The Imitation Game

The Imitation Game

mame cinema THE IMITATION GAME - STASERA IN TV scena
Una scena del film

Diretto da Morten TyldumThe Imitation Game (2014) è ambientato durante la Seconda guerra mondiale. Il brillante matematico Alan Turing (Benedict Cumberbacht) decide di mettere le proprie abilità al servizio del governo della Gran Bretagna. L’obiettivo è far terminare il conflitto quanto prima, collaborando alla segretissima operazione di decriptazione dei codici segreti nazisti, codificati con la macchina denominata Enigma.

Ma, nonostante le sue eccezionali abilità, Turing è asociale e fa fatica a lavorare con il team impostogli. Solo con la giovane Joan Clarke (Keira Knightley) riesce a entrare un po’ in empatia. E costruisce una macchina che non solo decifrerà il codice segreto nazista Enigma, ma che sarà il primo computer della storia.

Oltre alla rappresentazione della figura di un genio, il film ritrae anche il lato più umano e vulnerabile di Alan Turing, mostrando le sofferenze da lui patite a causa della propria omosessualità. E questo porta gli spettatori a sentirsi coinvolti dalle emozioni, dai sogni e dalle aspirazioni del grande matematico britannico.

Curiosità

  • La pellicola è l’adattamento cinematografico della biografia del 1983 Alan Turing. Una biografia (Alan Turing: The Enigma), pubblicata dopo l’uscita del film anche col titolo Alan Turing. Storia di un enigma, scritta da Andrew Hodges.
  • Candidato a otto premi Oscar, il film si è aggiudicato quello per la Miglior sceneggiatura non originale.
  • I principali candidati per la regia sono stati Ron Howard David Yates. Poi è stato scelto Morten Tyldum.
  • Inizialmente per il ruolo da protagonista si era fatto il nome di Leonardo DiCaprio, ma infine andò a Benedict Cumberbatch, il quale è persino imparentato con Alan Turing nella vita reale. I due, infatti, sarebbero cugini di 17° grado. Inoltre, il padre dell’attore ha frequentato la stessa scuola di Turing, cioè la Sherborne School.
  • Il budget della pellicola è stato di circa 15 milioni di dollari e al 14 maggio 2015 il film ha incassato 227 774 226 $ nel mondo, di cui 91 125 683 negli Stati Uniti.
  • Keira Knightley è stata candidata all’Oscar come Migliore attrice non protagonista per la propria interpretazione nel film.
  • La pellicola ha vinto il titolo di Miglior film agli Empire Awards.

Everest

Everest

mame cinema EVEREST - STASERA IN TV LA TRAGICA SPEDIZIONE jake
Jake Gyllenhaal in una scena del film

Il film Everest racconta la storia della disastrosa spedizione sul monte Everest del 1996. Un gruppo guidato da Rob Hall (Jason Clarke) si accinge a scalare il monte più alto del mondo, insieme a un altro gruppo turistico capeggiato da Scott Fisher (Jake Gyllenhaal). Ma non sono certo gli unici: anche altri scalatori vogliono compiere la stessa impresa. La presenza di tante persone, dunque, rende il tentativo difficile per tutti. Per semplificare la cosa, Rob e Scott decidono di collaborare e fissano la data della partenza per il 10 maggio 1996. Tuttavia, i ritardi dovuti a vari imprevisti e un’improvvisa bufera di neve renderanno la scalata un vero e proprio incubo.

Curiosità

  • La spedizione è raccontata nel saggio Aria sottile (1997) di Jon Krakauer, interpretato nel film da Michael Kelly. L’autore infatti visse l’esperienza in prima persona.
  • Nel cast, tra gli altri attori, anche Keira Knightley (Pirati dei Caraibi, Love Actually, Espiazione, A dangerous method, Anna Karenina, Collateral Beauty, Begin Again – Tutto può cambiare).
  • Il budget del film è stato di circa 65 milioni di dollari.
  • Le riprese, in più, sono state effettuate in Nepal, in Alto Adige, a Roma e nel Regno Unito.
  • Inoltre, la pellicola ha aperto da fuori concorso la 72° edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
  • Il film ha anche ottenuto due candidature: una per i Satellite Awards e una per gli Screen Actors Guild Awards.

Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma

I destini di Will Turner, di Elizabeth Swann e di capitan Jack Sparrow si incrociano ancora nel secondo episodio della saga dei Pirati dei Caraibi. Neutralizzata la Maledizione della prima luna, Jack dovrà lottare contro Davy Jones, capitano dell’Olandese Volante, al quale ha venduto l’anima in cambio del comando della Perla Nera molti anno addietro. Per scampare alla dannazione eterna, il pirata dovrà impossessarsi di uno scrigno contenente il cuore di Jones. Will ed Elizabeth saranno costretti a interrompere le loro nozze e partire per una nuova avventura al fianco di Jack: lotteranno contro una ciurma di uomini-pesce e contro uno spietato mostro degli abissi e Will, finalmente, potrà incontrare suo padre Bill, ormai schiavo dell’aldilà sulla nave di Davy Jones. 

King Arthur

Basato sulla leggenda cavalleresca di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda ma predatato di molti secoli,
King Arthur
narra le gesta di un prefetto romano mezzosangue, Lucius Artorius Castus
(Clive Owen)
che guida una temuta banda di cavalieri
sarmati
provenienti dalle steppe dell’est ma sottomessi a Roma. Per affrancarsi da oltre quindici anni di servizio militare presso il Vallo di Adriano – il muro che marca il confine settentrionale dell’impero romano in terra britannica – i valorosi cavalieri vengono incaricati dal vescovo Germanius (il nostro
Ivano Marescotti)
di compiere un’ultima rischiosissima azione per conto del pontefice: penetrare oltre le linee dei barbari
Woad
– guidati da Merlino
(Stephen Dillane)
– e trarre in salvo il figlio di un notabile romano, prima che cada nelle mani dei
Sassoni,
i barbari invasori che avanzano seminando morte e distruzione. L’azione riesce, anche se a caro prezzo. In Artusius/Artù prevale infine il legame con la terra materna. Decide perciò di rimanere, da uomo libero, per combattere al fianco dei
Britanni
contro gli invasori, grazie all’aiuto dei suoi amici e di Ginevra
(Keira Knightley),
la bella Woad che ha salvato dalla morte e di cui è però segretamente innamorato anche Lancillotto
(Ioan Grufudd).
Il fedele braccio destro di Artù troverà tuttavia un’eroica morte in battaglia prima di poter esternare i suoi sentimenti.

Patiti dei giochi di ruolo e fan delle antiche leggende, occhio. Questo film è per voi. A dispetto delle compite disquisizioni storiche che pervadono la cartella stampa che accompagna il film, sulla presunta esistenza di Artù e della sua democratica tavola rotonda, non nel cuore del Medioevo, bensì nel V secolo d.C., quando l’impero romano già cominciava a perdere i pezzi, questo
King Arthur
ci sembra meritare attenzione. Per il suo forte impianto epico, per il prevalere di temi come l’amicizia virile, il senso dell’onore, l’amore per la libertà… Temi che ritroviamo più facilmente nel cinema western di Peckinpah o di Sturges (o in Kurosawa, che ispirò
I magnifici sette
del secondo). Non ci appassiona infatti il dibattito sul se e sul quando dell’effettiva esistenza di Artù e dei suoi valorosi cavalieri, né se Ginevra fosse o meno la sensualissima
erinni
che manda al creatore nerboruti Sassoni come fossero bacherozzi.

Bravo è stato il regista
Antoine Fuqua
(Training Day
– che è valso l’Oscar al protagonista Denzel Washington -,
Bait, L’ultima alba)
a cavalcare con semplicità e immediatezza gli ideali del film prima ancora della materia storico-leggendaria, traducendo il tutto in un genere che potremmo forse definire
fantastorico,
tributario, come si diceva, tanto dei western alla
Mucchio selvaggio,
quanto delle gotiche rievocazioni
fantasy,
da
Excalibur
di Boorman alle saghe nordiche di
Conan.
L’impianto spettacolare è però inferiore a quello di un
Troy
o di un
Gladiatore,
come pure il cast, che però si spalleggia bene a vicenda. Abbondano comunque i duelli, le cacce, i furiosi corpo a corpo degli eserciti, ma non sono il nucleo attorno al quale si sviluppa il film. Questo è forse, dal nostro punto di vista, il suo merito maggiore. Di certo, trova in questo
King Arthur
ulteriore conferma la teoria che viviamo tempi di grave incertezza. Durante i quali – è notorio – è preferibile guardarsi alle spalle, piuttosto che avanti.

