S.O.S.-Summer of Sam

Estate 1977, la più calda del secolo a New York. Amori, odi e intolleranze si intrecciano nella comunità italoamericana di Brooklyn, mentre in zona un killer psicopatico fa strage di donne con una 44 magnum.

Dopo un breve entusiasmo e un momento di fortuna modaiola (entrambi conclusi con Malcolm X), Spike Lee sembra caduto in disgrazia agli occhi del pubblico e della critica. A volte non senza qualche ragione, ma non nel caso di
Summer of Sam
, sorta di ambizioso riepilogo dell’intera opera del regista. Più barocco del solito, con forse troppa carne al fuoco (serial killer e italoamericani, discomusic e blackout/apocalisse: c’è materiale per altri dieci film),
S.O.S.
sposta l’attenzione dai neri agli italiani, ma la protagonista rimane sempre la Grande Città, con intenti che – ormai da qualche tempo – sono più storici che politici.

Non tutto funziona, il lato macabro è forse compiaciuto, ma la galleria di strampalati personaggi, le musiche d’annata, i colori contrastatissimi fortificano gli intenti visionari del regista. Un film vero, tra molti film di plastica: al moralismo letterario ed estenuato di
Magnolia
preferiamo la carne e il sangue di Lee (o dell’ultimo Scorsese).
(emiliano morreale)

Titan A.E.

Anno 3028. La razza umana, al culmine del suo sviluppo tecnologico, viene annientata dagli spietati Drej. Il professor Tucker affida al figlio Cale un anello in grado di attivare un’ipersofisticata astronave di sua invenzione: il Titan A.E. 15 anni dopo: Cale lavora in una discarica spaziale; gli umani sono praticamente estinti, ma dal passato spunta fuori Corso, vecchio amico di Tucker, che tenta di convincere Cale a ritrovare il Titan A.E. e a lottare così per la causa dell’umanità. Dopo il flop di Anastasia Don Bluth ci riprova, ma Titan A. E. – al di là delle prodezze tecniche ostentate – è un’opera che riafferma tutti i limiti di un cineasta il quale, ossessionato dalla realizzazione e dal «maraviglioso», non riesce ad attivare alcuna suggestione narrativa. Sfruttando una misera traccia parahubbardiana (siamo dalle parti di Attacco alla Terra ), Bluth mette in campo tutti i progressi compiuti dalla sua squadra: e si tratta comunque di cose notevolissime, che però hanno il difetto di ritrovarsi in un film drammaticamente inerte, al quale manca quel soffio vitale che rende interessante anche il meno ispirato dei cartoon Disney. Come in una specie di showcase industriale, Titan A.E. risulta così un prodotto promozionale di tutte le maraviglie realizzabili in un futuro non lontano, del tutto privo di quel radicamento affettivo indispensabile per incontrare i bisogni immaginari del pubblico. (giona a. nazzaro)

Carlito’s Way

Carlito Brigante esce di prigione e vorrebbe rifarsi una vita, ma il suo avvocato lo coinvolge nella vendetta contro un boss mafioso. Uno dei più bei De Palma di sempre, un film in cui il citazionismo (pur presentissimo) è lasciato decantare e in cui domina un sentimento amaro del destino, un’apologia del loser, un sontuoso senso di morte. Anche il più postmoderno dei registi degli anni Ottanta tende a una consistenza dolorosa, e segna la fine del manierismo di quel decennio. Pur impastato di cinema, Carlito’s Way è un film le cui preoccupazioni centrali non sono essenzialmente cinefile. E varrebbe la pena di vederlo solo per ammirare il duetto tra lo stoico Al Pacino e un irriconoscibile Sean Penn nei panni dell’ambiguo avvocato: affascinante, tragico, demoniaco. (emiliano morreale)

Moulin Rouge!

