La regina Margot

Immensa produzione, basata su un romanzo di Dumas, sugli eventi relativi al famigerato massacro del giorno di San Bartolomeo nella Francia del XVI secolo. La giovane Margot (Adjani) viene costretta a sposare Henri de Navarre (Auteuil) dalla madre pianificatrice, Caterina de’ Medici (Lisi), con conseguenze inattese e terribili. Questo eccellente film (prodotto da Claude Berri) vanta forti interpretazioni in ogni ruolo, sontuose decorazioni, e scene d’amore sorprendentemente erotiche. Un racconto epico intricato, intelligente e spesso toccante. Sceneggiatura di Daniele Thompson e del regista Chéreau. Portato sullo schermo in precedenza nel 1954 con Jeanne Moreau. La versione originale francese dura 166 minuti. Una nomination all’Oscar.

Manon delle sorgenti

Seguito de Jean De Florette , tratto da L’acqua delle colline di Marcel Pagnol. Ugolin, responsabile morale, assieme allo zio Papet, della morte di Jean De Florette, s’innamora della figlia di quest’ultimo, la giovane Manon. Dopo essere stato rifiutato dalla ragazza, Ugolin, disperato, si toglie la vita. Di poco inferiore al primo episodio (girato contemporaneamente a questo), al film manca soprattutto la carismatica presenza di Gérard Depardieu. In compenso c’è il grande Montand e due giovani attori allora alle prime armi, ma adesso pienamente affermati: Emmanuelle Beart e Hippolyte Girardot. (andrea tagliacozzo)

Jean Florette

Il film è ambientato negli anni Venti. Jean De Florette si stabilisce assieme alla famiglia su una proprietà, ereditata alla morte di un parente, che il suo vicino, Papet, vorrebbe fare sua. Per sabotare le iniziative agricole del nuovo arrivato, Papet ottura una preziosa sorgente d’acqua. Buon adattamento de
L’acqua delle colline
di Marcel Pagnol (diviso in due parti: la seconda s’intitola
Manon
delle sorgenti), interpretato con grande classe da Montand e, soprattutto, da un memorabile Gérard Depardieu. Eccellente anche il cast di contorno.
(andrea tagliacozzo)

Sade

Sade di Benoît Jacquot non delude, risollevando una mostra iniziata in sordina. Più che un ritratto o una caratteriazzazione in stile biopic, Jacquot ha tentato di inserire la figura di Sade all’interno di un complesso scorcio d’epoca, un’epoca resa folle – o fuori dal tempo – da quello stato di eccezione che fu il terrore: inevitabile e sanguinoso corollario della rivoluzione francese. Jacquot rinuncia fin dal principio a qualsiasi nota biografica, preferendo cominciare il suo film in media res. Rinchiuso nella prigione di Saint-Lazare, Sade viene trasferito a Picpus, una casa di cura e, insieme, carcere preventivo. Siamo nel 1794. Questo l’inizio del film. Ecco quello che aggiungiamo noi, per meglio comprendere lo stesso film: nel 1794 la ghigliottina ha cominciato a far cadere le teste da circa un anno. Tra le prime a cadere, quella di Luigi XVI. Sade ha ormai una cinquantina d’anni, anche se Daniel Auteuil appare, nel film, con un aspetto molto più giovanile. Ciò che importa è che, a cinquant’anni, Sade ha già passato metà della sua vita in carcere, chiuso tra le mura di una cella. Proprio in carcere perfezionerà i suoi romanzi, i suoi dialoghi filosofici. Seconda importante questione biografica: nel 1772 Sade, accusato di aver tentato di avvelenare quattro prostitute con delle caramelle, fugge in Italia. Prima di essere imprigionato in Savoia, egli fa in tempo a percorrerla in lungo e in largo, secondo i resoconti contenuti nel volume Viaggio in Italia. A Firenze visita i locali in cui vengono costodite le cere anatomiche, soprattutto alcune Veneri botticelliane aperte sul ventre. A Napoli e in Sicilia, ammira alcune sculture che riproducono figure agonizzanti, ammassate e minate dalla peste: una visione infernale simile al futuro ammasso di corpi decollati della nobiltà transalpina. Sui ricordi fedeli e documentari di questi viaggi, egli arriverà ad inventare quella scansione macchinica di corpi che percorrono i suoi romanzi (soprattutto Justine e la storia di Juliette): stiamo parlando della bellezza e dell’orrore riuniti, plasmati dalla penna sadiana, all’interno di un universo concentrazionario, claustrale. Qui si nasconde la chiave di lettura del Sade di Jacquot. Non tanto l’approccio di un corpo verso la scrittura, quanto il meccanismo di innesco di una finzione che appare e trova luce all’interno di uno stato di eccezione, mentre il tempo si srotola dai binari, e i corpi si ammassano in fosse comuni. I compagni di sventura, rinchiusi nella stessa casa di cura (Sensible, la diafana Emilie, Augustin, il cavaliere de Coublier, Madame Santero), diventano materia, travi portanti di un romanzo infinito: quello di Sade, quello di un film fedele allo spirito del grande filosofo romanziere. Jacquot è un regista dai mille progetti. Realizza film alla velocità di Manoel de Oliveira, ma senza possedere lo stesso rigore stilistico. E infatti il film sembra figlio di questa fretta: la messa in scena ne risente, risultando non sciatta, ma priva di colpi d’ala. Con un po’ di tempo in più, questo Sade sarebbe potuto diventare più che un buon film… e più dell’incrocio tra «una rosa e una frusta», secondo le parole del suo autore. (rinaldo censi)

