Mezzanotte nel giardino del bene e del male

Sinuoso adattamento del best seller di John Berendt su alcuni dei più eccentrici abitanti di Savannah, in Georgia. Cusack è un reporter newyorkese incaricato di seguire l’esclusiva festa di Natale di Spacey. Quando più tardi quella notte l’affabile nuovo vicco e bon vivant viene accusato di omicidio, Cusack decide di fermarsi a vedere quel che succede. Mai terribilmente avvincente, nonostante molte interpretazioni piacevoli e fatalmente troppo lungo.

Il momento di uccidere

Una coppia di bianchi sbandati violenta e massacra una bambina nera nel Mississippi. Il padre della piccola li uccide mentre vengono portati in tribunale per l’udienza preliminare. Difenderà l’uomo un giovane avvocato bianco con un’assistente d’eccezione, la bellissima studentessa di legge Sandra Bullock. Ma se la dovrà vedere con un arrogante e cattivo pubblico ministero (Kevin Spacey). Ci sarà un processo e l’avvocato riuscirà a dimostrare l’infermità mentale del padre assassino, facendolo assolvere… Drammone tratto da un romanzo di John Grisham dove si mescolano tutti i temi possibili: razzismo, giustizia, famiglia … in una carambola di improbabili avventure tra Ku Klux Klan, omidici, violenze, incendi, vendette, ricatti, minacce. Vincerà la giustizia, ma che fatica arrivare alla fine.

Come ammazzare il capo….e vivere felici

Come ammazzare il capo…e vivere felici

mame cinema COME AMMAZZARE IL CAPO... E VIVERE FELICI - STASERA IN TV scena
I tre protagonisti del film

Diretto da Seth Gordon, Come ammazzare il capo… e vivere felici (2011) inizia con tre amici al bar: Nick (Jason Bateman), Dale (Charlie Day) e Kurt (Jason Sudeikis). Tutti e tre hanno un grosso problema, anzi tre grossi problemi: i loro capi. La frustrazione e la disperazione li portano, di conseguenza, a concepire un piano assurdo: uccidere i tre datori di lavoro. Per far ciò, si affidano ai consigli di Dean “Fottimadre” Jones (Jamie Foxx), un ex galeotto che sostiene di essere in grado di aiutarli senza che nessuno possa poi incriminarli.

Tuttavia, una serie di eventi al limite del surreale rendono l’impresa ancora più ardua del previsto. E Jones, inoltre, potrebbe non essere così esperto di criminalità come voleva far credere. Insomma, riusciranno i tre spericolati a liberarsi dei loro terribili capi? Oppure lasceranno perdere e si rassegneranno a tornare alle proprie monotone e frustranti vite?

Curiosità

  • La New Line Cinema compra i diritti della sceneggiatura del film da Michael Morkowitz nel 2005. In seguito, Jonathan Goldstein e John Francis Daley hanno però riscritto gran parte di tale sceneggiatura.
  • Il film ha avuto un budget tra i 35 e i 37 milioni di dollari e ne ha incassati 209,6 milioni.
  • La maggior parte delle riprese sono state effettuate a Los Angeles, California. L’inseguimento in macchina, invece, è stato girato sempre in California, ma a Glendale.
  • Durante la fase della pre-produzione sono stati contattati molti attori, tra cui Owen Wilson, Matthew McConaughey, Ashton Kutcher e Vince Vaughn. Nel maggio 2010 Jennifer Aniston entra in trattativa per il ruolo della dentista ninfomane, mentre Colin Farrell avrebbe dovuto interpretare un “rampollo ladruncolo”. E, nel giugno dello stesso anno, Kevin Spacey viene scelto al posto di Tom Cruise, Jeff Bridges e Philip Seymour Hoffman.
  • Il 4 gennaio 2012 viene annunciata la produzione in corso di un sequel.

