Final Fantasy

Per la prima volta il cinema e il mondo dei videogiochi si incontrano dando vita a questo film. Tratto dall’omonima serie di videogame, giunto alla decima edizione con 33 milioni di copie vendute,
Final Fantasy
è un cartone animato super sofisticato, con una trama pretenziosa. Una scienziata, aiutata da un professore e da un militare suo amante, cerca di liberare la terra da un’invasione di alieni fantasmi. Grazie allo spirito della terra… I temi trattati, in maniera ambiziosa, sono l’amore, l’amicizia, il sogno, l’avventura, la vita, la morte e la filosofia stile New Age. Sembra proprio, a giudicare dagli incassi miliardari di
Shrek
e dall’attesa per
Tomb Raider
, che il mondo del digitale, del cartoon sofisticato, sia la moda del terzo millennio. Il rischio, guardando il film, è quello di perdere di vista la trama e concentrarsi sui particolari minuziosi con cui è realizzato, scadendo nella più classica delle esclamazioni di stupore: «Ma come hanno fatto, è incredibile».
(andrea amato)

Reign over me

New York. Chiuso in se stesso dopo aver perso moglie e figli nel crollo delle Twin Towers, Charlie Fineman cerca a modo suo di rimuovere il trauma: rifiutandosi di ricordare. L’incontro casuale col suo vecchio compagno di campus Alan Johnson e l’aiuto della psicologa Angela lo avvieranno a un lento ritorno alla normalità. La sceneggiatura del regista aggiunge un tassello al filone-Ground Zero ma riflette anche sul dolore universale della perdita. Ottimo il cast: Sutherland è ispirato nel breve ruolo del giudice e Sandler sempre più convincente nel drammatico che nel comico. Il titolo viene da un brano degli Who e la memorabile cover che si ascolta sui titoli di coda è eseguita dai Pearl Jam.

Terrore dallo spazio profondo

Versione aggiornata de
L’invasione degli ultracorpi
, il capolavoro di fantascienza realizzato nel ’56 da Don Siegel. Accorgendosi che il marito si comporta in modo insolito, Elizabeth si rivolge all’amico Matthew, ispettore sanitario. I due scoprono che alcuni alieni stanno sostituendo gli abitanti della Terra con copie perfettamente somiglianti, ma prive di qualsiasi impulso emotivo. Un rifacimento intelligente, anche se inferiore all’originale (che usava meno effetti speciali e si concentrava di più sulla suspense e sull’atmosfera da guerra fredda che si respirava negli anni Cinquanta). Rifatto nuovamente nel ’93 da Abel Ferrara con il titolo
Ultracorpi
.
(andrea tagliacozzo)

Un’arida stagione bianca

A metà degli anni Settanta, in Sud Africa, un insegnante bianco si scontra con le autorità per rendere giustizia a un ragazzo nero, ucciso dalla polizia durante una dimostrazione. Lodevole nelle intenzioni, la pellicola è però malamente sostenuta da una regia poco più che mediocre. Dal canto suo, Marlon Brando, carismatico come sempre anche se relegato in un ruolo di secondo piano, ha ricevuto una nomination all’Oscar come attore non protagonista. Tratto dall’omonimo romanzo di André Brink. (
andrea tagliacozzo
)

Quella sporca dozzina

Durante la seconda guerra mondiale, alla vigilia dello sbarco in Normandia, un ufficiale americano riceve l’incarico di distruggere una base nazista in Francia. Gli uomini per la rischiosa impresa vengono reclutati tra la feccia di un carcere militare: ai dodici prescelti viene promessa la libertà a missione compiuta. Un entusiasmante film bellico, spettacolare e ricco d’azione, diretto da Robert Aldrich con stile secco ed efficace. Ottimo il cast. Del film verranno realizzati tre sequel, nessuno dei quali minimamente all’altezza dell’originale. (andrea tagliacozzo)