(enzo fragassi)

Espiazione

Bryoni, una tredicenne appassionata di letteratura, osserva con curiosità la storia d’amore di sua sorella maggiore, Cecilia, con il fidanzato Robbie. Dopo aver accusato ingiustamente quest’ultimo di violenza sessuale, la ragazzina rovina la sua vita e quella della sorella. Per rimediare alla sua colpa, comincia scrivere un romanzo in cui racconta la verità.

Love Actually

Mancano quattro settimane al Natale… E succedono tante cose, si intrecciano tante storie, nella Londra di oggi. C’è David, il Primo Ministro (scapolo) che, appena insediato a Downing Street, allunga gli occhi sulla sua responsabile del catering, Natalie, una ragazza grassottella che infila una gaffe dopo l’altra. C’è Daniel, il vedovo fascinoso, che sogna Claudia Schiffer ed educa sentimentalmente il figliastro Sam, dieci anni, senza mamma ma distrutto per amore di una coetanea. C’è Jamie, lo scrittore, che sorprende a letto la fidanzata con il suo (di lui) fratello, va a vivere in uno chalet in riva al lago e perde la testa per la cameriera portoghese Aurelia. C’è Karen, la sorella del Primo Ministro, non più giovanissima, che trova nella tasca del marito, Harry, una collana d’oro, crede che sia il suo regalo di Natale ma quando apre il suo pacchetto sotto l’albero trova un disco di Joni Mitchell. Capisce (ma no?) che la collana era per Mia, la giovane collega belloccia del marito… C’è la pop star Billy Mack sul viale del tramonto che azzecca il rifacimento di una canzone, scala le classifiche, ne fa di tutti i colori e scopre di amare Joe, il suo manager grassoccio… E poi c’è il ragazzino con il mito degli Usa (meglio, delle donne Usa), la ragazza che da due anni e passa muore dietro al collega, il ragazzo innamorato della neosposa del suo miglior amico… Poi arriva Natale… E tutti i desideri, tutti i sogni diventano realtà.
Ecco la stucchevole, scontata e banalotta commedia di Natale all’insegna dell’«amore che trionfa» e del buonismo più mieloso. Firmata da Richard Curti, lo sceneggiatore del ben più godibile Quattro matrimoni e un funerale (ma anche de Il diario di Bridget Jones, Notting Hill e di molti Mr. Bean). Già l’inizio, per la verità, non promette nulla di buono con tutta una serie di frasi amorose da far impallidire i baciperugina. Poi tutte le storie – dieci, se ne perde il conto – che si intrecciano e che, dalla prima inquadratura, fanno capire senza il minimo dubbio come andrà a finire. All’insegna del già visto. Il tutto scandito dalle settimane che passano e che ci avvicinano fatalmente al Natale con la prevedibile cascata finale di melassa. Che, tra l’altro, non arriva mai, perché – massimo del sadismo – il film dura due ore e un quarto. Beh, comunque c’è anche qualcosa di buono: il cast, ovviamente. Una parata di stelle e di bellezze. Da Hugh Grant a Colin Firth, da Liam Neeson a Billy Bob Thornton (odioso presidente Usa), da Rowan Atkinson ad Alan Rickman, per quel che riguarda gli uomini. Ed Emma Thompson, Keira Knightley, Claudia Schiffer, Laura Linney, tra le attrici. Grazie a loro, qualche battuta (poche) fa finalmente ridere e grazie a loro almeno ci si rifà gli occhi. Ci si domanda perché tanto dispiego di forze per questo filmetto. Che piace agli (alle) adolescenti sognatori e alle persone romantiche (ma molto, molto romantiche…). Gli altri possono risparmiarselo. (d.c.i.)

