Neil Young: Heart of Gold

Coloro che hanno vissuto gli anni del “baby boom” in generale e, più in particolare, i fan di Young assaporeranno questo sublime film-concerto girato durante i due spettacoli del 2005 al Ryman Auditorium di Nashville. Young e i componenti della sua band interpretano pezzi nuovi e vecchi. Ciò che rende questo film particolarmente toccante è sapere che il cantante folk scrisse le sue composizioni più recenti dopo aver appreso di avere un aneurisma cerebrale, per il quale ha subito, con successo, un intervento chirurgico.

Una volta ho incontrato un miliardario

Meravigliosa commedia realistica ispirata alla storia di Melvin Dummar, che una volta diede un passaggio al brizzolato Howard Hughes e più tardi tirò fuori un testamento che lo nominava erede delle fortune dello stesso Hughes. Fiaba americana toccante, dolce e amara, con la Steenburgen (vincitrice dell’Oscar) che regala i momenti più brillanti, inclusa una memorabile sfida televisiva di talenti. Anche la sceneggiatura di Bo Goldman vinse l’Oscar. C’è anche il vero Melvin Dummar dietro la cassa del bar a una stazione dei bus.

Beloved – L’ombra del passato

Il successo non paga a Hollywood, e non pagano i crediti acquisiti al box office. Se così non fosse non si spiegherebbe diversamente l’incredibile sorte dell’ultimo lavoro di Jonathan Demme, Beloved , tratto dall’omonimo romanzo di Toni Morrison vincitore del premio Pulitzer. Il film, vecchio ormai di due anni, è stato un flop colossale negli Stati Uniti, tanto che in Italia – dopo essere stato annunciato nei listini della Buena Vista – non è mai stato distribuito nelle sale, né con ogni probabilità uscirà mai per l’home video. Paradossalmente, questa recensione è resa possibile unicamente dal fatto che Beloved viene programmato in esclusiva assoluta, a partire da questo mese, su Tele+. E pensare che Jonathan Demme, accingendosi a girare questo film fluviale, realisticamente denso e inquietante, era reduce da due enormi successi commerciali planetari e vincitori di numerosi premi Oscar: nientemeno che Il silenzio degli innocenti e Philadelphia. Certo, Beloved, pur potendo contare sul richiamo di un celebre romanzo di partenza, non è uno di quei film che corre incontro al pubblico o che il pubblico può accogliere a braccia aperte. Demme impone un cast tutto di attori di colore e la stessa major che l’ha prodotto – la Buena Vista – sembra fare di tutto perché il film vada incontro a un insuccesso. La vicenda comincia nel 1865, con una serie di manifestazioni sovrannaturali nella dimora di Sethe: una donna di colore che, stabilitasi nell’Ohio dopo essere sfuggita a una famiglia di schiavisti del Kentucky, convive con lo spirito di una figlia morta, un’anziana madre, due figli maschi che alla prima occasione se la danno a gambe, un cane e la seconda figlia, terrorizzata e isolata da tutti a causa di questa situazione paradossale. Dopo sette anni si fa vivo un vecchio amico della donna, Paul, che vorrebbe stabilirsi lì e diventare il suo uomo, anche a costo di dover tenere testa alla presenza sovrumana che alberga nella casa.
Si tratta di un’opera difficile, attraversata com’è da una tensione metafisica che già dalle prime sequenze l’autore restituisce con accentuazioni orrorifiche esplicite, scarti visivi forti e indecifrabili e certamente inopportuni per un dramma in costume sull’apparente falsariga de Il colore viola di Spielberg. È chiaro che occorre leggervi dell’altro, a partire da segnali di un discorso politico militante sulla persistenza della questione razziale nell’America contemporanea, tema cui l’autore si è sempre dedicato tanto nelle opere di fiction quanto in quelle di non-fiction. Un’America democratizzata solo in superficie ma intimamente perversa e crudele, che si riconferma, anche indirettamente, teatro tragico di contraddizioni inestinguibili e dell’ipocrisia ideologica – oggi politicamente corretta – del melting pot. Allora come non dare ragione a Demme, che è un autore ancora convinto che gli argomenti scomodi e controversi ci siano e vadano stanati? (anton giulio mancino)

