Fratello, dove sei?

Nel Mississippi degli anni Trenta, tre detenuti evasi condividono una serie di avventure e inavvertitamente diventano un’attrazione canora interpretando vecchi classici musicali. Adattamento deliziosamente eccentrico dell’Odissea di Omero, pieno di idee ingegnose, musica irresistibile e dialoghi taglienti. Sceneggiatura di Ethan e Joel Coen; il titolo deriva da I dimenticati di Preston Sturges. Innovativo l’uso del colore del direttore della fotografia Roger Deakins. Super 35. Due nomination agli Oscar.

Crocevia della morte

Opera umorale, piena di stile e un po’ pretenziosa, firmata dai fratelli Coen (Joel ha diretto e scritto la sceneggiatura insieme a Ethan, anche produttore). Byrne interpreta un gangster irlandese dal cuore di pietra che agisce secondo un codice etico conosciuto a lui soltanto, fedelmente devoto al re del crimine Finney. Denso e duro, all’inizio è quasi irritante, ma si fa sempre più coinvolgente man mano che l’intreccio si dispiega sinuoso. Alcuni momenti di bravura vanno a braccetto con la spettacolare fotografia di Barry Sonnenfeld. Frances McDormand, non accreditata, ha una piccola parte da segretaria.

L’uomo che non c’era

Estate 1949, Nord della California, immagini in bianco e nero e voce fuori campo. Ed (Thornton) da sempre lavora nella bottega di barbiere di suo cognato Frank, uno che parla moltissimo. Ed, invece, è molto silenzioso, fuma e basta. La sera torna a casa dalla moglie, Doris (Mcdormand), prepotente, traditrice e ambiziosa. Ed lo sa, ma lascia correre. Un giorno si imbatte in un uomo che ha la scoperta del secolo in mano, ma gli servono diecimila dollari per aprire la prima tintoria con lavaggio a secco. Ed vede uno spiraglio di miglioramento per la sua vita e così ricatta l’amante di sua moglie per farsi dare i soldi. Le cose precipitano e perde il controllo. Premiato all’ultimo Festival di Cannes per la migliore regia, L’uomo che non c’era è un gran bel film, la solita perla dei fratelli Coen. Amaro, poetico, a volte surreale, cinico, duro e ironico. Billy Bob Thornton ormai sembra inarrestabile, non sbaglia mai un ruolo e Frances Mcdormand, ritornata sotto la regia del marito Joel Coen, dopo l’Oscar conquistato per Fargo , è perfetta. Come ogni volta la fotografia di Roger Deakins è impeccabile ed emozionante e questa volta, dopo i colori caldi di Fratello dove sei? , ha interpretato bene un suggestivo bianco e nero. L’idea del film era venuta ai fratelli Coen ai tempi di Mister Hula Hoop nel 1994 e doveva essere realizzato prima di Fratello dove sei? , ma gli impegni di George Clooney hanno fatto invertire gli ordini di precedenza. I Coen, nella scrittura della sceneggiatura, si sono ispirati ai romanzi di Cain, in cui la gente normale è protagonista e dove, dietro tutta quella banalità e normalità, a volte si cela l’incredibile. (andrea amato)

Fargo

I fratelli Coen raccontano la storia di un caso di omicidio secondo la loro inimitabile angolazione, arricchendola con buffe osservazioni sugli abitanti del Minnesota e finendo col realizzare un commedia assolutamente disarmante! La McDormand è formidabile nei panni di una poliziotta efficiente (e incinta) con molti omicidi fra le mani; Macy è altrettanto bravo in quelli di un intrallazzatore da due soldi che cerca di mantenere il sangue freddo quando si ritrova invischiato fino al collo in una serie di delitti. E che belle le musiche di sottofondo! Vincitore dell’Oscar per la migliore sceneggiatura (Joel ed Ethan Coen) e la migliore attrice (McDormand).

