Reign over me

New York. Chiuso in se stesso dopo aver perso moglie e figli nel crollo delle Twin Towers, Charlie Fineman cerca a modo suo di rimuovere il trauma: rifiutandosi di ricordare. L’incontro casuale col suo vecchio compagno di campus Alan Johnson e l’aiuto della psicologa Angela lo avvieranno a un lento ritorno alla normalità. La sceneggiatura del regista aggiunge un tassello al filone-Ground Zero ma riflette anche sul dolore universale della perdita. Ottimo il cast: Sutherland è ispirato nel breve ruolo del giudice e Sandler sempre più convincente nel drammatico che nel comico. Il titolo viene da un brano degli Who e la memorabile cover che si ascolta sui titoli di coda è eseguita dai Pearl Jam.

The Assassination

Nel gioco della vita Samuel Bicke è uno che perde. La moglie, dalla quale è separato, gli è sempre più lontana, il rapporto col fratello è deteriorato e lui, insicuro e idealista fino alla patologia, non riesce nemmeno a mantenere i lavori che trova. Ai suoi tentativi frustrati di riavvicinamento alla famiglia si aggiunge il rifiuto di un prestito che aveva chiesto per far partire un’attività propria, sulla quale puntava da tempo. Sempre più incapace di rientrare nel gioco, comincia a cedere. Siamo nell’inverno fra il 1973 e il 1974, in pieno scandalo Watergate. Il volto di Nixon si sporge da tutti i televisori e Sam comincia a vedervi il simbolo e il vertice di un sistema corrotto e insopportabile. La soluzione cui cercherà di dare vita sarà quella di dirottare un aereo e farlo schiantare contro la Casa Bianca. Il film è tratto da un fatto di cronaca realmente accaduto.

Per il suo esordio alla regia, Niels Mueller sceglie un film pretenzioso e difficile. Non è certo l’evento in sé a mancare di interesse: si va dalle implicazioni sociali alla dimensione psicologica, fino a un sottile e inquietante ponte con l’attualità per la concezione della dinamica dell’attentato. Ma il soggetto rimane dal principio scarsamente cinematografico: pochi gli eventi, lunghe le attese, già nota la direzione della storia. Con questi presupposti, l’elemento di interesse dovrebbe risiedere nel mostrare il processo di decadimento mentale, l’accumulo di frustrazioni e di rancore inespresso che si porta via la mente di Sam Bicke.

Ma per dare spessore a un dramma patologico di questo genere occorrerebbe un tocco che Mueller non possiede né come sceneggiatore né come regista. Così, la produzione chiama Sean Penn per dare vita al personaggio e farne l’elemento di richiamo del film. Il volto dell’attore è eccezionalmente espressivo ma la recitazione finisce spesso col sembrare un po’ sopra le righe: un uomo perennemente imbarazzato più che disturbato. Viene comunque da pensare che ciò sia da ascrivere alla sceneggiatura più che a Penn. Del resto in diversi momenti sembra che a Mueller interessino più le sventure di Sam che la sua montante pazzia, almeno sino al finale in crescendo. Il resto del cast (da Naomi Watts a Don Cheadle, fino a tre spettacolari minuti con Micheal Wincott che interpreta il fratello Julius) funziona bene ma è quasi sottoutilizzato all’interno di ruoli ripetitivi e un po’ sterili.

Le ambizioni della pellicola si specchiano anche nel chiaro riferimento al Travis Bickle di

Taxi Driver,
nella cui direzione va già la leggera deformazione del nome del protagonista (dall’originale Byck a Bicke). Entrambi sono personaggi frustrati e disturbati, che concepiscono una risposta rabbiosa e sterile al sistema. Ma le analogie nella sostanza si fermano qui. Ciò che resta è un’ora e mezza che si regge su qualche buona scena e sull’interpretazione intensa e quasi tremante di Sean Penn. Ma il dramma non si eleva e non coinvolge.
(stefano plateo)