Pirati dei Caraibi – La maledizione della prima luna

Nel Mar dei Caraibi del Diciassettesimo secolo, il bucaniere Jack Sparrow, in procinto di essere giustiziato, viene liberato dalla prigione e suo malgrado coinvolto in una lotta senza tregua contro l’astuto capitano Barbossa. Quest’ultimo ruba la sua nave (la Black Pearl), assalta e saccheggia la città di Port Royal e rapisce Elisabeth Swann, la bella figlia del governatore. Will Turner, amico di infanzia della ragazza e segretamente innamorato di lei, decide di allearsi con Jack per tentare di salvarla. A bordo della nave più veloce del regno, l’Interceptor, i due si mettono alla caccia del pirata e della sua losca ciurma. Ma Will e Jack non sanno che Barbossa e il suo equipaggio sono vittime di una maledizione che li condanna a vivere come non-morti e a trasformarsi in scheletri quando splende la luna piena.
Tornano sul grande schermo i pirati. L’ultimo analogo tentativo era stato l’infelice Pirati di Roman Polanski uscito nel 1986, un film di qualità che il pubblico non aveva apprezzato. Hollywood ora ci prova con questo La maledizione della prima luna diretto da Gore Verbinski, già regista di The Ring e The Mexican, che si rivela un film gradevole e scorrevolissimo nelle oltre due ore di arrembaggi, inseguimenti e colpi di scena. Puro intrattenimento, la giusta dose di ironia e un cast eccezionale. Nulla di realmente nuovo nella direzione di Verbinski, che si avvale di un ritmo serrato, di un utilizzo vorticoso dell’obiettivo e di una colonna sonora adeguata (anche se a tratti troppo invadente), il tutto condito da convincenti effetti speciali. L’inserimento dell’elemento soprannaturale porta comunque una leggera ventata di novità in un genere tanto abusato, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta. Il merito della riuscita del film è soprattutto di Johnny Depp, pirata glam e vagamente dandy, ispirato, si dice, all’inconfondibile stile di Keith Richards, chitarrista dei Rolling Stones. Spiritoso e sarcastico, con la bottiglia di rum sempre a portata di mano, Depp/Sparrow entra in scena e la movimenta, diventando suo malgrado il personaggio attorno a cui ruota l’interesse dello spettatore. Ma anche l’ingenuo Orlando Bloom, nella parte dell’innamorato un po’ imbranato e spinto da sincera passione, convince e tiene testa all’incontenibile simpatia di Depp. Nella parte della bella da salvare, secondo i cliché del genere, un’attrice giovane e provocante quanto basta, Keira Knightley, già vista nel divertente Sognando Beckham. A completare il cast, Geoffrey Rush nei panni del pirata Barbossa, cui conferisce la tipicità del cattivo della situazione ma senza prendersi troppo sul serio (ricordando il Walter Matthau di polanskiana memoria). L’irresistibile confronto finale tra il bucaniere Depp e il pirata Rush rimane il momento culminante di un film godibile e adatto agli spettatori di tutte le età. (emilia de bartolomeis)

Non lasciarmi

Tre amici, Kathy, Tommy e Ruth sono cresciuti ad Hailsham, uno splendido collegio inglese immerso nella campagna verde. Crescendo dovranno fare i conti con un terribile segreto riguardante la loro esistenza e con un sentimento che farà di loro un triangolo amoroso; in più i protagonisti dovranno affrontare il mondo esterno, con il quale non hanno avuto mai modo di confrontarsi.

Seta

Nel XIX secolo, dopo che un’epidemia ha decimato i bachi da seta in Europa e nel Vicino Oriente, un mercante francese decide di recarsi in Giappone per contrabbandarli in patria. Giunto nel paese del Sol Levante, nonostante sia sposato, si innamora perdutamente della concubina di un potente uomo locale.

Tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro Baricco.

Last Night

Il film parla di una coppia sposata, e più precisamente di una notte in cui i due sono separati per motivi di lavoro, infatti, il marito é in viaggio con una collega molto attraente alla quale é difficile resistere. Quella stessa notte, la moglie incontra per caso il suo ex fidanzato…

The Jacket

Jack Starks è un veterano della Prima Guerra del Golfo, sofferente di un’amnesia post-traumatica per una ferita subita nel conflitto. Accusato ingiustamente di omicidio, viene chiuso in una clinica psichiatrica in cui subisce una cura drastica e sperimentale: imbottito di droghe e infilato in un loculo, l’uomo comincia ad avere allucinazioni e a frequentare una dimensione spazio-temporale distorta, nella quale si muove tra passato e futuro ricostruendo ciò che è stato e cercando di evitare ciò che sarà: la propria morte che dovrebbe avvenire di lì a qualche giorno. Nel futuro conoscerà Jackie, ragazza bella e tormentata in cerca di un riscatto: le sorti dei due sono inestricabilmente connesse.

