200 Cigarettes

È il capodanno del 1981, nell’East Village di New York, con un assortimento di giovani personaggi che cercano (con non troppa convinzione) di raggiungere una festa in un loft, organizzata dalla frenetica Plimpton. Meriterebbe una specie di premio per il Cast Più Detestabile. La Hudson è la figlia di Goldie Hawn.

Monster

Alla fine della sua straordinaria performance come serial killer, si dice che Charlize Theron abbia dichiarato: «quando tutti ti fanno sentire un mostro, finisci per diventarlo», quasi a sottolineare la sua identificazione col personaggio rappresentato, un’immedesimazione che ha del prodigioso ma ne costituisce anche il limite. Il film racconta la storia vera di Aileen Wuornos, una prostituta statunitense che tra il 1989 e il 1990 ha ucciso sette clienti sempre con la sua pistola, una calibro 22. E se il primo, l’omicidio di un elettricista sadico, fu un atto di difesa, gli altri rappresentano invece una schizofrenica coazione a ripetere di chi è ormai in preda di un raptus, liberatorio e vendicatorio insieme. La Wuornos fu giustiziata in Florida nel 2002 con un’iniezione letale perché la perizia psichiatrica l’aveva ritenuta perfettamente sana di mente.
Nel film la voce fuori campo della protagonista sintetizza le tappe di un’esistenza votata al fallimento senza riscatto, sia per le avverse contingenze (ancora più atroci nella realtà di quello che il personaggio racconta), sia per i congeniti limiti della donna afflitta da una paranoica ingenuità. Contrariamente a David Grieco, che nel suo Evilenko sceglie improvvidamente la via della soluzione creativa alla Hannibal, la regista Patty Jenkins si attiene in modo più rigoroso ai documenti e costruisce attorno al suo personaggio un film on the road che dapprima fa pensare a Thelma&Louise di Ridley Scott, per il rapporto e la fuga con l’amica Tyria, e lo chiude dentro l’ultimo anno di libertà della donna, tra i suoi delitti e la dedizione cieca alla ragazzina lesbica, unico amore-riscatto della sua vita, la quale finirà per contribuire fattivamente alla sua condanna.
Jenkins è bravissima nel non concedere tregua allo spettatore nel susseguirsi di squallidi interni ed esterni, tra periferie degradate, tristi motel, luride caffetterie, così come è attenta a giustificare psicologicamente azioni e comportamenti della sua protagonista, dal primo omicidio, compiuto per legittima difesa, agli altri, la cui motivazione è di natura psicopatica. La regista alterna abilmente alla violenza dei delitti il rapporto quotidiano tra le due donne in fuga. E se la Theron è straordinaria nel costruire il crescere paranoico del suo personaggio e insieme la sua ingenuità esistenziale e sentimentale – interpretazione del resto avvalorata da numerosi premi internazionali – Christina Ricci non è da meno e forse supera addirittura la collega nel disegnare la sua Tyria, candida e perversa, giocandola tutta per sottolineature, con occhi tondi e sgranati che raccontano lo stupore e l’inganno.
Parlavo, all’inizio, di un limite del film. La Jenkins, preoccupata della credibilità psicologica di un personaggio così fuori norma, gli costruisce intorno un eccesso di parole, fuori campo e per monologhi, un verbillage ossessivo che mimando la latente e presente paranoia finisce per danneggiare la forza e la violenza visiva del film. Come se la regista non avesse fiducia nella persuasività silente delle immagini e le soffocasse in una rete di spiegazioni verbali. Oscar alla Theron -anche Orso d’Argento a Berlino e vincitrice di un Golden Globe. (piero gelli)

Sirene

Una madre single di due figli, sexy e provocante, è fonte di costante imbarazzo per la figlia adolescente, che sta tentando di fare i conti con le proprie pulsioni sessuali, già qualche diffocoltà. Vivace miscela di commedia e dramma, ambientato nel New England dei primi anni Sessanta. Divertente ed emozionante, con un’ottima performance della Ryder. Tratto da un romanzo di Patty Dann.