Traffic

Un giudice d’assalto incaricato dalla Casa Bianca intende sgominare il traffico di droga tra gli Stati Uniti e il Messico, ma deve rassegnarsi a occuparsi dei risvolti privati della questione quando scopre che sua figlia è una tossicodipendente. Il referente messicano del giudice si rivela essere al soldo di una grossa organizzazione locale; la moglie di un uomo d’affari americano scopre che il benessere nel quale vive è il frutto del traffico di stupefacenti e fa di tutto pur di conservarlo. Con Steven Soderbergh, tornato alla ribalta grazie al successo di
Out of Sight
e
Erin Brockovich
, il problema è sempre lo stesso. È un cineasta senza personalità né stile, ma che – alla stregua di Oliver Stone – si impegna a fondo per ostentarne uno, o anche più di uno come accade in
Traffic
. La cosa, naturalmente, può dare ai nervi; ciò malgrado in questo film, assai meno gratuito de L’inglese, funziona a sufficienza la scelta di intrecciare tre e più storie, dando allo spettatore la costante impressione di smarrire la bussola. O meglio, funziona finché il meccanismo non si logora e non diventa ripetitivo e accademico. Visivamente, il film al quale
Traffic
assomiglia maggiormente è
JFK
del sunnominato Stone, poiché l’obiettivo è un po’ quello di restituire un quadro frammentato e formicolante di un traffico che non può essere debellato negli Stati Uniti per la semplice ragione che l’economia del Paese prolifera proprio grazie al commercio illecito.

Soderbergh esibisce un massimalismo stilistico abbastanza estetizzante, con ciascun ramo del racconto connotato da una visualizzazione adeguata e artificiosa (tutta la vicenda ambientata in Messico, per esempio, ha un taglio documentaristico, con largo impiego della macchina a mano e una dominante cromatica giallo-ocra). Tuttavia rivela un discreto spessore creativo l’idea di elaborare un tessuto narrativo e iconografico «meticciato» e multiculturale, al cui interno l’immagine del caos rimanda alla varietà di razze, stili di vita e condizioni sociali coesistenti, e dove il «traffico» stesso diventa metafora delle relazioni umane, da esso inevitabilmente condizionate. E le sequenze situate nel ghetto afroamericano, come già in
Out of Sight
, forniscono un contrappunto fortemente antagonista all’upper class infida, corrotta o anche solo benpensante e integerrima. Troppo lungo? Troppo sconclusionato? Troppa carne al fuoco? Prendere o lasciare, questo è Steven Soderbergh: il quale, sedotto dalle lusinghe hollywoodiane, avrebbe potuto anche fare di molto peggio.
(anton giulio mancino)

Codice: Swordfish

Il misterioso Gabriel Shear, spia al servizio del Senatore Reisman, convince l’abile hacker Stanley Jobson – reduce da diversi anni di prigione per essere riuscito a intrufolarsi nei sistemi informatico dell’FBI – ad aiutarlo in un impresa ai limiti dell’impossibile: appropriarsi di svariati miliardi di fondi governativi illegali che giacciono in alcuni conti bancari protetti da sofisticati sistemi di sicurezza. Con i soldi che Shear gli ha promesso, Stanley spera di riuscire a ottenere l’affidamento della sua adorata figlioletta Holly. Ma sulle tracce dei due si lancia il tenace poliziotto Roberts. Comunque lo si guardi, il film di Dominic Sena non riesce affatto a convincere: sul piano narrativo è alquanto esile e confuso; su quello drammatico lascia il tempo che trova e le vicissitudini familiari di Hugh Jackman sono commoventi quanto uno spot della Barilla; quanto all’azione – che dovrebbe essere il piatto forte del film – è dispensata in quantità minime ed è di dubbia qualità. Dominic Sena gira le sparatorie e gli inseguimenti giusto un filo meglio di Tony Scott (non ci vuole molto, a dire il vero…) e l’unica idea divertente (l’autobus appeso a un elicottero) sembra solo una variazione sul tema di cose già viste altrove (
Darkman
di Sam Raimi e
Supercop
di Stanley Tong). Perfino il cast, davvero ottimo sulla carta, viene banalmente sprecato: Travolta continua a gigioneggiare nel ruolo del cattivo (che gli è riuscito solo in
Face/Off
); Hugh Jackman (che assomiglia in modo impressionante a Clint Eastwood da giovane) ha una bella faccia e carisma da vendere, ma è completamente fuori parte nei panni dell’eroe per caso (perfino un po’ vigliacco); Don Cheadle, straordinario in
Boogie Nights
, qui sembra persino svogliato e poco convinto; rimane Halle Berry, che è un bel vedere e meriterebbe un 10 e lode per la sua avvenenza, ma è troppo poco e non basta per salvare il film dalla più totale mediocrità.
(andrea tagliacozzo)

Ocean’s Thirteen

Danny Ocean e compagni devono togliere dai guai l’amico di vecchi data Reuben Tishkoff (Elliot Gould), entrato in affari con il losco uomo d’affari Willy Banks (Al Pacino). Ocean ha così intenzione di rovinare la festa di inaugurazione del nuovo casinò di Banks, screditandolo agli occhi della stampa e vendicando il torto subito dall’amico.