Revolution

Ambiziosa ricostruzione della guerra d’Indipendenza americana. Nel 1776, in America, i coloni cominciano a ribellarsi alle autorità britanniche. Quella che sembrava una piccola insurrezione si trasforma in una sanguinosa guerra civile. Tom si arruola nell’esercito dei ribelli per stare accanto al figlio Ned, tamburino del reggimento. Nonostante l’ottimo cast – comunque malservito da una sceneggiatura superficiale e una regia di maniera – il film fu un clamoroso insuccesso.
(andrea tagliacozzo)

Space Cowboys

Un gruppo di ex astronauti, ormai anziani e impegnati in tutt’altri lavori, viene richiamato in servizio. Un satellite russo infatti comincia a perdere colpi. Guarda caso, è molto simile a quello costruito da James Corbin (Eastwood), attualmente un ingegnere aerospaziale. Lui accetta di tornare nello spazio, ma solo con i suoi vecchi compagni di avventura… «Time’s clocking on and I’m only getting older.» è la battuta centrale, quella che condensa tutto il senso, doloroso, di Space Cowboys , l’ultimo capolavoro di Clint Eastwood che il Festival di Venezia onora con un Leone d’oro alla carriera strameritato (film, tra l’altro, accolto da un’inquietante freddezza al termine della proiezione serale per la stampa del 29 in Palagalileo…). In italiano la battuta (stando ai trailer che circolano già nelle sale) è diventata: «Ho 70 anni e il tempo vola». Che il cinema di Clint Eastwood fosse anche un appassionato studio sulle incrostazioni di tempo che si sedimentano sulle icone dell’immaginario americano è cosa che solo negli ultimi anni è saltata agli occhi anche dei più miopi. Ora non si tratta certo di reiterare la litania del «ve l’avevamo detto noi che Clint è un grande» perché Clint nel cinema contemporaneo c’è da sempre, a dispetto delle accuse di fascismo e di altre amenità del genere urlate dai poliziotti del «ideologically correct» (che fine avete fatto, bimbi?). Certo il riconoscimento a Clint nessuno ci impedisce di viverlo come una vittoria nostra, ossia di coloro che (per dirla con Tex) hanno sempre amato questa vecchia pellaccia che, dall’alto dei suoi 70, si scopre anche cantore della vecchiaia manco fosse la reincarnazione di Howard Hawks. Eastwood, frainteso frettolosamente come l’ultimo emissario della classicità americano (quasi come se questa fosse la virtù in grado di mondare gli ultimi residui di ambiguità contenutistiche che ancora aleggiano intorno al suo cinema), rappresenta semmai il vessillo problematico di una modernità conflittuale conquistata e praticata attraverso un’umiltà e un rigore formale aspro ontologicamente alieno da semplificazioni e frettolosità del tratto. Ogni film di Eastwood è stato in primo luogo la cronaca del corpo dell’attore messo in scena (anche negativamente, come nell’eccellente Mezzanotte nel giardino del Bene e del Male ) e la contemplazione del lavorio del tempo cui questo è fatalmente esposto. Space Cowboys in questo senso opera una specie di sortilegio performativo: ferma il tempo e offre al suo magnifico quartetto di eroi la possibilità, per una volta, di recuperare il tempo perduto (quasi una sorta di Proust redento dall’etica hawksiana del lavoro di squadra). Tutto il film si pone sotto questo tacito accordo: illudersi che il tempo possa essere fermato (l’utopia stessa del cinema, la mummia del tempo bloccato stando a Bazin…) e restituire il vigore a corpi ormai consunti (il cancro che divora il pancreas di Tommy Lee Jones/Hawk… ovvio: nomen omen). Il tempo del cinema eastwoodiano (e per traslazione del cinema americano) diventa inevitabilmente un tempo somatografico. Pur essendo cowboy dello spazio, il perimetro-set, il luogo narrazione del film è il corpo (e non sorprende che Eastwood/Corvin sia interrotto dagli inviati Nasa proprio durante un’effusione con la moglie: la riconversione dell’energia libidica fornisce inevitabilmente la motivazione desiderante per uscire fuori dal proprio corpo: perdersi nello spazio, rinascere …). Quasi come se fossero la segmentazione delle facoltà di un unico corpo, i quattro protagonisti si ritrovano ognuno dotato della propria specialità (ognuno estensione dei sensi ottusi dell’altro…). Ed è questo mutuo soccorso dei sensi e della carne a dire della modernità del film. Se il cinema non può fare a meno di registrare lo scorrere del tempo e quindi rivelare la finitezza dei corpi, allora non resta altro che giocare sino in fondo la carta del venir meno: ossia sedurre con la propria morte (Baudrillard) per giocare con i riflessi della finitezza dei corpi seduti in sala. Scambio di sguardi e tensioni che Space Cowboys realizza con una lucidità teorica realmente inquietante. Perché è proprio questo ciò che è in gioco: se il corpo-cinema finisce significa che il corpo-spettatore è giunto ormai nella sua fase terminale. Ciò che resta al cinema è pensare di sfuggire al suo essere tempo registrato per risognarsi corpo vergine riscattato dal tempo-durata. Ed è precisamente in questo snodo che Eastwood rivela la sua drammatica modernità: la sua lucida consapevolezza di cantore della fine come esserci perenne per la morte. Ma senza acredine alcuna: con la serenità di chi sa che la morte può essere filmata, un poco alla volta, che noi siamo già, inevitabilmente, la nostra morte… Senza per questo escludere che tutto sia già accaduto da qualche parte (dove?…) e che il cinema stesso non sia altro che il sogno del tempo di un rimbaudiano astronauta addormentato in una valle della Luna, sperduto da qualche parte nello spazio, a raccontarci una storia che comunque non ci stancheremo di ascoltare…. (giona a. nazzaro)