Fred Claus – Un fratello sotto l’albero

Babbo Natale, Nicholas Claus, ha un fratello molto diverso da lui: Fred, la pecora nera della famiglia. Un vero fannullone che ora ha anche dei problemi di natura economica. Nicholas decide così di dargli una possibilità e lo assume nella sua fabbrica di giocattoli al fianco degli elfi. Il Natale però si avvicina e Fred potrebbe creare dei problemi irreparabili.

Superman Returns

Cinque anni sono passati da quando Superman ha lasciato la Terra per raggiungere eventuali sopravvissuti sui resti del suo pianeta natale, Krypton. Ma ora che è tornato, le cose non sono proprio come le aveva lasciate: l’amata Lois Lane ha avuto un bambino e si è legata a un nuovo compagno, Charles. In più, il perfido Lex Luthor sta tramando nell’ombra per portare a compimento un diabolico piano: combinare i cristalli lasciati dal supereroe nella Fortezza della Solitudine con della kryptonite estratta da un frammento meteoritico, per dare così origine a un nuovo continente nel centro dell’Oceano Atlantico, e da lì dettare le proprie condizioni al mondo intero.

La recensione

Sono passati quasi venti anni dall’ultimo
Superman,
il quarto e pomposo episodio interpretato dall’indimenticabile

The Shipping News

Quoyle è un uomo di 36 anni. «Un sopravvissuto all’infanzia», «un insuccesso totale», secondo il padre. Quoyle è un tipografo a Brooklyn, conosce per caso e perde la testa per una prostituta, Petal. Si sposano. Hanno una bambina, ma la donna continua imperterrita a fare il suo mestiere, umiliando Quoyle e ignorando la piccola. Ma le tragedie si accavallano: al lavoro, Quoyle ascolta la segreteria telefonica e sente la voce del padre che annuncia il suicidio suo e della madre. Contemporaneamente Petal scappa di casa per vendere a dei genitori adottivi la bambina. Ma l’auto va fuori strada, finisce giù da un cavalcavia e Petal muore annegata. Già, l’acqua, refrain di questo film: Quoyle che annaspa nel mare con il padre che lo insulta da un moletto, Petal che affoga, la bambina che fa il bagnetto, il naufragio, e poi l’acqua che circonda Terranova, terra originaria dei Quoyle dove l’uomo torna con la figlioletta («un po’ strana», dicono tutti) e una sorellastra del padre. E allora comincia la vita nella terra aspra e gelida di Terranova, dove i tre scelgono di vivere nella vecchia casa di famiglia da risistemare. E intanto Quoyle ottiene un posto di giornalista nel giornale locale. Impara, e ha successo. Tra misteri e segreti del passato (qualcuno di troppo, francamente), qualche accenno a spiritismo, la vita di paese e un amore che sboccia, si snoda la nuova esistenza della anomala famiglia. Quoyle, un po’ timido, un po’ imbranato, ma buono e giusto nell’animo, prende finalmente in mano la sua vita. Il film di Lasse Hallström (
Chocolat, Le regole della casa del sidro
) è tratto, abbastanza fedelmente, dal best seller americano
Avviso ai naviganti
di E. Annie Proulx, premio Pulitzer nel 1994, edito in Italia da Baldini & Castoldi. Una storia privata e intima si confronta con la grandiosità dell’ambiente (bellissima la fotografia di Oliver Stapleton) di rocce, di tempeste, di vento che sibila, di mare minaccioso, di nebbie che nascondono ogni cosa e ogni volto. Ed è la storia di un uomo che, a poco a poco, acquista fiducia in se stesso decidendo di non farsi più sopraffare dagli altri. Forse inutile la parte, seppure marginale, che fa riferimento a spiriti, fantasmi, sogni rivelatori e visioni. Mentre appare francamente un po’ troppo didascalica l’insistenza all’acqua che travolge, che avviluppa, che risucchia il protagonista, in una specie di prigione da cui, alla fine, riuscirà a liberarsi. Bravissimo, come sempre, Kevin Spacey, nella parte del ragazzone imbranato e insicuro, un po’ ciondolante e buono come il pane, che si veste alla marinara, infagottato in giacconi larghi e con il cappellino blu di lana sempre calato sugli occhi. È l’eroe sfigato che ce la fa. Tanto diverso dall’extraterreste, distaccato e psicopatico con gli occhiali scuri, di
K-Pax
, girato quasi contemporaneamente a
The Shipping News
. E del resto il film ruota tutto attorno Quoyle, ma con ottimi coprotagonisti: dalla zia scorbutica e dal passato tormentato (Judi Dench), alla fidanzata, la rossa Julianne Moore, ai compagni di lavoro come Scott Glen nella parte di Jack Buggit. Cate Blanchett, invece, è Petal, la moglie sgualdrina che appare all’inizio. La fuga nel passato, il ritorno alle origini, la riscossa di un perdente sono i temi che Hallström affronta in questo film. Film che si snoda lentamente (troppo…) nelle gelide, seppur affascinanti, lande del nord. Si devono veramente amare il mare, le nebbie e quelli a cui tutto va male per forza, per amare anche questo film. Un peccato, perché il libro della Proulx, è stato il giudizio unanime dalla stampa Usa, è migliore del film.

