Ritratto di signora

Una bella e ricca americana sposa un avventuriero che la ridurrà in uno stato di sudditanza psicologica. Sembrerebbe un adattamento letterario come tanti altri: i costumi e le scenografie sono quelli, la musica è addirittura Schubert e il cast è perfetto (Malkovich sembra un aggiornamento del Valmont delle Relazioni pericolose, la Kidman si conferma una delle migliori attrici della sua generazione). Il canovaccio jamesiano, coi suoi molteplici fattori di repressione, costringe invece la regista a far esplodere la violenza dei rapporti in frammenti minimi di racconto, a squarciare la vicenda con lampi sempre trattenuti, in costante conflitto con l’epoca, i personaggi, le loro psicologie. Questa tensione diventa l’anima stessa del film. La notte, i sogni, i ralenti, i primissimi piani fanno di questo film un piccolo gioiello di ambiguità, lontano da ogni manicheismo e psicologismo. Due nomination agli Oscar. (emiliano morreale)

Danza di sangue

Agustin Rejas (Javier Bardem) è un poliziotto di frontiera sulle Ande e un giorno deve registrare i documenti di uno strano gruppo di persone. Da lì a poco è trasferito nella capitale di un Paese dell’America Latina, insanguinato da anni dalle azioni di un gruppo di terroristi che inneggiano al Presidente Ezequiel. Durante le indagini, Rejas deve fare i conti con la corruzione degli apparati militari dello stato e con la scarsità di mezzi della polizia. Intanto si innamora della maestra di danza di sua figlia, Yolanda (Laura Morante), e con lei inizia uno strano rapporto platonico. Ezequiel è inafferrabile e la stabilità del paese vacilla sotto la pressione dell’esercito, che è tornato in strada a fare piazza pulita. Rejas è colto e sensibile e grazie a queste armi, un giorno, con un’intuizione… Debutto alla regia di John Malkovich, con un film tratto dall’omonimo romanzo di Nicholas Shakespeare (edito da Baldini&Castoldi): «Una delle ragioni per cui ho diretto questo film, dopo diciassette anni di offerte, è che alle volte è davvero difficile spiegare a qualcun altro cosa si vuole. Questa volta ho fatto tutto da solo», ha spiegato il regista americano. Cinque anni di lavoro per riuscire a far convivere, in 133 minuti di pellicola, ideologia, amore, dubbi, violenza, fiction, povertà, rivoluzione e tanto altro. Il Paese sudamericano, benché la storia si rifaccia a un fatto realmente accaduto, non è mai esplicitamente descritto, ma non è importante. Una pellicola forte, con una fotografia stupenda, un ritmo incalzante e una recitazione quasi impeccabile da parte del cast. A volte anche ironico, agrodolce, nella perfetta filosofia sudamericana in cui si riesce a sorridere anche durante una tragedia. Un film da non perdere, anche se a Venezia è stato accolto tiepidamente.
(andrea amato)

Burn after reading – A prova di spia

Un agente della Cia, dopo essere stato licenziato, decide di scrivere un libro di memorie, raccontando della propria vita e del suo lavoro. Per una serie di circostanze, i suoi appunti vengono per sbaglio copiati su un disco per computer, che finisce casualmente in possesso di Chad e Linda, impiegati di una palestra. Convinti di avere tra le mani dei veri segreti di stato, i due decidono di rivendere il disco al miglior offerente, innescando così una serie di eventi imprevedibili e di irresistibile comicità.

Giovanna d’Arco di Luc Besson

Approccio accattivante alla storia di Giovanna D’Arco, con una vibrante Jovovich nei panni della contadina che conduce gli uomini del suo paese in battaglia. Ma in questa versione (sceneggiata da Besson e Andrew Birkin) lei si fa anche delle domande, il che fa perdere slancio al film dopo un’elettrizzante prima metà piena di scene di battaglia vivide e aggressive. Una versione alternativa dura 158 minuti. Super 35.