Di viaggi nel tempo al cinema se ne sono visti tanti e spesso non particolarmente riusciti. E altrettante tetre cliniche psichiatriche e innocenti ingiustamente condannati e storie d’amore fra grandi star. Ma questa è Hollywood. Piuttosto è meno frequente vedere tutti questi ingredienti miscelati nello stesso film. E vedere il naso tagliente ed espressivo di Adrien Brody campeggiare in una scena hollywoodiana al posto di quello più bello e gentile del solito Keanu Reeves o di un Brad Pitt qualsiasi.

The Jacket
rispecchia nel risultato la sua genesi produttiva: una telefonata dei super-produttori Soderbergh e Clooney all’indipendente John Maybury. L’opportunità ha solleticato il regista, pur consapevole di non avere completa libertà d’azione. Di Maybury (già autore dell’apprezzato
Love Is The Devil
) il film conserva comunque la decisa efficacia visiva: le atmosfere allucinate e i trip mentali di Jack inquietano. Il merito in realtà va spartito con Peter Deming, direttore della fotografia, già collaboratore di Lynch, e con la computer graphic.

La storia non risolve il nodo centrale: i viaggi nel tempo di Jack sono in qualche modo reali, oppure restano semplici fantasie? Ma Maybury non è interessato a dare risposte, né tanto meno a proporre speculazioni metafisiche: il regista non è un filosofo ma un buon narratore con un notevole gusto visivo. La mescolanza dei generi – il thriller, la fantascienza, la storia d’amore – produce un buon amalgama che salva il film dal rischio di essere bollato come l’ennesimo prodotto di genere, svolto secondo il consueto plot preconfezionato. Una certa originalità c’è, anche se non si nota molto. Corredano la pellicola le atmosfere livide e il dignitoso spessore dei personaggi.

Adrien Brody, dopo la grandiosa interpretazione de
Il pianista
di Polanski, ha ancora una volta la faccia giusta. Il suo volto è credibile almeno quanto la drammaticità della sua interpretazione. Maybury, proveniente da esperienza diverse da quelle del cinema istituzionale, lo ha voluto fortemente ed è stata una scelta che vale quasi il cinquanta per cento del film. A Hollywood dovrebbero fare qualche riflessione. Emblematica in questo senso è anche la scelta della co-protagonista, Keira Knightley, impegnata a essere più bella che brava. In realtà la giovane attrice, reduce prevalentemente da film di cassetta come
La maledizione della prima luna
, non sfigura nelle vesti della spinosa e fragile Jackie. Ma si spoglia giusto in tempo per il trailer e lascia dubbi sulle motivazioni della sua scelta (non a caso non era l’opzione preferita da Maybury). Attorno ai protagonisti ruotano volti ed espressioni sempre azzeccati, dal dottor Becker (Kris Kristofferson), alla dottoressa Lorenson (Jennifer Jason Leigh), agli altri comprimari.

La ditta Soderbergh – Clooney ha, insomma, sfornato un altro prodotto doc, con tutte le caratteristiche a posto per rientrare nel solco «buon coinvolgimento – rapida obsolescenza» che contraddistingue di solito le loro collaborazioni (vedi
Ocean’s Eleven
). La storia del cinema non la si fa in questo modo, ma due ore accattivanti (e un po’ di soldini) sì. Se vi trovate un pomeriggio di questi senza sapere cosa fare – e non frequentate abitualmente Kurosawa – investire qualche euro in The Jacket può non essere una cattiva idea.
(stefano plateo)

La duchessa

Ambientato alla fine del Settecento, La Duchessa è la storia della bella e sofisticata Georgiana Spencer (antenata di Lady D). Famosa per la sua bellezza e il suo fascino, divenne un personaggio controverso per i suoi gusti stravaganti e la sua passione per il gioco e per l’amore. Andata in sposa giovanissima al più anziano e freddo Duca del Devonshire, amica intima di ministri e principi, Georgiana fu un’icona dell’eleganza, una madre devota, un’abile attivista politica, e la beniamina della gente comune. Ma al centro della sua storia c’è soprattutto una disperata ricerca dell’amore. Dalla relazione appassionata e infelice di Georgiana con il Conte Grey, al complicato ménage à trois con il marito e con la sua migliore amica, Bess Foster.