A Serious Man

La storia della ricerca di chiarezza da parte di un uomo comune che vive in un’epoca accompagnata dalla musica dei Jefferson Airplane e dalle immagini televisive di F-Troop. Siamo nel 1967, e Larry, professore di fisica in una tranquilla università del Mid West, ha appena saputo che sua moglie Judith ha deciso di lasciarlo. Alla ricerca del perduto equilibrio, Larry chiede consiglio a tre rabbini diversi. Ma c’è qualcuno che sia veramente in grado di aiutarlo a superare i suoi problemi e a diventare una persona seria? Due nomination agli Oscar (Miglior Film e Miglior Sceneggiatura Originale).

Il Grande Lebowski

Un giovane perdigiorno viene scambiato per un boss della mala suo omonimo, e viene poi cooptato da quest’ultimo per pagare un riscatto. La trama è poco più di una scusa per mettere in fila una serie di vignette surreali, alcune riuscitissime, altre semplicemente… strane. Il cast regala grandi interpretazioni, come quella di Turturro nei panni del giocatore di bowling Jesus.

Arizona Junior

Commedia formidabilmente eccentrica su una strana coppia (Cage nei panni di un rapinatore cronico di minimarket e la Hunter in quelli di un ex ufficiale di polizia) che, non potendo avere un bambino proprio, decide di rapire uno fra cinque gemelli. Un senso dell’umorismo così aggressivamente stravagante potrà non essere per tutti i gusti, ma è un inebriante mix di ironia e “slapstick”. Attenzione alle scene di inseguimento! Scritto da Ethan e Joel Coen; vivace fotografia di Barry Sonnenfeld e musica di Carter Burwell.

Barton Fink – È successo a Hollywood

1941: un importante scrittore teatrale (Turturro) decide di recarsi a Hollywood nel per sceneggiare un film, esperienza che ben presto si tramuta in un vero inferno. Uno sguardo disincantato e dettagliato sulla Hollywood anni Quaranta, con l’inconfondibile stile dei fratelli Coen. Peccato che a un certo punto il film diventi bizzarro e grottesco, senza più riuscire a tornare sui binari giusti. Ottimo il cast, in ogni caso. Tre nomination agli Oscar.

A Love Song For Bobby Long

Avvertita della morte della madre, che non vede da anni, l’adolescente Purslane torna a New Orleans per il funerale e scopre che la casa della donna è abitata da due bizzarri individui. Uno, Bobby Long, è un ex professore di letteratura malato e alcolizzato. L’altro, Lawson Pines, è il suo ex assistente, impegnato nella stesura di un romanzo e anch’egli dedito all’alcool. La convivenza si rivela a dir poco difficoltosa ma giorno dopo giorno i tre scoprono segreti che li legheranno per sempre.

Liberamente tratto dal romanzo di Ronald Everett Caps, il film con il quale l’immarcescibile John Travolta ha conquistato gli applausi di Venezia è una storia di emarginazione e redenzione ambientata in una delle città maledette per eccellenza: New Orleans. Frutto di cinque anni di lavoro, la sceneggiatura è opera dello stesso regista (Shainee Gabel) e rappresenta, secondo Travolta, la risposta attuale alle storie raccontate da Tennessee Williams. Il protagonista di Pulp Fiction, imbolsito e imbiancato, mette in scena in maniera convincente un decadimento fisico e morale cui fanno da contraltare la freschezza e la relativa innocenza di Purslane, una Scarlett Johansson adolescente cresciuta in fretta ma con la testa saldamente sulle spalle. Alla Mostra si è gridato al capolavoro. Un’esagerazione, anche se il Bobby Long di Travolta è quasi da Oscar. (maurizio zoja)

Mister Hoola Hoop

Un ingenuo ragazzotto di campagna arriva nella Grande Mela e diventa pedina inconsapevole di un piano per rovinare una fiorente compagnia. La più stravagante creazione dei fratelli Coen: un’impressionante fantasia in stile anni Cinquanta sul business in escandescenza, con Robbins assolutamente perfetto nel ruolo dello stupido con gli occhi spalancati che, miracolosamente, arriva in alto. Newman è un’abile canaglia e la Leigh è divertente (anche se un po’ monocorde) nei panni di una reporter dalla parlantina veloce alla Kate Hepburn. Scritto da Ethan e Joel Coen con Sam Raimi. I Coen rivaleggiano con Fellini per quanto riguarda la selezione di volti inusuali che popolano i loro film.

