La bestia nel cuore

Cristina Comencini unisce il suo talento per la scrittura con quello per il cinema. Da un suo romanzo infatti nasce il soggetto de  La bestia nel cuore, travaglio esistenziale e sentimentale di Sabina (Giovanna Mezzogiorno ) che, saputo di essere incinta, comincia a sognare cose orribili e inquietanti. Decide così di allontanarsi dal marito Franco (Alessio Boni) per raggiungere negli Usa il fratello Davide (Luigi Lo Cascio).

Agata e la tempesta

Architetto di fama con moglie psicologa e figlio maltrattato dai compagni, Gustavo scopre di essere stato adottato appena nato poiché la madre, appena sedicenne ai tempi del parto, lo ha venduto a un facoltoso architetto trasferitosi a Genova dalla Calabria. Comunicata la notizia alla sorella Agata, libraia single con figlia studentessa a Bilbao, l’uomo parte per la pianura padana e si trasferisce a casa di Romeo, commerciante di abbigliamento di dubbio gusto e figlio della madre mai conosciuta. Presto raggiunti da Agata, i due scopriranno, ciascuno grazie al «nuovo» fratello, che il mondo è più grande di quanto pensassero…

Dopo il drammatico

Brucio nel vento,
Silvio Soldini torna alla commedia con un film meno fiabesco e più surreale di

Pane e tulipani,
creando un mondo in cui il riso, le lacrime e alcuni episodi dolorosi convivono senza contraddizioni. Sceneggiata assieme a Doriana Leondeff e Francesco Piccolo, la storia di Agata e dei suoi «fratelli» prende forma grazie a tre personaggi tratteggiati a tutto tondo e molto ben interpretati da Emilio Solfrizzi (Gustavo), e, soprattutto, Licia Maglietta (Agata) e Peppe Battiston (Romeo), già all’opera in
Pane e tulipani.
Proprio Agata, sono parole dello stesso regista, è il «centro esistenziale» della storia, la persona sulla cui sensibilità ricadono gli eventi raccontati nel suo film più «colorato» (la fotografia è di Arnaldo Catinari). La costumista Silvia Nebiolo ha svolto assieme a Soldini un lavoro di caratterizzazione dei personaggi basato su colori forti, che hanno poi attraversato, a volte in stridente contrasto, ambienti dai colori altrettanto definiti creati dalla scenografa Paola Bizzarri. Apprezzabile, infine, il riuscito tentativo di parlare di libri in un film senza risultare pedanti o noiosi. Romeo (un libro letto in tutta la sua vita «perché poi non c’è più stata l’occasione») legge
Il grande Gatsby
in una balera di provincia e mette in scena uno spot in favore della letteratura molto più convincente di qualsiasi vendita promozionale.
(maurizio zoja)

Uno su due

Lorenzo Maggi è un giovane avvocato di successo. Alla vigilia della chiusura di un importante affare, viene ricoverato in ospedale per un sospetto tumore al cervello e sottoposto a una serie di esami. I giorni passati ad aspettare i risultati lo cambieranno nel profondo, anche grazie all’incontro con Giovanni, il suo compagno di camera. 

Non pensarci

Un rocker che non ha mai sfondato torna nella sua città natale, Rimini. Qui incontra di nuovo il fratello, impegnato nella gestione dell’azienda di famiglia, la sorella ipnotizzata dai delfini dell’acquario e i genitori sempre più attempati. La lunga assenza gli riserva moltissime rivelazioni sui suoi cari: deciderà così di prendersi cura di tutti e, in fondo, anche un po’ di se stesso.

Un Aldo qualunque

Anni Settanta, più precisamente 1978. L‘anno dei tre papi, del sequestro Moro, del terrorismo e del calcio scommesse. Aldo Cimenti e la moglie Marisa si trasferiscono da Bari a Torino. Lui è un ragioniere capo, lei una poliziotta in carriera, con le fisse per i film polizieschi di serie B. Un giorno Aldo viene tamponato da un ragazzo e una ragazza, quello scontro gli cambierà la vita. La ragazza sull’auto perde la memoria e inizia a vagare per la città. Aldo stringe amicizia con Biagio, un ragazzo caratterialmente opposto a lui. I due si uniscono in un sodalizio di amicizia e affari. Budget ridotto, atmosfera storica, storia semplice e carina. Questi ingredienti fanno del film
Un Aldo qualunque
una pellicola piacevole da gustare. Gli attori sono tutti molto bravi, anche Omar Pedrini, leader della rock band Timoria, nei panni di un prete. Un film che cerca di trasformare le certezze in dubbi, spiegando che in fondo non è poi così un male. Ideologia, religione, basta credere in qualcosa. Un affresco di quegli anni drammatici e cruciali, con una storia vissuta da persone normali. Godibile.
(andrea amato)

La tigre e la neve

Attilio De Giovanni è un poeta. Padre di due figlie adolescenti, insegna letteratura all’università, dove viene inutilmente concupito da una collega. Il suo cuore batte infatti solo per Vittoria, che però sembra non volerne sapere di lui. La donna sta scrivendo la biografia di un poeta iracheno e, recatasi a Baghdad per ultimare il libro, resta coinvolta nello scoppio di una bomba ed entra in coma. Attilio riesce a raggiungerla ma si accorge ben presto che nell’ospedale mancano le medicine più comuni. Vittoria rischia di morire e il suo innamorato si prodiga in mille maniere per procurarle ciò di cui necessita. Finalmente la donna guarisce ma il suo salvatore nel frattempo è stato fatto prigioniero dall’esercito americano. Una volta liberato, torna a Roma e incontra l’amata, che non sa di dovergli la vita.
Fosse uscito al posto de La vita è bella, sarebbe impossibile non lodare Roberto Benigni e il suo nuovo film, soprattutto in virtù dei temi trattati. Ma dopo aver visto quel capolavoro il pubblico sa di cosa è capace il regista toscano e questo La tigre e la neve rischia di deludere non tanto lo zoccolo duro dei «benignani» quanto tutti gli altri, già messi a dura prova dal mezzo flop di Pinocchio.
Tra i punti forti della pellicola ci sono senz’altro il grande cuore del suo autore, raramente così sincero, e i suoi obiettivi («divertire e commuovere») entrambi raggiunti. Fra quelli deboli, una trama con qualche incoerenza di troppo (la provvidenziale bombola d’ossigeno trovata in un bazar agganciata a una muta da sub e altri colpi di fortuna a dir poco inverosimili) e attori non sfruttati a dovere (il personaggio di Jean Reno è assai poco sviluppato) oppure sottotono (la recitazione di Nicoletta Braschi a tratti fa pensare che il coma in cui versa per quasi tutto il film sia un espediente di Benigni per difenderla dalle critiche piovutele addosso dopo ogni film del marito). A lasciare perplessi è soprattutto la ripresa di temi già affrontati dal regista nel suo film migliore e qui affrontati con minore incisività.
Un film sull’amore («la forza più bella del mondo – dice il regista – la più eversiva e rivoluzionaria») che non porterà nuovo pubblico a innamorarsi di Benigni, limitandosi semmai a far sì che gli altri continuino a volergli bene. (maurizio zoja)