Fate la rivoluzione senza di noi

Eccentrica commedia su due coppie di gemelli che prima vengono scambiati e poi si incontrano alla vigilia della Rivoluzione francese. Ignorato nel 1970, adesso ha un meritato seguito di cultori; il cast — soprattutto Wilder — è spassoso.

Sorvegliato speciale

Proprio quando sta per scadere il termine della sua carcerazione, Frank Leone viene inspiegabilmente trasferito in un penitenziario di massima sicurezza. Il direttore della prigione, deciso a vendicarsi del detenuto, colpevole di avergli danneggiato la carriera in passato con una riuscita evasione, cerca ogni pretesto per rendergli la vita impossibile. Un prodotto cucito su misura per Stallone, che rispetta piuttosto prevedibilmente le convenzioni del genere. Rispetto al protagonista, comunque, se la cava molto meglio Donald Sutherland nel ruolo del perfido direttore.
(andrea tagliacozzo)

Grido di pietra

Il noto alpinista Roccia Innerkofler mette in dubbio l’abilità del campione tedesco di free-climber Martin Edelmeir. Questi, deciso a dimostrare il suo valore, segue Roccia in Patagonia, dove l’alpinista ha organizzato una spedizione che tenterà la difficile scalata del Cerro Torre. Il maltempo costringe i due a rimandare momentaneamente l’impresa. Una buona idea (di Reinhold Messner) sfruttata piuttosto male da un Herzog sottotono e poco ispirato.
(andrea tagliacozzo)

Chiedi alla polvere

Tratto dal romanzo omonimo dello scrittore americano John Fante. Quello tra la bella e focosa Camilla (Salma Hayek) e l’aspirante scrittore di origini italiane – alter ego dell’autore del romanzo – Arturo Bandini (Colin Farrell) è un amore che sembrerebbe non poter mai funzionare. Lei, umile cameriera nata in Messico e immigrata negli Usa, sogna di impalmare un uomo facoltoso per sistemarsi e riscattare le sue origini; lui invece insegue la fama e il successo editoriali. Intanto cerca una fidanzata bionda e con gli occhi azzurri, completamente diversa da Camilla. Eppure, l’amore scocca e fa scintille… Il film è stato prodotto da To