Ritorno a casa

Tre testi diversi (Ionesco, Shakespeare e Joyce). Tre episodi e i loro corollari nella vita di un’anziano attore di teatro. Tra sciagure improvvise, malintesi con il proprio agente e piccole gioie. De Oliveira, l’infaticabile, sorprendente creatore di omaggi alla mente dell’uomo (ogni suo nuovo film apre una nuova stanza nel nostro angusto orizzonte), capace di impilare film completamente opposti, uno dietro l’altro. Quest’ultimo lavoro era già stato annunciato durante la presentazione di
Palavra e utopia
. In quell’occasione il maestro portoghese aveva ricordato un avvenimento accaduto durante le riprese, quando un attore, non riuscendo a elaborare il lungo monologo affidatogli, aveva espresso l’intenzione di abbandonare il set. L’episodio dal sapore beckettiano si è allargato in un’affascinante disamina della debolezza umana e dei modi per combatterla. Esercitare la memoria, regolare la vita secondo misure ben precise, vivere una vita secondo le regole (quelle imposte dalla consuetudine o quelle dettate dal proprio intimo) sono modi con cui l’uomo si difende dall’imprevisto, rivelando al tempo stesso la sua debolezza e la sua forza (questo è probabilmente il vero soggetto degli ultimi film del regista). Tra regola ed eccezione sta De Oliveira, che alterna momenti tradizionali (la prima scena di teatro) a soluzioni eccentriche (la chiacchierata di Piccoli al suo agente nel bar, ripresa con un piano fisso sulle scarpe dell’attore francese). E regola ed eccezione modulano anche il percorso dello spettatore, costretto a muoversi da un piano all’altro del discorso, ora godendo per la verve del dialogo, ora immergendosi in affascinanti fuochi incrociati tra teatro e vita ordinaria. De Oliveira, lui, sta a metà strada: un po’ complice del suo mattatore (Piccoli in stato di grazia), un po’ burattinaio sopra le righe. In questi andirivieni risiede la grazia di
Vou para casa
, film capace di emozionare, divertire, intrigare la mente dello spettatore.
(carlo chatrian)

Eragon

L’Impero di Alagaesia vive tempi difficili. In seguito alla guerra tra i Cavalieri dei draghi, al potere è salito il perfido Galbatorix. Una donna a cavallo fugge da un orribile spettro per proteggere una misteriosa pietra blu e, catturata, riesce ugualmente a trasportare la pietra in una radura: qui viene rinvenuta da un giovane di nome Eragon, il quale spera di trarne un buon guadagno rivendendola. La pietra, tuttavia, si rivela un uovo di drago da cui dopo poco nasce un cucciolo, qualcosa di molto raro e appetibile in un paese dominato dal male, tanto importante da indurre l’Imperatore a volersene impossessare a ogni costo. Eragon, guidato dal cantastorie Brom, dovrà lasciare Carvahall, il villaggio in cui è cresciuto, per mettersi sulle tracce dei mostruosi soldati responsabili dell’uccisione dello zio. Durante il viaggio, da umile cacciatore diverrà un Cavaliere dei draghi e si troverà a dover affrontare terribili prove.

Con Air

Megafilm megastupido, ambientato a bordo di un aeroplano della polizia pieno di efferati criminali e di una manciata di prigionieri in libertà vigilata: tra questi ultimi c’è Cage, che era stato ingiustamente incarcerato. Una volta che l’aereo è decollato, i cattivi raggirano la sorveglianza e hanno la meglio. Alcuni buoni attori non possono fare di meglio con una sceneggiatura così insulsa, anche se zeppa di esplosioni e numeri acrobatici. Due nomination all’Oscar per il sonoro e la miglior canzone.