K-PAX – Da un altro mondo

Alla Grand Central Station di New Yok durante una rissa si materializza un uomo con gli occhiali scuri. La polizia lo ferma e lo porta in manicomio. Dice di essere Prot (Kevin Spacey) e di venire da K-PAX, un pianeta a mille anni luce dalla noi. È arrivato sulla Terra su un raggio di luce per studiare la popolazione del pianeta BA-3… Lo cura il dottor Mark Powell (Jeff Bridges), il direttore della clinica psichiatrica di Manhattan che si appassiona al caso. Prot è gentile, calmo, buono, simpatico, soprattutto lucido. E porta sempre quegli occhiali scuri perché non tollera la luce. Gli altri pazienti lo ascoltano, seguono i suoi consigli, sperano di ritornare con lui su K-PAX. Perché Prot è qui provvisoriamente, in attesa di tornare il 27 luglio sul suo pianeta dove la famiglia non esiste, dove far l’amore è doloroso… Il dottore scava nel caso. Gli fa anche trascorrere una giornata con la sua famiglia, lo fa analizzare da un gruppo di scienziati che restano di sasso di fronte alle sue nozioni astronomiche, lo sottopone a ipnosi e scopre che quell’alieno è solo un uomo che ha subito una tragedia ed è un evidente caso di sdoppiamento della personalità…

Tratto dal romanzo di Gene Brewer,
K-PAX
parte da una premessa non originale (il matto che si crede un alieno e che viene a studiare gli umani), eppure la storia regge: anzi quel matto che divora la frutta (bucce di banane comprese) e che prende appunti in una strana grafia sembra proprio un extraterrestre che viene qui a farci riflettere su noi stessi. Fino a quando la terapia del dottor Powell non svolta con l’ipnosi, resta il dubbio che Prot venga davvero da K-PAX e che questa sia un’altra bella favola hollywoodiana. La realtà è diversa. Il regista inglese Iain Softly (
Le ali dell’amore
) è riuscito a non scadere nel melodramma (con qualche perplessità sulle scene finali) e nel patetico lacrimoso. Lasciando anche un finale non definitivo. Il messaggio è comunque chiarissimo: non c’è tempo da sprecare nella vita, meglio rendersi conto subito delle cose che contano, perché si può perdere tutto in un lampo. E allora il dottore ripenserà al suo rapporto assente con moglie (una brava Mary McCormack) e bambine e alla totale mancanza di dialogo con il figlio maggiore al college. Bella e curata la fotografia con efficaci giochi di luci e ombre che avvolgono i protagonisti (accattivanti anche gli scorci di Manhattan al di là del manicomio e splendido il New Mexico della parte finale). Strepitoso, come sempre, il pluridecorato agli Oscar Spacey (statuetta come migliore attore in
American Beauty
e come attore non protagonista ne
I soliti sospetti
), perfetto folle con i tic e gli atteggiamenti del malato, ma mai esagerati. Bravo anche Bridges nella parte del razionale psichiatra costretto dall’alieno a riconsiderare la sua vita affettiva. E per una volta nella storia del cinema il manicomio è visto come un ambiente quasi sereno, senza troppe violenze. Il film, che negli Usa è stato giudicato come un remake (o addirittura plagio) della pellicola argentina
Man Looking Southeast
del 1986, ha sbancato il botteghino nelle prime settimane di programmazione.