J.F.K. – Un caso ancora aperto

Stati Uniti, 1963. Il procuratore Jim Garrison, poco convinto delle tesi che vogliono il Presidente Kennedy ucciso da un assassino solitario, l’ex marine Lee Harvey Oswald, apre un’inchiesta per smascherare le fila di un eventuale complotto. Tipico film alla Oliver Stone, impostato come una lunga, appassionata, interminabile requisitoria di tre ore, ricca di dati, supposizioni e, probabilmente, qualche azzardo storico. Si tratta, comunque, della migliore regia del discusso cineasta americano, che riesce a mescolare abilmente le scene del film alle immagini di repertorio (alcune vere, altre ricostruite con la tecnica del documentario) riuscendo a creare un’opera altamente spettacolare, cinematografica, ma allo stesso tempo di un realismo impressionante. Oscar 1991 al montaggio (davvero straordinario) e alla fotografia (di Robert Richardson).
(andrea tagliacozzo)

Novecento

In un paese della Bassa Emiliana, agli albori del Novecento, Alfredo, futuro erede dei possedimenti terrieri di famiglia, nonostante i privilegi di casta stringe amicizia con Olmo, figlio di una contadina e di padre ignoto. Nel secondo atto del film, girato contemporaneamente al primo, le vicende politico-sentimentali dei protagonisti – tra i quali spiccano De Niro e Depardieu – si dipanano negli anni che vanno dall’inizio del secolo alla seconda guerra mondiale. Sullo sfondo, le lotte contadine, il fascismo e la Resistenza. Bertolucci, un cast d’eccezione e la splendida fotografia di Vittorio Storaro danno vita a un racconto epico e spettacolare, anche se non sempre il regista riesce a coniugare le esigenze dello spettacolo con il discorso politico in un’ambiziosa e didattica Storia della lotta di classe in Italia.
(andrea tagliacozzo)

Gente comune

Un ragazzo di sedici anni, che tempo prima aveva visto morire il fratello maggiore sotto i propri occhi, tenta il suicidio. Dopo essere stato salvato dai genitori, il giovane finisce in ospedale e poi in cura a uno psichiatra. Robert Redford, alla sua prima regia, riuscì clamorosamente ad aggiudicarsi l’Oscar (così come il film, battendo
Toro scatenato
di Scorsese, la sceneggiatura di Alvin Sargent e il giovane Timothy Hutton, premiato come attore non protagonista) con questo melodramma estremamente ben fatto, ma forse eccessivamente costruito a tavolino. Un impresa analoga verrà ripetuta dieci anni più tardi da Kevin Costner, vincitore all’esordio con
Balla coi lupi
.
(andrea tagliacozzo)

Niente di personale

Sutherland è un professore che tenta di impedire a una società di trucidare dei cuccioli di foca, la Somers è un avvocato che lo aiuta. Insensata commedia romantica. Occhio ai cammei di Craig Russell, Tony Rosato Joe Flaherty e Eugene Levy.

Ritorno a Cold Mountain

1864, vigilia della Guerra Civile Americana. Un reverendo lascia Charleston per il clima più mite di Cold Mountain, nella Carolina del Nord. È con lui la sua incantevole figlia Ada che adocchierà (e sarà adocchiata da…) il giovane taciturno Inman. Lui, da confederato, andrà alla guerra. Vedrà orrori e sarà ferito, ma avrà sempre il pensiero lì, alla sua Ada che ha giurato di aspettarlo. Lei infatti lo aspetta. E imparerà a far andare avanti la sua fattoria anche grazie a una ragazza-maschiaccio Ruby…