Un giovane intellettuale, Christian, rampollo di un padre bigotto e moralista, arriva a Montmartre. Per condurre una vita bohemién, inseguendo l’amore, la poesia, l’arte, gli ideali… Gli cade letteralmente dal soffitto Toulouse-Lautrec che con altri due scombiccherati sta mettendo in piedi uno spettacolo per il Moulin Rouge. Ma gli cade tra le braccia la più bella di tutte le cortigiane della Parigi di fine Ottocento. È Satine, protetta da Zidler l’impresario del teatro. Travolgente passione tra i due, rovinata però da un nobile danaroso, il viscido Duca, che dovrebbe finanziare lo spettacolo. E che pretende l’esclusiva per le grazie di lei. Ma la splendida Satine, per salvare lo spettacolo, farà finta di non amare più il romantico poeta… Intanto, la tisi sta minando il suo fisico… Folle, sfarzoso, kitsch, scintillante musical, un po’
Traviata
, un po’
Rocky Horror
, un po’
Bohéme
, un po’
Cantando sotto la pioggia
. Sullo sfondo, una Parigi che sta passando dall’Ottocento al Novecento sotto una luna che parla. Ma, vestite da ballerine di can-can, le signorine cantano i Beatles ed Elton John, i Rolling Stones e i Nirvana, Madonna e Sting, i Queen e Marilyn Monroe… Una stravagante storia d’amore e di passioni, con colpi di scena, invenzioni crudeli, salti temporali, lungaggini, scene melense, scene urlate, e la follia di sentire un omone vestito come cent’anni fa che intona
Like a Virgin
… Geniale Baz Luhrmann (l’autore di
Romeo + Juliet
), l’australiano al suo terzo film si cimenta con questo stravagante musical rock ai tempi di Puccini. Bravissima Nicole Kidman, che balla (bene), canta (bene) ed è bellissima. Bravo anche Ewan McGregor, l’ingenuo e gelosissimo poeta innamorato della sua Violetta (o Mimì, o Satine…). Ma bisogna lasciarsi trascinare dalla musica, dalle scene, dai costumi, dai personaggi matti, dalla follia della storia, altrimenti…

Sfida senza regole – Righteous Kill

Dopo trent’anni di lavoro di squadra al Dipartimento di polizia di New York, i pluridecorati detective Turk e Rooster (De Niro e Pacino)non sono ancora pronti per la pensione. In città, sono stati assassinati dei presunti criminali. La polizia è certa che si tratti di un serial killer, perché lascia poesie sui cadaveri a motivazione del suo gesto.

La recitazione classica dei due mostri sacri (che finalmente condividono le stesse inquadrature dopo essersi sfiorati in Il Padrino – Parte II e Heat – La sfida) non basta per dimenticare la banalità della sceneggiatura crepuscolare di Russell Gewitz. E la disparità prpgressiva di tempo trascorso da uno dei due protagonisti telefona la sorpresa finale nel peggiore dei modi.

 

 

Spawn

Il sicario del governo White viene ucciso dal cattivo capo Sheen e va all’inferno, dove un demone lo fornisce di grandi poteri e lo rimanda sulla terra. Nonostante gli sforzi del clown infernale Leguizamo, diventerà un eroe. Uno stile visivo barocco è la qualità migliore del film, ma questo non basta a compensare i molti difetti, fra cui una trama noiosa, banale e illogica. Bella la mantella, comunque. Dal fumetto di Todd McFarlane. Il “director’s cut”, vietato ai minori, ha oltre un minuto di scene in più.

La terra dei morti viventi

La saga degli zombi continua dal punto in cui si era fermata, esattamente vent’anni fa: larghe parti del globo sono ormai popolate esclusivamente da morti viventi, resistono alcune sacche di sopravvissuti umani, come quella organizzata intorno a Fiddler’s Green, un vero e proprio grattacielo-fortezza nel quale vive un’èlite di ricchi possidenti. Alla base del grattacielo, in un quartiere dai confini fortificati, vive il resto della popolazione, in condizioni ai limiti della sopravvivenza.