Il silenzio degli innocenti

Un maniaco terrorizza gli Stati Uniti uccidendo e scuoiando alcune giovani donne. Il sergente dell’FBI Jack Crawford sceglie come assistente la giovane recluta Clarice Starling, convinto che la ragazza possa convincere lo psichiatra Hannibal Lecter, rinchiuso in un manicomio criminale in seguito a episodi di cannibalismo, ad aiutarlo nelle indagini. Dal romanzo di Thomas Harris, un geniale thriller, originalissimo, crudo e violento: in alcune parti quasi insostenibile, in altre terribilmente affascinante. Per tecnica, costruzione narrativa e atmosfera, il migliore mai realizzato. Cinque Oscar: film, regia, sceneggiatura (di Ted Tally), attore e attrice protagonista (Hopkins e la Foster, entrambi straordinari). (andrea tagliacozzo )

The Truth About Charlie

Pallido remake di Sciarada, anche questo ambientato a Parigi, con la Newton nel ruolo della fanciulla in difficoltà, Wahlberg in quello del suo nuovo e galante amico e Robbins in quello di un ufficiale governativo fin troppo sospettoso. Invece di giocare la storia con convinzione, il film ci tiene a distanza, portando l’attenzione su di sé con vertiginosi movimenti di macchina, musica cacofonica e indulgenti riferimenti alla Nouvelle Vague, con le apparizioni, inoltre, di tre dei suoi protagonisti (Aznavour, la Karina e la Varda). Accreditati quattro sceneggiatori per complicare la sceneggiatura di Peter Stone del 1963; uno di loro (Peter Joshua) è Stone sotto pseudonimo, che si è guadagnato i titoli per aver integrato la trama originale. Panavision.

Una vedova allegra, ma non troppo

Un killer della mafia viene ucciso dal proprio boss che l’ha colto in flagrante con la sua amante. La moglie del primo, rimasta vedova, decide di trasferirsi con il figlio a New York, ignara d’essere costantemente controllata da due agenti dell’FBI. Una curiosa commedia che, dopo un inizio stentato, prende rapidamente quota anche grazie all’apporto degli interpreti, tutti in grande forma, tra i quali lo stralunato e divertentissimo Matthew Modine, nei panni di uno dei poliziotti, e la bellissima Michelle Pfeiffer. Bravi anche Dean Stockwell (candidato all’Oscar) e Mercedes Ruehl, i quali non di rado rubano la scena ai due protagonisti. Ottima la regia di Jonathan Demme che, come al solito, fa un buon uso della nutrita colonna sonora. (andrea tagliacozzo)

Swimming to Cambodia – A nuoto verso la Cambogia

Spalding Gray parla per quasi un’ora e mezza della vita in generale e delle sue esperienze in Cambogia, dove ha passato del tempo mentre interpretava un piccolo ruolo in Urla del silenzio. Non c’è un vero motivo per cui un lungo monologo debba diventare un film così affascinante: ma così è, grazie all’abilità di narratore di Gray e alla magistrale (e sottile) regia di Demme. Un’esperienza insolita e gratificante. Seguito da Monster in a Box.

Mio cugino, il reverendo Bobby

Documentario intelligente, estremamente intimo, del regista Demme che ha filmato suo cugino per molti anni, imparando a conoscerne il lavoro. Il reverendo Robert Castle è un prete di Harlem tenacemente devoto ai suoi parrocchiani e impegnato da tempo nell’attivismo radicale. Affascinante ritratto di una personalità complessa e della crescente relazione con il cugino regista.