Il regista inglese, di origini italiane, Anthony Minghella
(Il paziente inglese, Il talento di Mr. Ripley)
firma
Ritorno a Cold Mountain,
un kolossal sentimental-bellico in costume. Una grande storia d’amore, una storia americana, un grido contro la guerra. Una storia d’amore che si basa appena su qualche sguardo e su un unico bacio appassionato, dove lei, la splendida (e brava) Nicole Kidman, e lui, un bello e bravo Jude Law – attore amato da Minghella – poco si vedono insieme durante il film. Ma tutto il film è basato su questo legame forte e indistruttibile, su questo magnetismo a distanza. Viaggiano lontane e parallele le due storie, lui in guerra, in fuga, in tentazione, nel dolore. Lei, nel dolore, nel tentativo di farcela, di crescere… Con una terza figura importante, quella della aspra e maschia Ruby, una ragazza tutta praticità e niente (apparentemente)
cuore che rappresenta l’altra metà di Ada. Una poetica, sognatrice, suonatrice di piano e delicata, l’altra dura, attiva, forte, robusta. Peccato che Ruby sia interpretata da una francamente insopportabile Renée Zellweger, tutta un arricciar di naso, tutta una smorfia e una fastidiosa andatura da maschiaccio e nonostante un Oscar come miglior attrice non protagonista. E poi è un grido contro la guerra: perché qui non si parteggia né per il Nord, né per il Sud. Qui si fa il tifo solo perché la guerra finisca. È la guerra vista da chi dalla guerra è disorientato e annientato, per cui la guerra non ha giustificazioni né spiegazioni. O forse è solo la scusa per compiere nefandezze e obbrobri.
Un duplice, romantico viaggio ricostruito perfettamente (e maniacalmente): con imponenti scene di guerra, ma anche con paesaggi, particolari e costumi ricostruiti alla perfezione. Ottima la fotografia (il film è stato girato in Romania), bellissime le scene di Dante Ferretti. Certo, ci sono lungaggini (in due ore e mezzo di film c’è il rischio di annoiarsi), la melassa è in agguato, ma il kolossal della storia e del sentimento è comunque ben fatto. È furbo, perché batte sui tasti giusti. Sul sentimento e sull’ideale perduto da riconquistare. Appassiona, anche. A patto di essere in vena di sentimentalismi… Tra i comprimari, Donald Sutherland, Philip Seymour Hoffman, Giovanni Ribisi, Brendan Gleeson, Natalie Portman.
(d.c.i.)

Novecento

Travolgente spaccato dell’Italia del XX secolo, incentrato su due famiglie in contrasto. Un film ambizioso e potente che creò uno straordinario scompiglio anche in America, dove uscì in una versione di 243 minuti. Il restauro del 1991 sembra ancora discontinuo, ma le immagini — poderose e bellissime — compensano una durata oppressiva.

Animal House

In un college americano, i fracassoni e indisciplinati studenti del club Delta, in aperta rivalità con i più seriosi e altezzosi membri del club Omega, ne combinano di tutti i colori. Il severo rettore del campus non aspetta che un’altra delle loro bravate per buttarli fuori dalla scuola. Tutt’altro che raffinato nello humour, ma scatenato e divertentissimo, a tratti perfino eversivo. Incontenibile John Belushi nel film che, prima ancora di
1941
e

The Blues Brothers
, lo rese celebre. Sceneggiato da Harold Ramis (futuro regista di
Ricomincio da capo
e
Terapia e pallottole
), Douglas Kenney e Chris Miller.
(andrea tagliacozzo)

La migliore offerta

La migliore offerta

mame cinema LA MIGLIORE OFFERTA - STASERA IN TV scena
Una scena del film

Scritto e diretto da Giuseppe Tornatore, La migliore offerta (2013) ha come protagonista l’esperto battitore d’aste Virgil Oldman (Geoffrey Rush). Egli, grazie all’aiuto dell’amico Billy (Donald Sutherland) riesce a impossessarsi a basso costo di tele dal valore inestimabile. Infatti, Virgil è anche un grande appassionato d’arte e nel corso della sua vita ha raccolto una collezione di opere straordinaria. E sono tutti ritratti di donne, le uniche a cui Virgil conceda il proprio sentimentalismo, nelle pause dalla sua vita interamente dedicata agli affari.

Un giorno, però, viene contattato telefonicamente da una ragazza che dice di chiamarsi Claire Ibbetson (Sylvia Hoeks), la quale gli chiede di valutare la propria villa. Inoltre, Claire chiede a Virgil di occuparsi solo lui della faccenda, senza coinvolgere altri professionisti del settore. Seppure perplesso, il protagonista accetta. Ma scopre presto di avere a che fare con una donna molto particolare, che rifiuta di uscire dalla propria camera da letto. La ragazza soffre infatti di una grave forma di agorafobia, malattia che le impedisce di frequentare luoghi affollati o aperti.