Ombre e nebbia

Trasposizione cinematografica di M , una breve pièce teatrale scritta dallo stesso Allen. Il film è ambientato negli anni Venti, in una imprecisata città terrorizzata dalle gesta di un misterioso assassino. Il timido impiegato Kleinman viene svegliato nel cuore della notte per partecipare a una caccia all’uomo. Dopo una serie di strani incontri per le strade semideserte della città, il pover’uomo si ritrova a essere ingiustamente additato come l’omicida. Il film, splendidamente fotografato in bianco e nero da Carlo Di Palma, si ispira chiaramente all’espressionismo tedesco, ma, pur non mancando di annotazioni valide e momenti di notevole efficacia, il film rischia di rimanere schiacciato dalle sue stesse ambizioni. Ottimo il cast. (andrea tagliacozzo)

La maschera di ferro

La maschera di ferro

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Leonardo DiCaprio in una scena del film

Liberamente ispirato al romanzo Il visconte di Bragelonne (1848) di Alexandre Dumas, La maschera di ferro è un film del 1998 ambientato nella Francia del XVII secolo. Il re Luigi XIV (Leonardo DiCaprio) non si cura delle sofferenze del suo popolo e solo D’Artagnan (Gabriel Byrne) è rimasto al suo servizio. Gli altri tre moschettieri si sono infatti ritirati da tempo. In questo clima di tensione, inoltre, aleggia un mistero. Un prigioniero sconosciuto pare sia nascosto nelle prigioni reali: il suo volto è celato da una maschera di ferro. Chi è questo individuo? Si tratta di un amico o di un nemico del re? E, soprattutto, avrà una qualche influenza sul regno?

Una reinterpretazione della storia, una versione inquietante degli eventi; così si potrebbe forse definire La maschera di ferro. Tuttavia, quale che sia l’opinione sulla trama in sé, un attore versatile come Leonardo DiCaprio non può non coinvolgere gli spettatori nelle vicende narrate.

Curiosità

  • Il film è stato girato interamente in Francia: Lione, Le Mans, Vaux-le-Vicomte, Fontainbleau, Taureau, La Ferté-Alais e Pierrefonds.
  • Il regista è Randall Wallace.
  • Aramis, Athos e Porthos sono interpretati rispettivamente da Jeremy Irons, John Malkovich e Gerard Depardieu.
  • Inoltre, la regina Anna è interpretata da Anne Parillaud.
  • La figura di Luigi XIV è stata oggetto di molte rappresentazioni artistiche, televisive e cinematografiche. Infatti, il famoso Re Sole è il protagonista della serie tv Versailles, attualmente disponibile su Netflix.
  • Randall Wallace non è solo il regista del film, ne è anche lo sceneggiatore.
  • Leonardo DiCaprio si aggiudicò i Razzie Awards del 1998 nella categoria Peggior coppia.
  • La colonna sonora del film è stata composta da Nick Glennie-Smith.

Urla del silenzio

Agli inizi degli anni Settanta, un giornalista americano, in Cambogia per seguire il conflitto che dilania il Paese, stringe amicizia con un medico del luogo che gli fa da interprete. Tratto dalle memorie del reporter del
New York Times
Sidney Schanberg, il film di Roland Joffè – già apprezzato documentarista, qui al suo esordio in un film a soggetto – tocca abilmente le corde del sentimento senza risultare troppo melenso e ruffiano. Haing S. Ngor, al suo debutto sul grande schermo, vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista. Il film conquistò altre due statuette per la fotografia (Chris Menges) e il montaggio (Jim Clark).
(andrea tagliacozzo)

Rko 281

Un cinegiornale introduce la vicenda, che è quella ben nota della realizzazione di
Quarto potere
di Orson Welles. Il giovane genio si trasferisce a Hollywood, dove trova un’accoglienza fredda e sospettosa. Naufraga il progetto su Cuore di tenebra e parte quello sul cittadino Kane. Welles prende a modello Hearst, che reagisce cercando di bloccare il film. Ma le sue enormi fortune stanno ormai declinando…