L.A Confidential

La storia viene da un romanzo di James Ellroy, uno dei più fortunati e acuti esploratori della letteratura di genere: siamo nei paraggi di Hollywood, dove le indagini di tre poliziotti perdenti scoperchiano il solito nido di vipere. Ma oltre alla perfetta cinefilia, che regala a Kim Basinger il ruolo più bello della sua carriera (una triste attrice-prostituta sosia di Veronica Lake), questo film si distingue per la sua particolare sincerità. Ci si appassiona senza mezzi termini e senza retrogusti camp, e il dolore della pagina di Ellroy viene conservato, giusto un po’ ammorbidito nella bellissima fotografia di Dante Spinotti (virtuosistica la sparatoria finale). Un gran bel film hollywoodiano, fiero di esserlo, che – se non tocca le altezze del Polanski di
Chinatown
– esibisce comunque una confezione tra le più impeccabili del cinema americano di genere negli ultimi anni.
(emiliano morreale)

21

Ben Campbell (Jim Sturgess) è un timido e brillante studente del M.I.T. che, dovendo pagarsi la retta scolastica, trova la soluzione nelle carte. Infatti, viene reclutato per far parte del gruppo dei migliori studenti della scuola che si recano a Las Vegas ogni fine settimana, armati di false identità e delle doti necessarie per capovolgere le probabilità del blackjack a loro favore. Con in testa un professore di matematica poco ortodosso, il genio delle statistiche Micky Rosa (Kevin Spacey), craccano il codice. Contando le carte e impiegando un intricato sistema di segnali, la squadra riesce a sconfiggere nettamente i casinò. Sedotto dai soldi, dallo stile di vita di Las Vegas e dalla sua intelligente e sexy compagna di giochi, Jill Taylor (Kate Bosworth), Ben inizia a superare i limiti. Anche se contare le carte non è illegale, gli ostacoli sono molti e la sfida diventa non solo ricordare correttamente i numeri, ma anche fare attenzione al responsabile dell’organizzazione dei casinò: Cole Williams (Laurence Fishburne).

Moon

Sam Bell è un astronauta di stanza sulla Luna. Dopo tre anni di duro lavoro sul satellite della Terra, l’uomo sta per tornare a casa dalla sua famiglia. Mancano due settimane ma un incidente imprevisto e un incontro inaspettato renderanno la permanenza di Sam sulla Luna un enigma in cui nulla è come sembra.

The Big Kahuna

Convention commerciale in un grande e anonimo hotel di Wichita. Tre venditori di lubrificanti industriali in una stanza d’albergo aspettano il pesce grosso che non si vede. Intanto Spacey spiega l’
American way of business
al giovane e devoto Facinelli, mentre De Vito interpreta il venditore alle prese con la crisi di mezza età. Il solito cinico aggiornamento del mito della frontiera con i concorrenti «là fuori» pronti a saltarti addosso? Magari: qui la morale è che anche i venditori hanno un’anima, e questa folgorante dichiarazione arriva dopo che nessuno ha fatto niente per metterla in discussione. Meglio: dopo che nessuno ha fatto niente di niente, se non recitare le battute e i pensosi monologhi del teatralissimo copione di Roger Rueff. La differenza fra un attore bravo e uno grande la si vede anche dai film che sceglie. Chi, come Spacey – qui anche produttore – scambia una sciacquatura di Mamet per una cosa seria, non può che appartenere alla prima categoria.
(luca mosso)