I due protagonisti, Riley (Simon Baker) e Cholo (John Leguizamo), sono mercenari che procacciano cibo e oggetti di lusso agli abitanti di Fiddler’s Green e sono alle dirette dipendenze del crudele Kaufman (Dennis Hopper), l’uomo che ha progettato e costruito il grattacielo grazie alle sue risorse economiche.

L’attacco degli zombi costringerà Riley a lottare per cercare di salvare gli abitanti della città, mentre Cholo continuerà a inseguire i suoi sogni di ricchezza personale, naturalmente destinati al fallimento. In una terra popolata dai morti, gli uomini devono aiutarsi gli uni con gli altri, se vogliono sopravvivere…

Prima di parlare de
La Terra Dei Morti Viventi
è necessario celebrare l’evento che questa pellicola rappresenta: il ritorno delle creature più famose partorite dalla mente di George A. Romero, re dei
b-movie
americani degli anni Settanta. Nel caso di Romero più che in altri, «film di serie b» è veramente una definizione di genere, che certo non porta con sé un giudizio negativo sul valore di queste pellicole, anzi.

Bentornato, George, ti stavamo aspettando da troppo tempo.

E a questo punto, forse, è il caso di dire «bentornati» anche ai
Living Dead
, che da sempre sono i veri protagonisti di questa saga, relegando ai margini gli eroi positivi (o pseudo-tali) contro i quali si trovano di volta in volta a combattere.

Questa volta gli zombie sembrano più veloci, ma soprattutto di gran lunga più intelligenti del solito: uno di loro si comporta da vero leader dell’accozzaglia di corpi ululanti, e pare avere anche una certa coscienza morale, che lo spinge a un accanimento particolare contro i personaggi più schifosamente amorali, come il cattivissimo Kaufman, interpretato dal bravo Dennis Hopper, probabilmente l’attore più noto nel cast. A parte naturalmente Asia Argento, che non ha perso l’occasione di confermare il suo status di attrice sempre orientata verso le produzioni «cult»; in questo caso, probabilmente aiutata anche dal vincolo che lega Romero a papà Dario, socio di Romero nella realizzazione del film

Due Occhi Diabolici,
del 1990.

Al di là di queste annotazioni, bisogna dire che
La Terra Dei Morti Viventi
centra tutti gli obbiettivi: innanzitutto è divertente, non annoia mai e in un paio di occasioni fa perfino (quasi) paura; poi aggiunge un interessante tassello all’epopea degli zombie, facendone progredire la vicenda per la gioia degli appassionati; inoltre, presenta alcuni elementi di critica sociale, rappresentando come spregevole il comportamento dei componenti l’
élite
, chiusi nella torre che è simbolo tangibile della loro ricchezza, estraniati dalle tragedie che avvengono nel mondo reale.

Tutti questi elementi si innestano su di uno scenario distopico ben costruito, popolato da mercenari senza scrupoli che guidano mezzi ultratecnologici ma che sembrano costruiti con materiali di recupero: molto belli, ricordano un po’ l’estetica del super-cult

Mad Max: Oltre La Sfera Del Tuono.
(michele serra)

Decisione critica

La situazione: terroristi arabi hanno il controllo di un 747. La soluzione: infiltrare un gruppo speciale per sventare l’azione mentre l’aereo è in volo. Le difficoltà: il gruppo deve affidarsi all’inesperto Russell, inoltre a bordo c’è una bomba al gas nervino che potrebbe radere al suolo Washington D.C. Un thriller intenso e originale che, fino al finale incerto, si difende dignitosamente. Debutto alla regia per Baird, che avrebbe potuto stringere un po’ di più la storia. Panavision.

Super Mario Brothers

Davvero super! Questo esagerato bidone pieno di effetti speciali racconta la contorta storia dei ragazzi di Brooklyn del titolo (Hoskins e Leguizamo), fratelli idraulici che si battono contro il malvagio Koopa (Hopper), un dinosauro mezzo umano che vuole rapire Daisy (Mathis), una principessa che possiede un frammento di un meteorite magico. Un film fiacco molto meno bello del videogioco che lo ha ispirato.