Pian piano, però, Claire decide di aprirsi a Virgil, il quale scopre un lato di se stesso che non credeva di avere. Ma, travolto da nuove emozioni, abbasserà la guardia per la prima volta nella sua vita e distinguere tra vero e falso non sarà più così facile per lui.

Curiosità

  • Girato interamente in inglese, il film è prodotto da Paco Cinematografica S.r.l. in collaborazione con Warner Bros Italia e con il sostegno della Friuli Venezia Giulia Film Commission, BLS Südtirol Alto AdigeUnicredit.
  • Le riprese del film hanno avuto luogo dal 16 aprile all’11 luglio 2012 tra TriesteMilanoFidenzaPraga e l’Alto Adige (BolzanoOra e Merano). Alcune scene sono state girate anche a Vienna.
  • La villa Colloredo Mels Mainardi, residenza di Claire nella pellicola, è situata a Gorizzo di Camino al Tagliamento, in provincia di Udine. Il bar antistante – allestito per il film in una casa disabitata e poi smantellato – si trova invece, nella realtà, non di fronte alla villa bensì a Trieste.
  • In Italia, il film ha incassato 9.111.965 euro.
  • La pellicola si è aggiudicata ben cinque David di Donatello nelle categorie Miglior film, Miglior regia, Miglior scenografia, Migliori costumi, Miglior colonna sonora (a Ennio Morricone) e ha ottenuto il David Giovani a Giuseppe Tornatore.
  • Il film ha trionfato anche al Nastro d’argento, vincendo nelle categorie Regista del miglior film (a Tornatore), Miglior produttore, Miglior colonna sonora, Miglior scenografia, Migliori costumi e Miglior montaggio.
  • La pellicola ha vinto nelle categorie Miglior film, Miglior regia, Miglior montaggio e Migliori costumi perfino ai Ciak d’oro.

La cruna dell’ago

Buona trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Ken Follett. In Scozia, alla vigilia dello sbarco in Normandia, un agente segreto nazista deve comunicare al proprio comando un importante segreto militare. Nel luogo dove l’uomo dovrebbe incontrare i tedeschi, l’uomo fa conoscenza da una coppia di coniugi inglesi, David e Lucy: il primo, semiparalizzato, sospetta qualcosa, mentre la seconda si lascia sedurre dallo sconosciuto. Grande suspense e ottimi i protagonisti.
(andrea tagliacozzo)

The Italian Job

Los Angeles. L’astuto ladro Charlie e il suo amico di vecchia data John, sfuggito alla libertà vigilata, decidono di riunire un gruppo di fidati professionisti del mestiere e organizzare un colpo a Venezia. Obiettivo: rubare una cassaforte contenente trentacinque milioni di dollari in lingotti d’oro. Il colpo riesce ma al momento della spartizione Steve, uno dei componenti della banda, organizza un’imboscata e si impadronisce di tutto il denaro, uccidendo John e credendo di essersi sbarazzato di tutti gli altri. Un anno dopo, Charlie e Stella, figlia di John nonché esperta in scasso, ritrovano Steve e meditano un piano per vendicarsi…