Edison City

Nella città di Edison regna la corruzione. Anche tra i poliziotti della F.R.A.T. (First Response Assault &Tactical), squadra speciale addetta al controllo dell’uso di steroidi, le mazzette e l’uso incondizionato dell’abuso di potere dilagano. Ma conseguendo ottimi risultati, i F.R.A.T. ricevono il consenso dell’intera comunità, visto che poi nessuno ha modo di verificare quali siano le effettive modalità tramite cui vengono perseguiti tali risultati. Di questa squadra fa parte l’agente Raphael Deed (LL Cool J.) che, dopo essere stato duramente messo alla prova dall’ennesimo abuso di posizione dominante del suo collega, il sergente Lazerov, comincia a mettersi seriamente in discussione, combattuto dai dubbi sull’etica morale del suo operato e sulle sue ambizioni personali. Un giorno incontra Josh Pollack (Justin Timberlake), aspirante giornalista alle prime armi. Di fatto il giovane è costretto a fare la gavetta scrivendo per l’ Heights Herald, quotidiano locale di poco conto, ma in realtà i suo obbiettivo è molto più ambizioso: smascherare la corruzione imperante in città. Moses Ashford (Morgan Freeman) è il direttore del giornale, ex fotoreporter pluripremiato che vorrebbe dimenticare il suo scintillante passato. A dare una mano a questo gruppo di idealisti ci sarà anche Levon Wallace (Kevin Spacey), un veterano della squadra investigativa che non ha mai digerito i discutibili metodi operativi della F.R.A.T. Anch’egli troverà in Ashford e Pollack l’ occasione per dimostrare non solo la fondatezza delle sue riserve, ma per porre personalmente la parola fine all’esistenza di questo gruppo legalizzato di poliziotti corrotti.
Nonostante la pellicola nasca da una produzione indipendente, il suo budget è di tutto rispetto: trentasette milioni di dollari. La visione del film induce a pensare che questa sia l’unica ragione che ha convinto due premi Oscar, Morgan Freeman e Kevin Spacey, a parteciparvi.
Il film resta ingessato all’interno di un copione già visto (il poliziotto onesto che vuole smascherare i colleghi corrotti e il giornalista ambizioso alla ricerca del successo) la cui unica arma di seduzione nei confronti dello spettatore è l’uso (voluto?) della parodia di alcuni clichè polizieschi. Le aspettative per un bel film di genere c’erano tutte, ma Burke (fino a ieri produttore di telefilm come Law &Order) le tradisce trasformando la trama in una sequela scontata di intrecci criminali neanche tanto credibili, con le relative e inevitabili forzature che ne derivano.
Il cast cade poi sotto il peso di una storia mal ideata, in cui i personaggi non riescono a emergere dalla piattezza della trama. Kevin Spacey si vede così poco sullo schermo da non meritare quasi considerazione, Morgan Freeman fa poco di più, risultando a tratti quasi irritante nel tentativo di riproporre in chiave giornalistica l’indimenticabile ispettore Somerset visto in Seven. Il debutto in un ruolo da co-protagonista della popstar Justin Timberlake non entusiasma, e non solo a causa delle limitate doti dell’esordiente. È proprio il suo personaggio a essere completamente contraddittorio e vittima principale di una sceneggiatura stiracchiata e fotocopiata. Di questa pellicola si salvano solo le ambientazioni (la città di Edison, in realtà la canadese Vancouver, è sfondo perfetto per una vicenda poliziesca) e l’interpretazione di un buon LL Cool J. Il rapper, in ogni caso, propone senza sforzi due sole espressioni: dura e dura con sopracciglio alzato. (mario vanni degli onesti)