The Agronomist

All’alba del 3 aprile 2000 sicari armati freddano nei pressi della sua emittente radiofonica il giornalista Jean Leopold Dominique e un collaboratore che stava per cominciare il suo turno di conduzione. Siamo a Port-au-Prince, nell’isola di Haiti. La morte del coraggioso e tenace giornalista sarebbe probabilmente rimasta ignota ai più, se non fosse stato per l’amicizia che lui e la moglie, la giornalista Michèle Montas, avevano stretto durante il loro esilio a New York con il regista Jonathan Demme. A lui si deve il progetto – interrotto dall’assassinio del settantenne appassionato propugnatore dei diritti civili – di raccogliere in un documentario la vita di Dominique, raccontata attraverso la sua radio, Radio Haiti Inter, unica voce autonoma dell’isola, rilevata nel 1968 e subito diventata una spina nel fianco del potere dittatoriale di Duvalier padre, prima, e figlio, poi.
Demme – vincitore dell’Oscar con Il silenzio degli Innocenti, ora nelle sale anche con il thriller fantapolitico The Manchurian Candidate – nei quindici anni precedenti l’assassinio, aveva realizzato molte ore di riprese sulla vita di Dominique. Su questo materiale video, che si interrompe con lo spargimento delle ceneri del giornalista nelle acque di un fiume a Port-au-Prince e la ripresa delle trasmissioni della sua amata emittente radiofonica ad opera delle vedova, costruisce un documento importante per conoscere la straordinaria esperienza dell’uomo Dominique, nel suo continuo intrecciarsi con le vicende dell’isola caraibica, stritolata dagli appetiti dei dittatori, dalla corruzione dei potentati locali e condannata a forme più o meno esplicite di «protezione» da parte del vicino gigante statunitense, preoccupato di tenere sempre sotto stretto controllo il «giardino di casa».
L’isola non conosce un vero periodo di pace e l’apertura di uno stabile processo democratico da decenni. A parte la breve parentesi rappresentata dall’ascesa al potere, a metà degli anni Ottanta del secolo scorso, del reverendo cattolico Jean Bertrand Aristide, legittimamente conquistata e perciò sostenuta e difesa da Radio Haiti. Almeno fino a un drammatico confronto tra Aristide e Dominique davanti ai microfoni della radio, nel quale il giornalista chiedeva conto senza mezzi termini della corruzione dilagante e il presidente cercava di difendersi al colmo dell’imbarazzo. In seguito Jean, proveniente da una famiglia benestante, orgogliosa delle proprie origini e diffidente di tutti i popoli che hanno colonizzato l’isola nel corso della sua storia – francesi, inglesi e in ultimo americani – fu nuovamente costretto all’esilio. Ma non l’amore per la propria terra e per la sua creatura radiofonica era invincibile in lui.
«Aagronomo senza terra», Jena Dominique aveva completato gli studi in Francia, dove aveva scoperto il potenziale di mobilitazione politica del cinema e, una volta fatto ritorno in patria, aveva sposato la causa dei contadini creoli, realizzando il primo film haitiano sugli haitiani e cominciando a trasmettere alla radio programmi nella loro lingua, diventandone istantaneamente rappresentante e paladino contro l’arroganza del potere e il terrore dei «macoute», la guardia presidenziale agli ordini del dittatore «Papa Doc» Duvalier.
Come detto il documentario si ferma all’assassinio del giornalista, non addentrandosi nell’intrico delle indagini e del successivo processo, che per altro non ha ancora prodotto risultati, sospeso, poi ripreso e poi ancora sospeso a causa di pesanti intimidazioni, misteriose sparizioni e immancabili lungaggini procedurali. Se da un lato la scelta di Demme è comprensibile e giustificata dal desiderio di rendere solo omaggio alla figura dell’amico morto ammazzato, dall’altro il documento risulta monco. Questo è a nostro avviso un limite, visto che nell’isola caraibica non regna né la pace né l’ordine e Radio Haiti Inter continua la propria solitaria battaglia per l’affermazione degli ideali ai quali Jean Dominique ha sacrificato la vita. La colonna sonora di The Agronomist è stata realizzata dal cantante e autore di musica black di origini haitiane Wyclef Jean. Il film è stato presentato in anteprima alla Mostra di Venezia nel 2003 e ha ricevuto quest’anno il Premio giornalistico Ilaria Alpi, intitolato alla giornalista Rai uccisa in Somalia con il suo operatore Miran Hrovatin. La pellicola è distribuita in Italia dalla Bim.
(enzo fragassi)

Swing Shift – Tempo di swing

Tentativo fallito di creare una storia di fantasia basata sulla reale esperienza delle casalinghe che diventarono operaie in fabbrica durante la seconda guerra mondiale. Tutte le donne sono interessanti (specialmente la Lahti, in una performance meravigliosa), ma gli uomini non sono profondi e definiti male, e di conseguenza lo è anche il film. La sceneggiatura è accreditata a “Rob Morton”, pseudonimo che cela diversi bravi autori; si dice che mezz’ora del film sia stata girata da un altro regista su insistenza della Hawn, anche produttrice. Una nominatio agli Oscar.