Nato come remake del cult
Colpo all’italiana,
così venne tradotto in Italia l’omonimo film del 1969,
The Italian Job
è una piacevole sorpresa che l’estate riserva agli amanti del genere. Qualcuno ricorderà il Micheal Caine della pellicola d’annata che allora si cimentava con un memorabile colpo a Torino (da cui il titolo) ma poco o nulla ritroverà nel film in questo momento sul grande schermo. Il regista F. Gary Gray conferma l’innegabile abilità di
director
già emersa nel particolarissimo
Il negoziatore
raccontando l’organizzazione del colpo, il consumarsi del tradimento, la meditata vendetta e l’immancabile colpo di scena finale, il tutto condito da una buona dose di ironia e da un montaggio inedito, quantomeno per una produzione hollywoodiana che evita i ritmi nevrotici cui lo spettatore odierno si sta suo malgrado abituando. Non mancano gli effetti speciali del caso, utilizzati in scene costruite appositamente per catturare l’attenzione e creare suspance (come peraltro richiede il genere degli
heist
movie che tanto successo sta avendo negli ultimi tempi) e di fronte al lungo inseguimento (accompagnato dalle musiche dei Pink Floyd) in cui sono state utilizzate ben trentadue Mini Cooper coloratissime e abilmente truccate (gentilmente offerte dalla Bmw), si rimane letteralmente senza fiato.
The Italian Job
è un film che non ha paura di cambiare ritmo e stile a ogni snodo del racconto e che trova il suo punto di forza in una sceneggiatura a tratti divertente e divertita, anche se la sensazione è quella di trovarsi più di fronte a una commedia condita di omicidi e rapine che a un thriller dai risvolti drammatici. La validità della troppo breve prova di Donald Sutherland (John) era scontata, ma accanto a lui ci sono un perfido Edward Norton (Steve), come al solito bravissimo nell’interpretare personaggi sgradevoli e totalmente privi di etica e morale (come già accaduto in
Schegge di paura
e
Fight Club)
e la bionda Charlize Theron, mai così bella e in grado di bucare lo schermo con una sola occhiata. Buone notizie, insomma, per tutti coloro che amano il cinema scacciapensieri e che vanno in sala con l’intento di divertirsi ma non si accontentano di assistere a due ore di effetti speciali. Una bella storia, un film piacevole, non un evento.
(emilia de bartolomeis)

I guerrieri

Approfittando di una licenza ottenuta in piena invasione della Normandia, quattro soldati americani si spingono nel territorio occupato dalle truppe naziste per rubare un’enorme quantità d’oro in procinto di partire per la Germania. Un divertente film d’azione con un ironico Clint Eastwood a cui nuoce solo l’eccessiva durata. Curioso ma poco credibile il personaggio interpretato da Donald Sutherland: quasi un hippie catapultato negli anni Quaranta.
(andrea tagliacozzo)