Un poliziotto da happy hour

Thriller comico ambientato sulla costa Ovest dell’Irlanda. Il Sergente Gerry Boyle è un agente di polizia in una piccola cittadina, dalla personalità aggressiva, l’umorismo sovversivo, una madre in punto di morte, una spiccata simpatia per le prostitute, e ,assolutamente, nessun interesse per il traffico internazionale di cocaina, motivo per il quale, un bel giorno, l’agente dell’FBI Wendell Everett bussa alla sua porta. Sebbene sembri più interessato a sbeffeggiare Everett e a mettergli i bastoni tra le ruote, che a lavorare attivamente per risolvere il caso, Boyle non può fare a meno di farsi coinvolgere dagli eventi: il suo nuovo collega scompare, la sua prostituta preferita cerca di ricattarlo e, alla fine, i trafficanti di droga cercano di corromperlo, come hanno già fatto con tutti gli altri poliziotti locali. Questi eventi offendono automaticamente il torbido codice morale di Boyle. Il quale capisce di dover risolvere il problema personalmente. Ma l’unica persona di cui si può fidare è Everett. E così tutto è pronto per un finale esplosivo.

Crash – Contatto fisico

Diverse storie si intrecciano, sullo sfondo la città di Los Angeles, con i suoi eccessi e le sue contraddizioni. Jean (Sandra Bullock) subisce una rapina mentre si trova in compagnia del marito Graham (Don Cheadle), procuratore federale. Autori del misfatto sono due giovani neri. Intanto, l’agente Ryan (Matt Dillon), sadico e razzista, umilia una coppia di afroamericani benestanti di mezza età, «pescati» in atteggiamenti equivoci a bordo del loro fuoristrada. Altri personaggi appaiono sulla scena: un fabbro latinoamericano, una coppia di coreani, un negoziante iraniano…
Nell’arco di trentasei ore, le loro vite sono destinate a scontrarsi.

Paul Haggis è uno degli sceneggiatori attualmente più richiesti sul mercato americano, già autore dello script di

Million Dollar Baby,
forse l’ultimo vero capolavoro del cinema hollywoodiano di stampo classico. La notorietà raggiunta grazie alla collaborazione con Clint Eastwood gli ha dato la possibilità di realizzare questo progetto, in cui si cala nel ruolo di regista senza imbarazzi e con ottimi risultati.

Crash – Contatto fisico
è infatti una pellicola solida, che si regge, e non poteva essere altrimenti, sulla forza del soggetto e della sceneggiatura, ma anche sull’abilità degli attori protagonisti, che si dice abbiano accettato compensi irrisori pur di fare questo film. Nel gruppo spicca senza alcun dubbio Matt Dillon, che interpreta in modo molto convincente l’agente Ryan,
character
negativo ma anche estremamente sfaccettato e complesso, che dapprima è carnefice, per diventare poi vittima ed infine quasi eroe positivo.

Si arriva dunque a parlare di un altro dei punti di forza di
Crash,
la caratterizzazione dei personaggi: questi ultimi infatti, pur rappresentando nella maggior parte dei casi veri e propri
exempla
del loro gruppo etnico e sociale, non sono mai troppo semplici e schiacciati sullo stereotipo, ma vivi e credibili, fatti in ugual misura di pregi e difetti, e visti con uno sguardo che evita giudizi morali o di valore. Anzi, il gioco di Haggis sta proprio nel ribaltare continuamente i ruoli, giocando con le aspettative dell’
audience.

Altro pregio del film è che non si avverte il peso dell’artificiosità intrinseca dell’intreccio. Infatti un gran numero di vicende si intersecano andando a formare un affresco unitario, ma senza forzature eccessive: il patto di «sospensione dell’incredulità» stipulato tra regista e spettatore non risulta mai troppo oneroso per quest’ultimo.

Crash
dimostra come si possa fare cinema mainstream senza rinunciare alla qualità. Peccato solo per alcune piccole cadute di tono, soprattutto il finale con nevicata (va bene il classico hollywodiano, ma questo è troppo!) e per la pessima scelta della canzone di chiusura del film,
Maybe Tomorrow
degli

Stereophonics:
con tutto il rispetto, forse si poteva fare una scelta un po’ più originale e soprattutto più azzeccata. Invece rimane più di un sospetto che si tratti di una marchetta.
(michele serra)

Bulworth – Il senatore

Audace satira politica su un senatore della California che, nel tentativo di farsi rieleggere alle amministrative del 1996, si libera la coscienza dicendo la verità, venendo incontro alla comunità nera. Volutamente inquietante in alcuni momenti, uno sguardo acuto sui processi della politica e sulla condizione delle classi subalterne. Uno dei film migliori di Beatty, che qui recita, dirige ed è co-autore della sceneggiatura insieme a Jeremy Pikser. William Baldwin e Paul Mazursky compaiono non accreditati.