Rachel sta per sposarsi

Quando Kym (Anne Hathaway) torna a casa della famiglia per il matrimonio della sorella Rachel (Rosemarie Dewitt), porta con sé una lunga storia di crisi personali, conflitti familiari e tragedie. La grande quantità di amici presenti al matrimonio della coppia si è riunita per un felice weekend di feste, musica ed amore, ma Kym, con le sue taglienti frasi secche e un’inclinazione naturale a provocare dei drammi, rappresenta un catalizzatore per le tensioni a lungo sopite nelle dinamiche familiari. Pieno di personaggi ricchi ed eclettici che rimangono un marchio di fabbrica dei film di Jonathan Demme, Rachel Getting Married dipinge un ritratto di famiglia toccante, sensibile e talvolta esilarante. Il regista, la sceneggiatrice esordiente Jenny Lumet e un cast stellare esprimo il dramma di queste persone complesse ma affascinanti con un grande affetto e generosità di spirito.

Chroma Angel chiama Mandrake

Un filmetto scoppiettante e originale in cui lo studio delle psicologie e le gag fanno da contraltare alle troppe scorciatoie narrative. Al centro della vicenda ci sono il radioamatore LeMat e la sua ossessione per i “baracchini” C.B., ma il tormentone da non perdere è quello del camionista bigamo. Sceneggiato da Paul Brickman. Titolo originale: Citizens Band.

Qualcosa di travolgente

Charles, tranquillo e anonimo agente di cambio newyorchese, si lascia coinvolgere in ogni genere di sfrenatezze dalla bella Lulù, conosciuta casualmente in un fast-food. L’improvviso incontro con il violento Ray, ex marito della donna, trasforma il piacevole diversivo in un’avventura infernale. Un film atipico e inclassificabile che a metà della storia passa bruscamente dalla commedia al thriller. Un piccolo capolavoro, perfettamente in bilico tra il cinema indipendente (alla Roger Corman, mentore del regista) e i prodotti degli studios, per nulla inferiore alle più fortunate pellicole successive di Demme, Una vedova allegra ma non troppo, Il silenzio degli innocenti e Philadelphia . (andrea tagliacozzo)

Il segno degli Hannan

Scheider, agente della Cia, assiste a un’imboscata contro la moglie e passa il resto del film convinto che la prossima volta toccherà a lui. Uno dei più riusciti thriller alla Hitchcock, con ottime interpretazione e un climax d’effetto sulle cascate del Niagara. Occhio a Mandy Patinkin.

Femmine in gabbia

Il primo lungometraggio di Demme è un film ironico — ma allo stesso tempo tipizzato — sulle donne in prigione, originale perlopiù per essere stato ambientato negli Stati Uniti piuttosto che in una qualsiasi “repubblica delle banane”. Ancor più sensazionale è la Steele nei panni di una direttrice di carcere confinata sulla sedia a rotelle. Con un notevole sequel: Renegade Girls.

Philadelphia

Un avvocato emergente (Hanks) sta combattendo l’Aids; quando viene licenziato dal suo ricco studio legale di Main Line Philadelphia (per ragioni complottate), decide di fare causa. L’unico che accetterà il suo caso è un avvocato rincorri-ambulanze (Washington) a cui non piacciono i gay. Questo benintenzionato sguardo mainstream sull’Aids e sull’omofobia americana ha successo come trattatello ma non come dramma. Hanks è grandioso in questa interpretazione vincitrice dell’Oscar, ma non sappiamo nulla del suo personaggio, o del suo compagno (Banderas); la sua famiglia stile Norman Rockwell è (ahimè) troppo bella per essere vera. È proprio il reverendo Robert Castle (protagonista del documentario Cousin Bobby dello stesso Demme) nel ruolo del padre di Hanks. Oscar anche a Bruce Springsteen per la miglior canzone.