Seta

Francia, seconda metà dell’Ottocento. Hervé Joncour è un giovane soldato, figlio del sindaco di Lavilledieu, che assecondando il volere paterno ha intrapreso la carriera militare. Decide così di sposare presto la dolce Hèléne Fouquet di cui è profondamente innamorato. Ad Hervé viene offerta una interessante alternativa dall’imprenditore Baldabiou, che cerca di far rivivere gli antichi splendori della città riaprendo le fabbriche di seta chiuse da tempo. Dalla Francia alla Turchia le uova dei bachi da seta si sono ammalate di una strana malattia, così Baldabiou incarica Hervé di andare in Giappone, una terra segreta e sconosciuta , negata a quasi tutti gli stranieri. Baldabiou è in contatto con un misterioso mercante che è disposto a commerciare con l’estero sebbene sia vietato ai giapponesi esportare uova di baco da seta. Ma partire significa lasciare l’amata…

Orgoglio e pregiudizio

Guarda la Photogallery di questo film
Adattamento dell’omonimo romanzo di Jane Austen. Fine Settecento, a Longburn, un angolo della campagna inglese, vive la famiglia Bennet. La principale occupazione della signora è cercare mariti adeguatamente ricchi e rispettabili per le cinque figlie. Più saggio e disincantato è il signor Bennet, che vive con placida ironia le ansie arriviste della moglie. L’arrivo nelle vicinanze di un uomo nobile e ricco, Bingley, accende le speranze della signora: la figlia Jane se ne innamora, ricambiata. Assieme a Bingley fa la sua comparsa il signor Darcy, un uomo profondo e altero dal carattere difficile. Elizabeth, secondogenita dei Bennet, ragazza intelligente e vitale, dà vita con lui a scaramucce intellettuali segnate dall’antipatia, visto il carattere chiuso e orgoglioso dell’uomo, sempre più coinvolto dalla sua fiera antagonista. Tra fraintendimenti e attese, il solco sembra approfondirsi, finché Elizabeth comincerà a scorgere le qualità dissimulate di Darcy.
L’Inghilterra di fine Settecento con i suoi paesaggi verdi, i balli, le carrozze e i corpetti. La versione filologicamente corretta della società pre-vittoriana si srotola per due ore in sedici noni, senza annoiare né incantare. Filologia rispettata anche nei confronti del romanzo di Jane Austen, cui il regista, complice la sceneggiatrice Deborah Moggach, rivolge una riverenza degna del più settecentesco degli inchini. Visivamente il film rimane decisamente classico, non si concede particolari virtuosismi (tranne, per esempio, il piano-sequenza che ci introduce in casa Bennet). L’omaggio al gusto del romanzo comincia dunque dalle inquadrature, senza dubbio funzionali ma spesso di maniera. In più di un caso, anzi, la regia scivola nella retorica zuccherosa o epica. E quando, in un sottofinale criminale, Darcy ed Elizabeth si ritrovano nel prato, mancano solo gli uccellini festanti. Da censura.
Ma l’impostazione classica funziona altrove. Dialoghi e relazioni fra i personaggi sono spesso costruiti con gusto. La mano della sceneggiatrice è sensibile, riesce a riproporre le sofisticate scaramucce retoriche di quell’epoca senza scadere nella noia o nella piattezza, valorizzando anzi la tensione drammatica di alcune scene del romanzo, basandovi fedelmente i dialoghi. In più rinsalda la tenuta di un film rischioso come questo distribuendo lungo le due ore diversi momenti comici. Lo strumento preferito è la signora Bennet: già un figura umoristica nel romanzo, qui diviene una sorta di caricatura. Con stile e senso del ritmo questi intermezzi salvano il film dal rischio di retorica e sentimentalismo eccessivi.
Keira Knightley incarna bene Elizabeth (tanto da meritare una candidatura all’Oscar come miglior attrice protagonista), così come Matthew Mc Fayden, appena troppo tenebroso, dà voce e portamento alle inquietudini e alla magnanimità di Mr Darcy. Il loro rapporto incerto, contraddittorio e intenso, si anima riuscendo coinvolgere senza scadere (troppo) spesso nella retorica. Ma il piccolo capolavoro recitativo del film lo realizzano i comprimari: in particolare il signore e la signora Bennet (Donald Sutherland e Brenda Blethyn) sono vivaci nelle loro schermaglie, quanto Judi Dench mette in risalto l’austerità di Lady de Bourg. Se la rete di dialoghi, sguardi e sospensioni fra i personaggi prende corpo, grande merito va ascritto a loro.
Trasporre un romanzo così distante nel tempo e nei toni era un’operazione difficile. La troupe è stata aiutata dall’attrattiva senza tempo delle più dense relazioni uomo – donna e di quelle fra classi. Ma il film coinvolge e a tratti brilla grazie alla sensibilità di chi vi ha lavorato. Resta fastidioso il gusto eccessivamente pittorico di Wright, che in alcune scene perde la misura e inclina pericolosamente verso l’avvelenato polpettone sentimentale di stile hollywoodiano. Ma basta chiudere gli occhi in un paio di scene e rimangono due ore che, senza fare la gloria del cinema – e probabilmente nemmeno quella di Jane Austen – avvinceranno parecchi spettatori. L’italiano Dario Marianelli, autore delle musiche, è candidato all’Oscar per la miglior colonna sonora. (stefano plateo)