After The Sunset

Subito dopo aver messo a segno l’ultimo colpo di una lunga e fruttuosa carriera di ladri di gioielli, con una particolare propensione per i diamanti, Max (Pierce Brosnan) e Lola (Salma Hayek) hanno deciso di andare in pensione e si ritirano a vivere su una splendida isola delle Bahamas, innamorati, ricchi e felici. Ma l’agente dell’FBI Stanley P.Lloyd (Woody Harrelson), tante volte umiliato nel corso di rocamboleschi furti, non ha ancora rinunciato ai suoi propositi di vendetta nei confronti della coppia. Così, giunto anche lui sulla splendida Paradise Island, prepara una trappola per Max grazie a un’esca che sa essere irresistibile per il mago del furto: un diamante dal valore inestimabile. 

Per quelli che già storcono il naso pensando a Pierce Brosnan che interpreta un eroe negativo, diciamo subito che i ruoli di «buoni» e «cattivi» non sono così nettamente delineati come potrebbe sembrare. E per fortuna: anche il film ha uno spessore maggiore di quello che potrebbe sembrare, pur rientrando a pieno titolo nella categoria del puro intrattenimento.

Su una classica storia di «colpo perfetto» si innestano interessanti variazioni sul tema: la guardia e il ladro hanno un rapporto complesso e ambivalente di odio-amore e si rispettano reciprocamente, accettando di essere gli attori di un divertente gioco delle parti; in secondo luogo, entrambi devono fare i conti con le rispettive donne, che rischiano più volte di sviarli dall’obbiettivo principale; infine, l’isola e i suoi abitanti influenzano molto lo svolgersi della vicenda, cambiando le carte in tavola ora a favore dell’uno, ora a favore dell’altro contendente.

Un classico
action movie
insomma, senza troppi patemi d’animo e senza eccessivo
thrilling
, in cui il soggetto e la sceneggiatura contano finalmente un po’ di più rispetto agli inseguimenti, alle esplosioni, all’uso di
gadget
ipertecnologici e agli elicotteri. Certo, Pierce Brosnan non rinuncia alla tentazione delle automobili telecomandate (auto vere, non giocattoli…avete presente la BMW di 007 ne
Il Domani Non Muore Mai
?), ma sarebbe stata una pretesa eccessiva, meglio non esagerare con il furore iconoclasta… 

In definitiva,
After The Sunset
è una pellicola onesta, classicamente hollywoodiana, con un buon cast all’interno del quale spicca l’ottimo Woody Harrelson, cui è affidato il personaggio più interessante e sfaccettato. Un film che saprà divertire chi entrerà in sala senza troppi pregiudizi. 
(michele serra)

The Family Man

Dopo aver lasciato (tredici anni prima) Kate per andare a studiare Londra, Jack Campbell è diventato uno spietato squalo di Wall Street. In attesa di condurre in porto una delicata fusione finanziaria, Jack costringe i suoi colleghi a rimanere in ufficio a fare le ore piccole anche la vigilia di Natale. A notte fonda, deciso a fare due passi, va a comprare del latte in un negozio di alimentari. Qui trova Cash, un afroamericano che in seguito a una lite col commesso coreano tira fuori una pistola. Jack riesce a ricondurre Cash alla ragione: parlando e straparlando, gli tiene pure una specie di arrogante lezione di vita. Ma Cash lo prende alla lettera e gli combina un micidiale scherzetto.

Un regista curioso, questo Brett Ratner. Specialista di commedie d’azione (
Rush Hour-Due mine vaganti
), compare in un gustoso cameo autoparodico in
Black & White
di James Toback. Sorprende quindi trovarlo alle prese con un mélo natalizio frankcapriano fotografato da Dante Spinotti, musicato da Danny Elfman e con tanto di Don Cheadle a fare le veci dell’angelo Clarence. La parabola dei buoni sentimenti è di una letale esemplarità, ma se è vero (come è vero) che di alcuni film si sa già tutto in anticipo e se è vero che – stando a Douglas Sirk – ciò che conta è vedere attraverso quali articolazioni giunge la sospirata parola «fine», allora bisogna dare atto a Ratner di aver costruito il suo intreccio con un certo acume (bello il cameo del padre di Robert Downey).