Una top model nel mio letto

Il miliardario Pierre Levasseur se la passa alla grande: oltre a essere ricco sfondato, anche grazie a un matrimonio economicamente assai vantaggioso con Christine, conduce un’attiva vita mondana che gli ha portato tra le braccia la splendida modella Elena, diventata la sua coccolatissima amante. Ma un giornale scandalistico pubblica alcune fotografie che svelano a tutti, moglie compresa, la sua relazione extra-coniugale. Per uscire dall’intricata situazione, Pierre decide di complicarla ulteriormente, coinvolgendo un ignaro passante, il parcheggiatore François Pignon, immortalato anch’egli negli scatti compromettenti. L’abbiente fedifrago racconta infatti che non è lui ad avere una relazione con la ragazza, bensì il giovane. Così l’uomo dovrà convincere il ragazzo a tenergli il gioco ospitando la bella Elena nella sua umile casa e fingendo di avere una storia con lei. La situazione gli sfuggirà di mano prendendo un piega inaspettata…

Incontri d’amore

Madeleine e William sono una coppia di neopensionati felicemente sposati che conducono una vita tranquilla e serena nel Vercors, nel silenzio delle montagne. Decidono un giorno di acquistare una cascina nel mezzo di una valle, isolata e ideale per la vita che gli si prospetta. Qui incontrano i loro vicini: un non vedente e la sua seducente compagna. Senza accorgersene, matureranno nei loro confronti una sorta di dipendenza erotico-sentimentale che li inizierà al mondo degli scambisti.

L’ottavo giorno

Una storia famigliare dalle buone intenzioni, ma troppo intrisa di buoni sentimenti, su Auteuil, uomo d’affari belga nervoso e incline alle bugie, che (prevedibilmente) subisce una trasformazione della propria personalità dopo essersi trovato in compagnia di un uomo con la sindrome di Down (Duquenne, realmente affetto dalla malattia). Se avete già visto Rain Man… Auteuil e Duquenne vinsero entrambi dei premi per la recitazione al festival di Cannes. Super 35.

L’apparenza inganna

Dal regista de La cena dei cretini , una commedia degli equivoci tipicamente francese. François Pignon, un uomo grigio e depresso, viene licenziato dall’azienda di profilattici in cui lavora da vent’anni. Un suo vicino di casa gli suggerisce di fingersi omosessuale per evitare il licenziamento. Questa dichiarazione sconvolge completamente la sua vita: risolve il problema con il figlio che lo ignorava, dimentica l’ex moglie che lo faceva soffrire, suscita interesse nei colleghi che fino ad allora l’avevano ignorato. Il primo tempo regge abbastanza la buona idea del soggetto, ma finisce per banalizzare ogni cosa e si risolve con un lieto fine davvero zuccheroso. Un buon cast sfruttato male. (andrea amato)

L’ultima missione

Justine è ancora traumatizzata dall’omicidio dei propri genitori e vive a distanza da tutto e tutti. Quando uno dei malviventi responsabili del delitto viene rilasciato, la ragazza si affida a Louis Schneider, un poliziotto della Squadra Omicidi di Marsiglia che non ha proprio la fama di uomo irreprensibile. L’incontro con Justine però lo cambierà nel profondo…

L’amore che non muore

Se Emir Kusturica fosse stato Depardieu, se Juliette Binoche si fosse ispirata a Isabelle Adjani, se Daniel Auteuil avesse visto meno Callaghan, se Patrice Leconte avesse omaggiato il maestro Truffaut, allora
L’amore che non muore
sarebbe stato un film meno
ridicule
di quello che è. Ovvero un mélo frigido che tenta disperatamente di scaldarsi mettendo in scena i temi dell’amore e della morte, del peccato e del perdono, del fatalismo e della volontà attraverso le figure di un povero marinaio (Kusturica) condannato a morte per aver ucciso un uomo in stato di ubriachezza, di un capitano (Auteuil) cui è affidata la custodia del prigioniero, e della moglie di questi (Binoche) pronta a subire il fascino selvaggio del marinaio e a lavorare alla sua redenzione. Gli elementi per realizzare il corrispettivo del romanzo sentimentale ci sono tutti, salvo che nulla porta alla passione e niente innalza la tragedia. Il film si trascina stancamente, tirato per i capelli da una regia invadente, marcata, prolissa e decisamente ingiustificata. Le continue zoomate sulla folla o sui volti dei protagonisti, l’uso estensivo di grandangolari, gli incessanti andirivieni della macchina da presa – marche stilistiche ingombranti come poche – sembrano avere come unico scopo quello di supplire alle carenze di una sceneggiatura disadorna, di una recitazione contrita, di dialoghi rinsecchiti da fotoromanzo. Quello che rimane alla fine – cara fine, come direbbe il poeta Dylan Thomas – sono le cose più belle del film, ovvero: uno splendido morello, cavalcato non senza eleganza dal capitano Auteuil; il suo lungo cappotto scamosciato, portato con irriverenza giacobina, e l’espressione incolpevole di Kusturica che a ogni posa, senza posa sembra chiedersi: «Pensavo fosse un film… invece è un calesse».
(dario zonta)