Tratto da uno dei documentari realizzati su Orson Welles nel decennio scorso (
Battle Over Citizen Kane
di Cramer e Lennon) e girato interamente a Londra dal giovane Benjamin Ross, questo
Rko 281
delude ogni aspettativa. La nascita di uno dei massimi capolavori della storia del cinema viene ridotta al conflitto fra due persone, la cui statura morale – si vorrebbe far intendere – era equivalente. Se la tesi è discutibile, la fattura è di una tale mediocrità da far naufragare ogni ambizione. Inadeguato come discorso sul genio, inconsapevolmente banale quando vorrebbe affrontare il tema del
Male
, il film non si schioda neppure per un momento dagli standard di una modesta televisione.

L’inutilità di questa pellicola è tanto più irritante se si pensa che, del vero
Citizen Kane
, il pubblico italiano si deve accontentare di un’edizione rimaneggiata e penalizzata da un adattamento ridicolo.
(luca mosso)

L’ombra del vampiro

Il dottor Murnau intende trarre un film dal romanzo di Bram Stoker, «Dracula». Ossessionato dal realismo e dalla forma cinematografica, sfianca i suoi collaboratori nel tentativo di raggiungere una maniacale perfezione. Quando tutto sembra ormai pronto per iniziare le riprese, manca all’appello solo l’attore che deve interpretare Nosferatu, il «non morto». Si tratta di un talento fuori dal comune, che per calarsi nel suo ruolo necessita di una concentrazione e di un isolamento altrettanto fuori dal comune. Ma intanto sul set iniziano a verificarsi strani incidenti… Sulla carta il progetto di Merhige non è male: il cinema è il primo (l’ultimo?) dei vampiri, e nel filmare se stesso – ossia un vampiro vero – deve necessariamente sacrificare i corpi che vivono sulla linea che separa il reale dal dispositivo di riproduzione. Il problema è che invece di sviscerare questo dramma dello specchio, dell’identificazione impossibile, Merhige preferisce semplificare la posta in gioco (che si è scelto da solo) e blandire lo spettatore con strizzatine d’occhio cinefile che al massimo strappano un sorrisino di circostanza.

Non invocheremo nemmeno il delitto di lesa «murnauità» (la caricatura che Malkovich fornisce senza colpo ferire del grande tedesco), ma anche restringendo il campo al semplice film – senza tener conto degli invocati rimandi metalinguistici – si salvano solo la ricostruzione ambientale e un divertito Willem Dafoe. Davvero un magro bottino, oltretutto ottenuto ispirandosi a uno dei massimi cineasti di tutti i tempi. Il punto è che Murnau è un vero vampiro e i suoi discepoli/film hanno trionfato sul tempo: Merhige tenta invece di imitare il mistero dei vampiri per rivelarne il segreto. Inevitabile, quindi, il fallimento.
(giona a. nazzaro)

Un film parlato

Esiste, anzi esisteva una «mediterraneità» che per secoli ha unificato lingua e culture diverse, nate però da un unico grembo. Parafrasando Predrag Matvejevic, Manoel de Oliveira filma una stupefacente parabola, per capire a fondo la quale si devono attendere gli ultimi cinque minuti che ne ribaltano la prospettiva e, innanzi tutto, bisogna recuperare la nostra sepolta «naivetè», ovverosia la capacità di tornare a vedere la realtà come se fosse la prima volta, come fossimo bambini. Ed è infatti con gli occhi di una bimba di otto anni che, per buona parte del film, vengono colte le immagini dei luoghi topici della nostra civiltà.