Evitando facili e moralistici manicheismi,
The Family Man
riflette amaramente sull’impossibilità di essere felici. Dopo la conclusione, forse, non resta altro da fare che sognare la vita che non si è avuta e pensare che sarebbe stata davvero «un’altra vita».
(giona a. nazzaro)

Mission to Mars

Opera incredibilmente piatta che narra di una missione esplorativa su Marte nell’anno 2020, scandita da incidenti, tragedie e alcune strabilianti scoperte cosmiche. Il film adotta un approccio realistico che presto indebolisce il tutto, con un climax fin troppo didascalico, per quelli che ancora non hanno capito 2001: Odissea nello spazio. Frequente comparsa di marchi commerciali come Dr Pepper. Armin Mueller-Stahl compare non accreditato. Panavision.

Ocean’s Eleven

Un ladro-gentiluomo, Danniel Ocean (George Clooney), esce di galera dopo quattro anni e, senza pensarci un attimo, cerca di mettere in atto un altro colpo, il colpo del secolo: svaligiare tre casinò di Las Vegas. Per il suo piano ha bisogno di molti uomini, undici in tutto. Il suo socio è Rusty Ryan (Brad Pitt), un baro che insegna a giocare a poker a celebrità della televisione. Quando ormai è tutto pronto si scopre che il padrone dei tre casinò (Andy Garcia) è il nuovo compagno della sua ex moglie (Julia Roberts). Ocean non solo vuole rubare 160 milioni di dollari, ma anche riconquistare la sua dolce metà. Un cast impressionante per un film leggero, spassoso, che segue un canovaccio trito e ritrito, ma molto ben confezionato. Soderbergh si dimostra ancora una volta un mostro da box office, questa volta però la grande impresa non è stata dirigere il film, ma assemblare così tante prime donne di Hollywood che, così ci dicono, hanno lavorato in perfetta armonia e sottocosto. Una piacevole commedia con divertenti escamotage narrativi. Il resto lo fanno le star. Dedicato alle fan di Clooney, Pitt e Damon, un po’ meno a quelli della Roberts, che compare poco (ma bene).
(andrea amato)

Colors – Colori di guerra

Una coppia di agenti di polizia, formata dal giovane Danny e dal più anziano Bob, ha l’ingrato compito di presidiare una delle zone più turbolente di Los Angeles, terra di scontro tra due bande giovanili. Mentre il secondo prova a stabilire un contatto umano con i criminali, il primo preferisce usare metodi più irruenti. Quarto film da regista dell’attore Dennis Hopper, uno dei suo migliori, anche grazie a una buona sceneggiatura (firmata da Michael Schiffer) e all’ottima prova dei due protagonisti.
(andrea tagliacozzo)

Out of Sight

Jack Foley (George Clooney) ha messo a segno più di duecento rapine in banca, non ha mai usato armi ed è finito in galera solo tre volte. Sta rapinando l’ennesimo sportello, ma quando sta per scappare (con molta calma) l’auto non parte. Finisce in prigione a Miami. Evade. Guarda caso proprio all’uscita della buca scavata sotto il penitenziario c’è l’agente dell’Fbi Karen Sisco che spara agli evasi. Lui se la cava e Buddy, il suo complice, nasconde evaso e sceriffa nel bagagliaio dell’auto. Sono stretti stretti, ma parlano di cinema. Si piacciono, è evidente. Anzi, lei lo sognerà in atteggiamenti romantici. Ma Jack va per la sua strada, anche perché quando era carcerato aveva pensato a un grosso colpo a Detroit. Con Buddy, tenta la grossa rapina a un pezzo grosso finito a sua volta in prigione per insider trading, ma con diamanti grezzi per milioni di dollari nella vasca dei pesci di casa. Ci provano. Intanto la bella Jennifer, detective con mini tubino e spacco, è sulle loro tracce. E sarà proprio lei a catturare il bel Jack. Ma forse una prossima evasione…
Un poliziesco rosa dalla trama un po’ complicata, con molte assurdità (flash-back, scene immaginate…), che si regge soprattutto sui due bellissimi di Hollywood: George Clooney (che Soderbergh dirigerà nel 2001 in
Ocean’s Eleven
) e la cantante-attrice Jennifer Lopez. Qualche risata, per una trama un po’ troppo scontata (soprattutto per la parte romantica) fin dall’inizio. Per il regista, la rinascita dopo
Sesso, bugie e videotape
del 1989. Ruoli cameo di Michael Keaton e Samuel L. Jackson.