Blood Simple

Il gestore di un bar, avendo forti dubbi sulla fedeltà della moglie, ingaggia uno scaltro detective per pedinarla. Questi scopre che in effetti la donna ha una relazione con un dipendente del marito. Eccellente esordio dei fratelli Coen (Joel regista, Etan produttore) con un beffardo thriller noir che oscilla tra omaggio e parodia. (andrea tagliacozzo)

Ladykillers

Il sedicente plurilaureato professor Goldthwait Higginson Dorr è in realtà un ciarlatano a capo di una raffazzonata banda intenzionata a compiere il colpo del secolo: la rapina al caveau di un battello-casinò. La centrale operativa del colpo è situata nella cantina di una devota vecchietta, cui i criminali hanno fatto credere di essere un ensemble di musica sacra. I ladri dimostrano fin da subito di non essere in possesso dei requisiti per effettuare il colpo e, come se non bastasse, la padrona di casa viene a sapere del piano e minaccia di denunciarli. Resta solo una soluzione: eliminare la donna. Molto più facile a dirsi che a farsi.
Remake de La signora omicidi, film di Alexander Mackendrick girato nel 1955, la nuova pellicola dei fratelli Coen è una divertentissima commedia a sfumature noir in cui Tom Hanks dimostra tempi comici perfetti nel ruolo che fu di Alec Guinness. «Dalla versione originale del film – ha spiegato Ethan Coen – abbiamo estrapolato la spina dorsale ed eliminato tutto il resto». Di loro, i due fratelli ci mettono quattro straordinari personaggi di contorno, l’irresistibile padrona di casa e una serie di microgag che aggiungono sapore a un piatto già succulento. Molto ben riuscita anche l’ambientazione nel Sud degli Stati Uniti, con tanto di chiesa battista e scatenato coro gospel. (maurizio zoja)

Fratello, dove sei?

Un galeotto convince due compagni di prigionia a evadere per recuperare un fantomatico tesoro. In realtà vuole tornare dalla moglie, che sta per risposarsi… Una cosa è certa: per concepire la storia di tre forzati in fuga dal bagno penale nell’America rurale e stracciona degli anni Trenta, modellandola nientemeno che sulla Madre di tutti i racconti di viaggio (debito esplicitamente dichiarato nei titoli di testa), bisogna davvero possedere tutta la disinvoltura e lo sprezzo del pericolo dei Coen Bros.: i quali, sarà bene dirlo subito, ne escono ancora una volta vincitori, aggiungendo un tassello solo in apparenza atipico a una filmografia che di capitolo in capitolo va facendosi sempre più corposa e rilevante nel suo incessante processo di attraversamento, rielaborazione e attualizzazione dell’immaginario – non solo cinematografico – americano.
Con Fratello, dove sei?
, le intrusioni del Mito nel cinema dei Coen si espandono fino a occupare l’intero spazio della narrazione. Finora, infatti, se ne erano registrate tracce sparse in film come
Arizona Junior
(il personaggio del motociclista satanico) o
Mr. Hula Hoop
(la cui voce off apparteneva addirittura al Tempo in persona), senza contare la sospensione metafisica che circolava per lo spettrale hotel di
Barton Fink
. Episodi che, accostati al feroce e stralunato iperrealismo di
Blood Simple
e
Fargo
, alla matematica precisione di
Crocevia della morte
e alla beffarda malinconia di
Lebowski
, coprono una gamma di registri narrativi di invidiabile ampiezza. Ma non ci si aspetti, in quest’ultima e ambiziosa alzata di tiro, un pedissequo calco delle stazioni e dei caratteri dell’on the road (o meglio, dell’on the sea) omerico, appena riverniciati in salsa contemporanea: le peregrinazioni dell’impomatato Ulysses Everett McGill e dei suoi compagni di sventura, significativamente in cerca di un tesoro fantomatico e inesistente, li conducono nuovamente a contatto con le mille facce del morbo dell’idiozia, della corruzione, del razzismo e della violenza che squassano il Grande Paese. E a presiedere al loro destino non vi sono nessun Poseidone e nessuna Atena, bensì tuttalpiù una coppia di «divinità» antagoniste laide e volgari, contrapposte ma sconsolatamente identiche, in lotta per un potere tutto terreno (qualche allusione, con un anno di anticipo, a qualche tornata elettorale recente?).