A Dangerous Method

Alla vigilia della prima guerra mondiale, Zurigo e Vienna fanno da sfondo a una complicata storia di scoperte intellettuali e sessuali. Basato su eventi reali, il film osserva le relazioni burrascose tra Carl Jung, psichiatra alle prime armi, il suo maestro Sigmund Freud e Sabina Spielrein, la bella giovane paziente che si frappone tra i due. Nel triangolo si inserisce anche Otto Gross, un paziente sedizioso, determinato ad allargare il più possibile i propri orizzonti. La loro personale esplorazione della sensualità, dell’ambizione e dell’inganno spinge Jung, Freud e Sabina a mettere in discussione e cambiare per sempre la natura del pensiero moderno.

Sognando Beckham

Jess è una ragazza indiana che vive nella sua bella casetta con giardino a Sauthall, un quartiere di Londra. Mamma in sari, papa sikh, sorella che sta per sposarsi. Nella sua cameretta, un’infinità di foto del suo idolo, il calciatore David Beckham. A cui racconta come è andata la giornata, cui chiede consiglio… Adora il calciatore, ma gioca anche a calcio. Di nascosto, al parco, con dei ragazzi. Finché passa Jules, che la nota e le propone di unirsi alla sua squadra di calcio femminile. Che Jess preferisca tirare calci a una palla piuttosto che imparare a cucinare il chapatti non va giù alla famiglia. Ma quando lei deciderà di fare sul serio, con il non secondario particolare che le piace l’allenatore, allora…
Gurinder Chadha ha confezionato un film (filmetto…) divertente e spensierato sulla passione per il calcio di una ragazza che sta diventando grande. Con contorno di lotta generazionale, di culture diverse, di religioni che non si integrano ancora, di usi, costumi e tradizioni di una terra così lontana. E poi prende simpaticamente a pedate stereotipi e pregiudizi su razze e sesso. Jess è una ragazza cresciuta a Londra ma in una famiglia ancora molto legata alla sua terra d’origine. Lei guarda avanti, i suoi guardano indietro. Per giunta gioca a calcio. Adora Beckham. E sogna un paio di scarpette coi tacchetti, disdegnando mise un po’ più femminili… Gli ostacoli sono superati dall’affetto, dall’amore filiale, dall’amicizia. Fino a uno scontato happy end che vede tutti felici e vittoriosi. E con un futuro dove le divisioni tra «caste» (lei indiana, lui irlandese) si potranno superare… Si ride e si sorride. Un film leggero, una commedia che lascia di buon umore. E non è poco, ma è tutto.  David Beckham compare all’inizio e alla fine del film: nella partita iniziale si tratta, però, di una controfigura del capitano della Nazionale inglese, mentre nella passerella in aeroporto è proprio Beckham a impersonare se stesso. (d.c.)