullmann, non si può fare a meno di notare che si tratta di una straordinaria prova registica. Pur imperniato con una determinazione feroce sulla centralità della parola, L’infedele mette in campo una spietata e crudele ossessione del desiderio, che si articola attraverso una serie di primi piani e figure intere cui solo il persistere dello sguardo conferisce la tregua della compassione. Bisogna resistere alla tentazione di filtrare il film attraverso la suggestione della vicenda autobiografica (peraltro evidente). Lavoro di una durezza estrema, atemporale e avulso da qualsiasi connotazione e collocazione sociale, L’infedele tesse l’elogio della finzione, del teatro come «antidolorifico» necessario nei confronti del desiderio. Ciò che inquieta, infatti, è la completa assenza della seduzione dal discorso del film. I corpi sono abitati da una voracità desiderante che si risolve (nel caso di Markus) in una terribile pulsione autofaga che tenta consapevolmente di distruggere qualsiasi forma di vita al di là della propria percezione. Lucidamente moderno, votato a un nitore clinico – e coraggiosamente inattuale – dell’immagine, L’infedele si situa nell’alveo di una classicità disturbante che lavora la parola per intuire nuove realtà di cinema. (giona a. nazzaro)

Sussurri e grida

Dramma con una magnifica fotografia, splendidamente recitato, che ha come protagonista una donna morente, le sue sorelle e una domestica. Nonostante sia stato accolto con un incredibile successo di critica, potrebbe essere troppo verboso per alcuni. Il direttore della fotografia Sven Nykvist vinse un Oscar.

Quell’ultimo ponte

Versione insipida e iperprodotta dell’ottimo libro di Cornelius Ryan, incentrata sui disastrosi bombardamenti degli alleati dietro le linee tedesche in Olanda nel 1944. Esistono copie da 158 minuti. Vincitore di  3 BAFTA Film Award.