Drugstore Cowboy

Uno sguardo affascinante e davvero credibile sulla vita di un tossicomane e della sua “famiglia”, che rapina i negozi per foraggiare le proprie abitudini. Niente commiserazione né moralismi, ed è esattamente questo che rafforza l’impatto della pellicola. Eccezionali le interpretazioni, soprattutto di Dillon e della Lynch. Basato sul racconto autobiografico di James Fogle, un galeotto, scritto negli anni Settanta e mai pubblicato. Sceneggiatura di Van Sant e Daniel Yost.

Last Days

Blake è un’affermata rock-star. Ma invece di godersi il successo tra eccessi e mondanità (anche se lui stesso afferma che «il successo è un’opinione») preferisce rinchiudersi in una casa di campagna votandosi alla solitudine e all’autodistruzione. C’è chi lo cerca per avere consigli sulla musica o per farlo suonare ancora ai concerti ma Blake non sembra interessarsene preferendo di gran lunga passeggiare tra i boschi e tormentarsi inutili deliri introspettivi. Trascorre così i suoi ultimi momenti, colmo di tristezza e svuotato di tutte le pulsioni intellettuali e artistiche che invece lo avevano portato alla notorietà. Decide così di farla finita. Un gesto estremo a conclusione dei suoi ultimi giorni contrassegnati dalla completa sospensione della volontà.

Milk

Nel 1977, Harvey Milk è stato eletto consigliere comunale a San Francisco, divenendo il primo omosessuale dichiarato ad avere accesso a una importante carica pubblica in America. La sua vittoria non è stata solo una vittoria per i diritti dei gay, ma ha aperto la strada a coalizioni trasversali nello schieramento politico. Harvey Milk ha incarnato per molti – dagli anziani agli iscritti al sindacato – una nuova figura di militante per i diritti civili; e con la sua morte prematura, avvenuta nel 1978, è diventato un eroe per tutti gli americani. Due Oscar (a Penn e alla sceneggiatura di Black) e altre sei nomination, tra cui film e regia.

Gerry

Due amici impegnati in un’escursione lasciano il sentiero segnato. Presto si accorgono di essersi persi e devono escogitare delle strategie sempre più impegnative per sopravvivere senza impazzire. La sceneggiatura, così com’è, è accreditata sia ai protagonisti che al regista, sebbene Van Sant inventi modi ingegnosi e creativi di rappresentare e riprendere l’odissea dei suoi personaggi. Alcuni troveranno queste stupidaggini esistenzialiste stimolanti, altri scapperanno affrettandosi alle uscite. Arriscope.

Cowgirl – Il nuovo sesso

La trasposizione del datato romanzo di Tim Robbins, la cui protagonista è un’autostoppista dagli abnormi pollici, si piazza tra i peggiori film del decennio: non basta il peyote di tutta l’America del Sud-Ovest per rendere comprensibili, o anche solo sopportabili, le sequenze del ranch gestito da sole donne. Rimaneggiato dal regista dopo le reazioni ostili ricevute al Toronto Film Festival, è uscito in ritardo rispetto al previsto 1993. Unica nota positiva: la colonna sonora. William S. Burroughs fa una breve comparsa nelle prime scene, sulle strade di New York.

Da morire

Suzanne, ossessionata dall’idea di comparire in tv, è un mostro di stupidità e cinismo, pronta a tutto pur di diventare una anchor-woman. E non arretrerà nemmeno davanti all’omicidio. Nicole Kidman, vestita con tailleur da Barbie, interpreta l’idiozia vincente e autofaga dei mass-media: la sua Suzanne è talmente convinta di farcela che ce la farà davvero. Gus Van Sant finge di irregimentarsi dopo alcuni film più «scapestrati», e gira la sua prima commedia e la sua prima pellicola al femminile: sceneggiatura ben costruita, cattiveria serpeggiante e soprattutto il gusto pop della messinscena, stilizzata e colorata, «giapponese», che elimina ogni sospetto di moralismo. Certo, siamo lontani dai precursori Cukor (La ragazza del secolo) e Tashlin: il film è uno dei più misogini del decennio e lo scoperto nichilismo, l’odio per tutto e per tutti, appartengono completamente ai nostri anni. Prima che American Beauty ne facesse una moda. (emiliano morreale)