Una giovane professoressa universitaria di storia coglie l’occasione di ritrovarsi a Bombay col marito, pilota di linee aree civili, per fare una crociera e visitare con la figlia Maria Joana tutti quei luoghi che lei finora ha conosciuto solo sui libri. Si parte da Lisbona e dalla sua Torre di Belèm, si scorge Ceuta lontana, si scende a Marsiglia, a Napoli si visitano le rovine di Pompei, poi Atene e il suo Partenone, Istanbul, l’Egitto e le sue piramidi e infine Aden, come ultima tappa, dopo la quale il viaggio si interrompe e non vi racconto perché. Durante queste soste «turistiche», scandite dal primo piano della prua della nave che solca il mare, salgono a bordo tre donne in carriera, una francese (Catherine Deneuve), ricca donna d’affari, un’italiana (Stefania Sandrelli), ex-modella famosa e una greca (Irene Papas), attrice e cantante. Il comandante della nave (John Malkovich) gentiluomo e charmeur, americano ma di origine polacca, le invita come ospite alla sua tavola cui, in un secondo momento, si aggregheranno anche la professoressa e la piccola figlia.

Questa seconda parte del film, prima della sorpresa finale, è costruita quasi come un’unica sequenza, con pochi stacchi di macchina, spesso fissa, come nel grande Ozu, ed è un solo inno – sotto la forma di una conversazione anche sempliciotta, quasi banale, da chiacchiera da tavola – alla nostra civiltà in declino, una civiltà fondata sui valori della cultura greca, dove tutti si capiscono pur parlando lingue diverse, perché la cultura unifica nella diversità democratica, dove tutte le opinioni sono accette, dove l’educazione, la gentilezza, l’arte di intrattenere predominano. Ci si rende conto che a quel tavolo siede un’umanità in via di estinzione, che la nave è una narrenschift, se si sostituiscono ai narren, ai folli, quei superstiti laudatores di valori non più in commercio. Con il suo modo essenziale, forse un po’ tanto semplicistico, ma disarmante, incantato e struggente di raccontare, il «grande vecchio» del cinema riesce ancora una volta a commuoverci e a lasciarci, grazie alla sequenza finale, con l’animo ulcerato e sgomento.
(piero gelli)

Gli occhi del delitto

John Berlin fa il poliziotto, ed è sulle tracce di un serial killer con un’ossessione per le donne cieche. Helena è l’ottava di queste, ma ancora non lo sa. Per ora è una testimone, evidentemente non oculare: ha udito la voce dell’assassino. Berlin bracca il maniaco, ma si ritrova incastrato con un’accusa di omicidio e un ambiguo agente dell’Fbi alle costole.
Gli occhi del delitto
può essere subito neutralizzato: è sufficiente leggervi il disegno di un ennesimo thriller a protagonista assassino seriale, e riconoscervi l’ordito di
Il silenzio degli innocenti
, precedente di un solo anno. Eppure questo film di cassetta presenta un vero parterre de roi: Andy Garcia, Lance Henriksen, un vezzoso John Malkovich e uno dei migliori ruoli della straordinaria Uma Thurman. Su questo gruppo di interpreti si drappeggia un tessuto scuro intorno al tema della cecità: buio che avvolge le vittime e il poliziotto, che non vede il proprio omicida, ma soprattutto lo spettatore, dubbioso sull’identità del maniaco e l’innocenza del protagonista. Tortuoso nella costruzione del proprio caso, Gli occhi del delitto brilla per una messa in scena semplice e a tratti folgorante: il collegio per ciechi rimane un set di grande suggestione, una buia bolgia spiraliforme per personaggi e pubblico.
(francesco pitassio)

Le relazioni pericolose

La perfida marchesa di Montreuil usa l’ex amante, il non meno diabolico Visconte di Valmont, abile seduttore, per compiere vendette personali. La giovanissima Cecile e la sensibile Madame de Tourvel vengono irretite dal fascino del gentiluomo. Elegante versione dell’omonimo romanzo di Chordelos de Laclos (tratta dal lavoro teatrale di Christopher Hampton), sufficientemente raffinata e frizzante per accontentare sia la grande platea che i palati più difficili. Cast d’interpreti quasi perfetto in cui spiccano, in ruoli di contorno, due future star: Keanu Reeves e Uma Thurman. Il film uscì contemporaneamente a un’altra pellicola basata sullo stesso soggetto,
Valmont
di Milos Forman. Tre Oscar: a Glenn Close, migliore attrice, alle scene e ai costumi.
(andrea tagliacozzo)