Un sogno per domani

L’insegnante di scienze sociali Eugene Simonet, dal volto completamente deturpato, assegna alla sua scolaresca un tema: pensare a una cosa che non va e tentare di porvi rimedio. Il piccolo Trevor prende alla lettera Simonet e invita a casa Jerry, barbone tossicodipendente che vive in una discarica. Arlene, madre di Trevor, che prova in tutti i modi di dimenticare il vizio del bere, si precipita a scuola per far sentire le sue lamentele. In realtà il piccolo Trevor ha messo in atto una vera e propria strategia esponenziale della bontà: fare un favore e chiedere al destinatario di passarlo ad altre tre persone e così via. Per vie del tutto misteriose, tra i beneficiari di questa strategia c’è anche il giornalista Chris Chandler.

Nonostante gli arabeschi di uno script degno di una qualsiasi delle fiction Rai (con tutte le prevedibili sorprese al posto giusto in modo che non sorprendano nessuno), il terzo film di Mimi Leder conferma tutto ciò che di negativo si era intuito sul suo conto dopo
The Peacekeeper
e
Deep Impact
. La Leder è probabilmente la cineasta più genuinamente pornografica attualmente in circolazione: il modo in cui tratta emozioni e sentimenti tentando sempre di evidenziarne il plusvalore spettacolare, lo sguardo colmo di ricatti con il quale filma gli ultimi o gli svantaggiati, meriterebbero il disprezzo più feroce se tutto ciò si accompagnasse a una sorta di malafede ideologica (cosa di cui invece, a causa della propria sconvolgente banalità, pare addirittura incapace).

La Leder sembra essere infatti la prima vittima del suo mediocre sistema di pensiero. Nel suo mondo, nel quale la «bontà» è l’unica arma attraverso la quale gli umiliati e gli offesi possono dire la loro, lei – per onorarli – si inventa nel finale un dolly orribile e osceno, che pare una via di mezzo fra l’estetica del Giubileo e un matrimonio di massa del reverendo Moon (senza contare la «trucidata» della morte del povero Haley Joel Osment). Insomma: un film orribile più che detestabile, inguardabile più che pessimo.
(giona a. nazzaro)

American Beauty

Cronaca della crisi di mezza età di Lester Burnham e della sua famiglia. Lui si innamora della compagna di liceo di sua figlia, abbandona il posto di lavoro, si mette a fare pesi e si dà agli spinelli. Intanto sua moglie incontra un altro…
American Beauty
non tollera mezze misure: o lo si ama alla follia o lo si detesta con tutto il cuore. Anche lo spettatore «critico» è stato altrettanto diviso: ora salutandolo come una piccola rivoluzione nella Hollywood del 2000, ora considerandolo un’ipocrita rimasticatura di altri film ben più irriconciliati. Che la si veda in un modo o nell’altro, l’opera prima di Sam Mendes presenta più di un motivo di interesse (almeno per una visione): la si può leggere come un’ulteriore prova della capacità fagocitante di Hollywood, oppure ci si può lasciar cullare dalla sua ironia (almeno nella prima parte). A chi scrive, però, più che il fondo politico dell’opera ha colpito la sua struttura narrativa, capace di coniugare stimoli diametralmente opposti (dal glamour stile «Lolita» alla videopoesia del cinema indipendente, dall’aggiornamento di un immaginario erotico vecchio di trent’anni ai dialoghi ricchi di una verve tipica di questo decennio).

Certamente
American Beauty
è un film molto più scritto e pensato di quanto non possa apparire. L’immagine è sempre il risultato di un’alchimia costruita guardando più al botteghino che all’espressione di un contenuto coerente e innovativo; tuttavia, nel panorama amorfo del cinema mainstream contemporaneo, rimane un interessante esperimento.
(carlo chatrian)