Elephant

È una normale giornata d’autunno a Portland nell’Oregon. Passeggiando in un parco, Eli convince due punk a posare per delle fotografie. Nate, dopo il quotidiano allenamento di football, si dirige verso un caffè per pranzare con Carrie, la sua ragazza. John lascia le chiavi dell’automobile del padre nell’ufficio della scuola affinché il fratello, dopo le lezioni, possa passare a ritirarle. Nella caffetteria vicino alla scuola, tre liceali sparlano delle proprie madri e della loro irritante capacità di impicciarsi delle loro vite. All’interno dell’istituto la vita procede come sempre, sino a quando, all’improvviso, qualcosa sconvolge la normalità. È un allarme fatto di violenza e morte…
«Come non accorgersi della presenza di un elefante in salotto?». È questa la domanda che Gus Van Sant si è posto dopo aver deciso di raccontare l’inspiegabile tragedia avvenuta nel 1999 a Colombine, la stessa strage raccontata da Bowling A Colombine (2002), il documentario di Michael Moore. Palma d’Oro per la migliore regia all’ultimo festival di Cannes, Elephant è la messinscena, fredda e distaccata come quella di un videogame, di un dramma raccontato nella sua «normalità», quello di due studenti che aprirono il fuoco suoi loro compagni. Nella parte iniziale del film, lo spettatore entra in contatto con una realtà apparentemente tranquilla. La tensione comincia però a montare già nella scelta delle situazioni raccontate, talmente normali da risultare inquietanti. L’inquietudine continua a salire, e raggiunge il culmine nella tragedia annunciata che si trasforma a poco a poco in allucinazione. Ma il tono recitativo non cambia. Le vittime e i carnefici non sembrano poi così diversi. E la scelta di Van Sant è efficace, perché sembra essere davvero l’unica adatta ad definire lucidamente (e paradossalmente) la follia e l’irrazionalità. Non ci sono accuse né giustificazioni morali per i due protagonisti. Non esiste alibi che possa scusarli. Ma non esiste neanche una vera causa scatenante della follia. Elephant è il racconto di una crisi che sfocia nella violenza, la narrazione di una tragedia libera da ogni giudizio morale. Fra quelli in circolazione, il film più efficace sulla realtà sociale degli Stati Uniti. (emilia de bartolomeis)

Belli e dannati

A Portland, Mike Waters (Phoenix), omosessuale e narcolettico, si guadagna da vivere prostituendosi. Scott Favor (Reeves), figlio del sindaco, segue le orme del fragile e sensibile Mike per ribellarsi all’opprimente genitore. Mike finisce per innamorarsi del cinico amico. Leggermente inferiore al precedente lavoro del regista, Drugstore Cowboy , ma non per questo meno originale. Straordinario soprattutto sul piano puramente estetico. Il compianto River Phoenix ha vinto il premio come miglior attore al Festival di Venezia 1991. (andrea tagliacozzo)

Will Hunting – Genio ribelle

Quattro amici di classe operaia escono insieme a South Boston, ma uno di loro, il combattivo Will Hunting (Damon), ha un dono insolito: è un genio. Quando un docente di matematica del Massachusetts Institute of Technology (SkarsgÔrd) ne sente parlare, insiste perché il ragazzo non sprechi più il suo talento, e lo manda da uno psicologo/insegnante (Williams) nel tentativo di aprire il suo fragile guscio. Questa fiction ben recitata e scritta dai co-protagonisti Damon e Affleck non regge a un’attenta disamina ma sicuramente intrattiene, con una sfilza di buone interpretazioni. Oscar per la miglior sceneggiatura originale e il miglior attore non protagonista (Williams), più altre sette nomination, tra cui quella per miglior film, regia e montaggio.

Scoprendo Forrester

Jamal è un vero genius americano: campioncino di basket (e per questo ricercato da una prestigiosa high school) e promettente letterato in erba. Ma se per il pallone basta il playground sotto casa, il suo talento più autentico e segreto ha bisogno di qualcuno che lo coltivi. L’incontro fatale avviene con una personificazione del mito letterario statunitense: l’appartato e misterioso William Forrester, un po’ Salinger e un po’ Pynchon, che si incarica di impartire le indispensabili lezioni di arte-vita-arte al ragazzo traendone contemporaneamente preziosa energia vitale. C’è proprio tutto: dalla spettacolarizzazione di una professione che, come tante altre, è 95 per cento traspirazione agli stereotipi romantici del letterato, fino alle più viete sciocchezze sulla scrittura. Cos’è allora che ci impedisce di liquidare a cuor leggero questo Scoprendo Forrester ? Non la statura del suo autore, da sempre stretto fra opere d’avanguardia e film alimentari (e che comunque anche in quest’ultimo campo ha fatto decisamente di meglio: Da morire, per esempio), ma piuttosto l’importanza della domanda fondamentale del film: come impedire la devastazione del talento? Si tratta di uno degli imperativi fondamentali per gli educatori che si vogliano sottrarre all’implacabile meccanismo omologatore della scuola. Il film ha il coraggio di porlo al centro della scena con la dovuta franchezza, anche se poi tradisce le aspettative svuotando il rapporto educativo della sua più autentica componente: la passione. Probabilmente limitato nelle sue scelte da imperativi di correttezza politica e dallo statuto machista del divo Connery (anche produttore), Van Sant espunge ogni ambiguità omoerotica dal rapporto fra Jamal e Forrester, finendo per fare afflosciare il film in un mare di parole. E pensare che certi sensualissimi piani del ragazzo facevano decisamente ben sperare… Un’occasione mancata. (luca mosso)

Psycho

Lento, artificioso remake scena per scena assolutamente senza senso del classico di Hitchcock (con qualche maldestro nuovo tocco a macchiare la sua pretesa di essere una replica esatta). Il risultato è un insulto più che un tributo, a un film che è una pietra miliare.

Paranoid Park

Paranoid Park è il nome di un parco per appassionati di skateboard di Portland, in cui si ritrovano gli skater più folli, anime dannate della città, giovani senza tetto, senza futuro, che bruciano le proprie vite sulla pista. Alex, 16 anni, attratto da quello che per molti è un paradiso artificiale, si avventura nel parco, dove accade però l’irreparabile. Una sera, accidentalmente, causa la morte di un agente di sicurezza. Decide di non dire nulla…