The Libertine

Inghilterra, fine XVII secolo. Carlo II (John Malkovich) è un monarca autoritario ma incline alle arti in voga nelle corti europee di allora: la danza, il canto e il teatro. Mentre il regno è in lotta con il sempre più potente parlamento, il re richiama a corte il Conte di Rochester (Johnny Depp), libertino, illustre poeta e artista maledetto, in precedenza espulso da Londra per oltraggio al re. Eccellente scrittore di poesie, amante smodato del teatro, autore di versetti osceni e pungenti, alcolizzato, e ossessionato dal sesso e dalla perversione che impazzano a corte, John Wilmot, questo il suo vero nome, torna alla lugubre e fangosa Londra, felice di potersi dedicare ai suoi passatempi prediletti: le donne, l’alcool e il teatro. Il re gli affida la composizione di una piéce teatrale in occasione della visita di un ministro francese ma il conte, in pieno delirio estatico, mette in scena un monologo sulla vagina e sul pene. Costretto alla latitanza, gravemente malato di sifilide, si converte a Dio e dopo aver prestato soccorso al re detronizzato, muore glorificato da un’opera teatrale interamente dedicata alla sua vita. 

Jonah Hex

Jonah Hex era un generale dell’esercito sudista a cui il terrorista Quentin Turnbull sterminò la famiglia. Oggi è diventato un cacciatore di taglie in grado di comunicare con i morti. Un giorno riceve da parte dell’esercito dell’Unione un’offerta che non può rifiutare: sarà liberato da qualsiasi taglia verrà posta sulla sua testa se eliminerà l’odiato Quentin Turnbull.

Changeling

Changeling

mame cinema CHANGELING - STASERA IN TV LA JOLIE DIRETTA DA EASTWOOD scena
Una scena del film

Basato sugli eventi avvenuti a Los Angeles nel 1928, Changeling (2008) ha come protagonista una madre nubile, Christine Collins (Angelina Jolie). In quello che sembra un giorno come tutti gli altri, Christine saluta il figlio Walter e si reca al centralino presso cui lavora. Tornata a casa, scopre che il bambino non c’è più. Hanno così inizio le ricerche, apparentemente senza risultato.

Tuttavia, cinque mesi dopo la scomparsa di Walter, la polizia afferma di aver ritrovato il bambino e lo comunica sia a Christine che alla stampa. Una volta arrivata alla stazione, la donna scopre però che il ragazzino accompagnato dalla polizia non è suo figlio. Eppure, i poliziotti insistono che si tratta proprio di Walter. Stordita da un mix di emozioni contrastanti, Christine prova a convincersi che quel bambino sia suo figlio, dicendo a sé stessa che probabilmente fatica a riconoscerlo per via dei mesi trascorsi nello stress e nella disperazione. Ma una voce dentro di lei non riesce a tacere: il ragazzino che ora ospita in casa non è Walter.

Resasi conto dell’inganno della polizia, protesta contro quest’ingiustizia, ma viene fatta tacere e internata in un manicomio. Sarà il reverendo Briegleb (John Malkovich) ad aiutarla a fare giustizia. Ma in questa lotta contro le autorità corrotte ci sarà posto anche per il ritrovamento di Walter? Che ne è stato del bambino?