Orgoglio e pregiudizio

Guarda la Photogallery di questo film
Adattamento dell’omonimo romanzo di Jane Austen. Fine Settecento, a Longburn, un angolo della campagna inglese, vive la famiglia Bennet. La principale occupazione della signora è cercare mariti adeguatamente ricchi e rispettabili per le cinque figlie. Più saggio e disincantato è il signor Bennet, che vive con placida ironia le ansie arriviste della moglie. L’arrivo nelle vicinanze di un uomo nobile e ricco, Bingley, accende le speranze della signora: la figlia Jane se ne innamora, ricambiata. Assieme a Bingley fa la sua comparsa il signor Darcy, un uomo profondo e altero dal carattere difficile. Elizabeth, secondogenita dei Bennet, ragazza intelligente e vitale, dà vita con lui a scaramucce intellettuali segnate dall’antipatia, visto il carattere chiuso e orgoglioso dell’uomo, sempre più coinvolto dalla sua fiera antagonista. Tra fraintendimenti e attese, il solco sembra approfondirsi, finché Elizabeth comincerà a scorgere le qualità dissimulate di Darcy.
L’Inghilterra di fine Settecento con i suoi paesaggi verdi, i balli, le carrozze e i corpetti. La versione filologicamente corretta della società pre-vittoriana si srotola per due ore in sedici noni, senza annoiare né incantare. Filologia rispettata anche nei confronti del romanzo di Jane Austen, cui il regista, complice la sceneggiatrice Deborah Moggach, rivolge una riverenza degna del più settecentesco degli inchini. Visivamente il film rimane decisamente classico, non si concede particolari virtuosismi (tranne, per esempio, il piano-sequenza che ci introduce in casa Bennet). L’omaggio al gusto del romanzo comincia dunque dalle inquadrature, senza dubbio funzionali ma spesso di maniera. In più di un caso, anzi, la regia scivola nella retorica zuccherosa o epica. E quando, in un sottofinale criminale, Darcy ed Elizabeth si ritrovano nel prato, mancano solo gli uccellini festanti. Da censura.
Ma l’impostazione classica funziona altrove. Dialoghi e relazioni fra i personaggi sono spesso costruiti con gusto. La mano della sceneggiatrice è sensibile, riesce a riproporre le sofisticate scaramucce retoriche di quell’epoca senza scadere nella noia o nella piattezza, valorizzando anzi la tensione drammatica di alcune scene del romanzo, basandovi fedelmente i dialoghi. In più rinsalda la tenuta di un film rischioso come questo distribuendo lungo le due ore diversi momenti comici. Lo strumento preferito è la signora Bennet: già un figura umoristica nel romanzo, qui diviene una sorta di caricatura. Con stile e senso del ritmo questi intermezzi salvano il film dal rischio di retorica e sentimentalismo eccessivi.
Keira Knightley incarna bene Elizabeth (tanto da meritare una candidatura all’Oscar come miglior attrice protagonista), così come Matthew Mc Fayden, appena troppo tenebroso, dà voce e portamento alle inquietudini e alla magnanimità di Mr Darcy. Il loro rapporto incerto, contraddittorio e intenso, si anima riuscendo coinvolgere senza scadere (troppo) spesso nella retorica. Ma il piccolo capolavoro recitativo del film lo realizzano i comprimari: in particolare il signore e la signora Bennet (Donald Sutherland e Brenda Blethyn) sono vivaci nelle loro schermaglie, quanto Judi Dench mette in risalto l’austerità di Lady de Bourg. Se la rete di dialoghi, sguardi e sospensioni fra i personaggi prende corpo, grande merito va ascritto a loro.
Trasporre un romanzo così distante nel tempo e nei toni era un’operazione difficile. La troupe è stata aiutata dall’attrattiva senza tempo delle più dense relazioni uomo – donna e di quelle fra classi. Ma il film coinvolge e a tratti brilla grazie alla sensibilità di chi vi ha lavorato. Resta fastidioso il gusto eccessivamente pittorico di Wright, che in alcune scene perde la misura e inclina pericolosamente verso l’avvelenato polpettone sentimentale di stile hollywoodiano. Ma basta chiudere gli occhi in un paio di scene e rimangono due ore che, senza fare la gloria del cinema – e probabilmente nemmeno quella di Jane Austen – avvinceranno parecchi spettatori. L’italiano Dario Marianelli, autore delle musiche, è candidato all’Oscar per la miglior colonna sonora. (stefano plateo)

Un uomo, una donna e una banca

Film non necessario ma inoffensivo su un colpo in banca da 4 millioni di dollari, con buone performance dei tre protagonisti. Magicovsky non è molto affascinante nei panni di un suicida maniaco della panna montata, ma quanti aspiranti suicidi maniaci della panna montata simpatici conoscete?

M.A.S.H.

Il già maturo Robert Altman, con alle spalle più di dieci anni di regie televisive e tre lungometraggi, vince a Cannes e diventa l’autore americano più importante degli anni ‘70. Una farsa scatenata e scorrettissima, che fa il paio con l’adattamento (per la verità piuttosto blando) di Comma 22 di Heller che Mike Nichols gira l’anno dopo. Il meglio del fast talking e della sit-com, di Neil Simon e delle farse militari di Frank Tashlin, fusi in un film che se ha inevitabilmente smarrito molta della sua carica politica rimane pur sempre esilarante. Altman, nel raccontare il suo sadico e cinico ospedale da campo, dice con ogni evidenza Corea per non dire Vietnam, e già spappola allegramente il racconto tradizionale hollywoodiano. Da rivedere oggi anche per evitare di sopravvalutare le mille sciocchezze finto-trasgressive della commedia Usa contemporanea (tipo fratelli Farrelly). Al confronto il vecchio Altman è dinamite. (emiliano morreale)