Immerso «deep in the heart of darkest America», come diceva Laurie Anderson, nello scenario di un Sud arcaico e ignorante che non serve solamente a motivare la scelta country & bluegrass della funzionalissima colonna sonora,
Fratello, dove sei?
non inciampa mai su derive banalmente parodistiche, ma gioca la carta della deformazione grottesca alla stregua di un Daumier dei giorni nostri, con una varietà di trovate e di soluzioni di cui sarebbe impossibile fornire qui adeguata e sintetica descrizione. Clooney, Turturro e Nelson (ma anche tutti gli altri) pressoché perfetti, figurine in movimento su uno sfondo assolato reso sinistramente livido e giallastro dalla fotografia di Roger Deakins. Forse non il capolavoro di Joel & Ethan, ma sicuramente un’esperienza che riconcilia con il cinema.
(marco borroni)

Prima ti sposo poi ti rovino

Scena prima a Beverly Hills. Il marito torna a casa con Simon&Garfunkel in sottofondo e sorprende la moglie con un rivenditore di articoli per la piscina. Già, ma loro non hanno la piscina. Trattasi di tradimento. Lui ha ragione da vendere, ma la signora lo riduce (letteralmente) sul lastrico perché il suo avvocato è Miles Massey. Il miglior avvocato divorzista sulla piazza di L.A. Cinico, spregiudicato, abilissimo (oltre che ossessionato dalla sua dentatura scintillante). Ha inventato una sorta di protocollo per gli accordi prematrimoniali. Prassi che fa furore nella Hollywood dei matrimoni usa, getta e rovina il coniuge. Scena seconda. Un altro marito, ricco produttore di soap di basso livello, ama «fare il trenino» a letto con l’amichetta. La moglie fa filmare la faccenda. Ma lui si rivolge all’avvocato Massey. Che gli salva il patrimonio. La moglie è l’incantevole, arrivista e ambiziosa Marilyn Rexroth che di mestiere fa la divorziata (per accaparrarsi i soldi degli ex). La quale farà di tutto perché il bell’avvocato cada ai suoi piedi. Con l’intenzione di spennarlo…
Una commedia sofisticata con toni ora cinici ora romantici ora amari quella dei fratelli Coen. Che per dissacrare la Hollywood dei matrimoni per interesse e della chirurgia estetica sempre-e-dovunque hanno fatto ricorso a due icone di Hollywood. I più belli tra i belli, George Clooney (che aveva già girato con loro Fratello, dove sei?) e la signora Douglas, Catherine Zeta-Jones. Dialoghi scoppiettanti, ritmo velocissimo, battute divertenti, tante macchiette… Un occhio alla commedia degli anni Trenta e Quaranta con il lui e la lei di turno sempre in lotta prima di capitolare nelle braccia dell’altro. Bravissimo Clooney nella parte dello spregiudicato legale che strapazza avversari e giudici per poi (temporaneamente) ravvedersi… Un po’ meno credibile la Zeta-Jones, bella sicuramente, espressiva e a suo agio un po’ meno. Nel mirino dei fratelli Coen la gente di Hollywood con la sua avidità, i suoi rapporti finti e interessati (che condannano alla solitudine), il dio denaro, le donne rifatte, gli avvocati padroni, le corna istituzionalizzate… Graffiante (a tratti) come sanno fare i due Coen che, comunque, in questo Intolerable Cruelty (tradotto in italiano con l’orribile Prima ti sposo poi ti rovino) non raggiungono i livelli di altri film. La commedia, infatti, è abbastanza prevedibile. E non riesce a reggere il ritmo incalzante della prima parte per tutti i cento minuti. Come sempre nei film dei Coen, compaiono macchiette e personaggi assolutamente improbabili, esagerati e grotteschi, ma divertenti. Due camei di Geoffrey Rush, nei panni del marito tradito che sarà ridotto a fare il barbone, e di Billy Bob Thornton, esilarante petroliere… Non indimenticabile – se non per le fan di Clooney – ma capace di mettere di buon umore e magari di far pensare un po’. (d.c.i.)