Curiosità

  • Il film nasce da un’idea di J. Michael Straczynski, il quale ha più volte dichiarato di averlo studiato per molti anni, prima di riuscire a trovare un supporto finanziario adeguato. Per la stesura della sceneggiatura, Straczynski si è basato sulla serie di sparizioni ed omicidi conosciuti come Wineville Chicken Murders, storia strettamente associata a questo caso di malagiustizia, e a un altro caso di sparizione seguito dal Los Angeles Police Department.
  • A livello mondiale, la pellicola ha incassato circa 111 500 000 dollari, e si è piazzata al 29º posto nella classifica per gli incassi totali del 2008/2009 in Italia e al 75º per gli incassi totali del 2008 negli USA.
  • Il film ha ottenuto tre nomination agli Oscar, due ai Golden Globe, otto ai premi BAFTA e una al Festival di Cannes del 2009. Sempre in occasione del Festival di Cannes 2009, Clint Eastwood ha ricevuto il Premio speciale.
  • Per il ruolo di Christine, Angelina Jolie ha vinto i Satellite Award nella categoria Miglior attrice in un film drammatico.

Il gioco di Ripley

Il perfido Tom Ripley (John Malkovich) mette a segno un colpo da svariati di milioni di dollari con falsi disegni rinascimentali. Con il gruzzolo in tasca si trasferisce in Veneto in una splendida villa palladiana con la moglie musicista, Luisa (Chiara Caselli). Dopo alcuni anni riceve la visita di un furfante di cui si era servito per il colpo dei quadri. L’uomo ha bisogno di aiuto, gli serve un killer insospettabile per uccidere un mafioso russo a Berlino. Ripley decide di coinvolgere in un gioco drammatico un corniciaio inglese, malato terminale di leucemia, suo vicino di casa, che a una festa lo aveva apostrofato come un americano ricco e cafone. Il gioco, però, perde il controllo e lo stesso Ripley ne viene coinvolto. Brutto, brutto, brutto. Nulla a che vedere con la «cartolina from Italy» di Anthony Minghella del primo episodio (1999) della saga cinematografica del Ripley di Patricia Highsmith, che comunque era articolato e accattivante. Questa volta non c’è il faccione inespressivo di Matt Damon, ma un grande John Malkovich, che comunque sembra gigioneggiare troppo nel suo ruolo. Probabilmente non è colpa della Cavani, ma del libro da cui è tratto il film, certo che non si è fatto nulla per migiorarlo in fase di stesura della sceneggiatura. Prevedibile, scontato, banale e grossolano. (andrea amato)

Al di là delle nuvole

La figura di un regista, che si muove tra Portofino e Parigi, è il pretesto per raccontare quattro storie d’amore con occhio cinico, ma sognante. Un film patinatissimo (patrocinato da Wenders, che rende omaggio all’allora ultraottantenne regista italiano), ma mancante dell’energia e della forza espressiva proprie delle opere migliori di Antonioni. Negli episodi-cornice, girati dal solo regista tedesco, il narratore (Malkovich) conversa con una donna. Tornato sul set dopo una lunga malattia e amorevolmente aiutato da Wenders, Antonioni porta coraggiosamente in scena il proprio tormento d’artista, ossessionato dalla ricerca della vera immagine assoluta ma insieme conscio che ogni suo sforzo è destinato a fallire. Inevitabile che possa irritare l’opera di un regista che porta in scena la storia del proprio scacco, “la rinuncia dello sguardo” che si interroga cosa c’é al di là delle nuvole (e delle immagini).

Le stagioni del cuore

Sguardo affezionato dello sceneggiatore e regista Benton sulla vita della sua città, Waxahachie in Texas, durante la Depressione negli anni Trenta. Un po’ troppo calcolato e prevedibile, ma la Field è talmente brava (nel ruolo di una giovane vedova decisa a sopravvivere come coltivatrice di cotone) e il film è fatto così bene (splendidamente girato da Nestor Almendros) che è difficile non farselo piacere. La Field ha vinto l’Oscar come Migliore Attrice per la sua interpretazione, e anche Benton per la sua sceneggiatura originale.