Danni collaterali

Gordon Brewer è il capo dei pompieri di Los Angeles. Un brutto giorno il narcoterrorista Claudio «il lupo» Perrini piazza una bomba nel centro della città nella speranza di far saltare in aria Peter Brandt, il responsabile Cia per gli affari colombiani. Ovviamente Brandt si salva e a morire sono la moglie e il figlio di Brewer. L’uomo, superato lo shock iniziale, decide che non ha alcuna voglia di attendere che la giustizia faccia il suo corso e si reca in Colombia alla ricerca del… lupo. Se non fosse così mortalmente stupido, Danni collaterali potrebbe essere persino un film divertente. In un’epoca in cui le obiezioni ideologiche ai film sembrano essere un triste residuato di un’epoca contenutistica ormai tramontata, il film di Andrew Davis fa la figura dell’ultimo della classe che nonostante tutto s’impegna a morte pur di fare bella figura con i compagni di scuola. Davis, che non ne azzecca una dai tempi de Il fuggitivo e Schwarzy il cui poter d’acquisto al botteghino è calato drammaticamente, confezionano uno squadrato filmaccio reazionario in perfetto stile Golan&Globus . Cosa curiosa se si pensa che Davis è il regista di Nico , film estremamente critico nei confronti della politica estera americana (ma probabilmente il tutto era farina del sacco del solo Steven Seagal). In questo modo Schwarzy, in versione avventure nel mondo, s’imbarca per il suo Colombia tour, una specie di anticamera dell’inferno alle porte degli Usa, e bastona severamente narcoguerriglieri che loro uffici ostentano foto di Lenin e Che Guevara. Vabbeh che l’undici settembre è l’undici settembre, ma la licenza d’idiozia, proprio perché l’undici settembre è l’undici settembre, non dovrebbe essere concessa a nessuno. Non commetteremo l’ingenuità di ricordare a chi legge che la Cia ha trasformato il Sud America in un’immensa fossa comune e che il narcotraffico è servito soprattutto come valuta per combattere il comunismo nel mondo. Né ci permettiamo di indulgere sul razzismo con il quale sono tratteggiati tutti i non americani: sanguinari, velleitari, fanatici, violenti… (ma poi basti pensare che per interpretare un latinoamericano hanno chiamato Cliff Curtis, grandissimo caratterista, per carità, che però è neozelandese…). Anche perché tutti coloro che si permettono di ricordarle queste cose nel corso del film finiscono proprio male (l’idea di fondo è che il mondo è il terreno di gioco sul quale gli Usa garantiscono l’ordine mondiale: gli unici danni collaterali tollerabili sono quelli degli altri…). Con questo suo orribile charme desueto da film reaganiano anni Ottanta, con l’immancabile scena di tortura che fa tanto Rombo di tuono, Danni collaterali aspira anche a essere un film pedagogico (le mazzate che Schwarzy dispensa a quanti non si allineano al pensiero unico…). Tant’è vero che persino il massacro di civili del finale da parte della Cia finisce per assumere, dopo l’ultimo colpo di scena, una sua evidente legittimità. Insomma Danni collaterali potrebbe aspirare a essere un terrificante film guerrafondaio filobushiano se solo non fosse così… stupido. (giona a. nazzaro)

Vittime di guerra

Durante la guerra del Vietnam, un plotone americano, comandato dal cinico sergente Maserve, cattura una giovane contadina, che viene stuprata a turno dai soldati. L’unico ad opporsi all’inumano trattamento a cui è sottoposta la ragazza è la recluta Eriksson. Una volta tornati alla base, questi decide di trascinare i propri compagni davanti alla corte marziale. Film di grande impatto visivo ed emotivo, ingiustamente sottovalutato alla sua uscita. Michael J. Fox si dimostra a suo agio anche nel registro drammatico. Bravissimo anche Sean Penn. (andrea tagliacozzo)