La famiglia Addams

Si sa: il cinema americano degli ultimi anni si nutre dell’indistinzione tra modelli di spettacolo e principi di realtà, dei passaggi di stato da un medium all’altro, del transito dal fumetto al cinema, dalla televisione al cinema ecc. ecc. (da
Dick Tracy
a
Casper
, fino ad arrivare all’esempio più riuscito, quello di
Batman
). Di fronte a un materiale di partenza come quello della
Famiglia Addams
– la serie televisiva con protagonisti le cui fattezze umane ricordano sempre più quelle dei personaggi dei cartoni animati – Hollywood non poteva quindi tirarsi indietro. Se ammettiamo che la riuscita del film è direttamente proporzionale alla resa su pellicola della indistinzione di cui sopra, si può senz’altro dire che l’operazione di Sonnenfeld ha colto nel segno. Se non altro per la capacità degli attori nell’aderire a queste strane maschere (non solo la Morticia di Angelica Huston; ma soprattutto la Mercoledì di Christina Ricci, qui al suo esordio). Peccato solo che la storia in sé lasci un po’ a desiderare. Ma con quello che passa la tv di questi tempi, è un film da vedere comunque.
(michele fadda)

Cursed – Il maleficio

I fratelli Ellie (Christina Ricci) e Jimmy (Jesse Eisenberg) rimangono coinvolti in un incidente stradale, quando, in una notte di plenilunio, l’auto su cui stanno viaggiando viene attaccata da una strana creatura simile a un lupo. I due, pur feriti da quella bestia non identificata, riescono a salvarsi.  Ma le conseguenze dell’incidente vanno ben oltre alcune banali escoriazioni e un grande spavento; Ellie e Jimmy, infatti, iniziano a cambiare: si ritrovano dotati di incredibile forza e agilità, sensi iper-acuti e, last but not least , di un incredibile fascino che li rende desideratissimi dagli esponenti dell’altro sesso.
Interpretate dapprima come un dono, queste nuove caratteristiche si rivelano presto per ciò che sono in realtà: avvisaglie della maledizione che li ha colpiti, e che li sta lentamente trasformando in lupi mannari assetati di sangue.
Realizzato dalla premiata ditta Craven-Williamson (supercampione di incassi con la trilogia di Scream ), Cursed è un prodotto senza alcuna pretesa, che racconta una storia di licantropi abbastanza scialba e banalotta, resa leggermente più godibile grazie ad alcune trovate divertenti, come quella di mettere in evidenza la carica erotica «animalesca» che i due protagonisti acquistano dopo essere stati morsi dal lupo mannaro, e a una sceneggiatura brillante che strappa qualche risata allo spettatore, soprattutto nelle scene che vedono protagonista l’adolescente Jimmy.
Fin dai tempi di Nightmare, Craven si è sempre contraddistinto per il suo approccio «soft» al genere horror: gira pellicole che hanno lo scopo di far divertire lo spettatore, non certo quello di spaventarlo. E Cursed non costituisce certo un’eccezione, anzi, rivela una natura di prodotto profondamente, orgogliosamente «trash». In effetti, la definizione di trash-horror si adatta ottimamente a una storia di lupi mannari che, nonostante l’impegno, più che paura fanno ridere.  Comunque, i fasti di Freddy Krueger sono lontani…  Una segnalazione per le ragazzine: Jake, il cattivo del film, è interpretato da Joshua Jackson, amatissimo interprete del personaggio di Pacey nel soap-serial adolescenziale Dawson’s Creek. (michele serra)

Il mistero di Sleepy Hollow

Il mistero di Sleepy Hollow

mame cinema IL MISTERO DI SLEEPY HOLLOW - STASERA IN TV scena
Una scena del film

Diretto dal famoso regista Tim Burton, Il mistero di Sleepy Hollow (1999) è ambientato nel 1799. Il giovane agente di polizia Ichabod Crane (Johhny Depp) viene inviato da New York a un piccolo villaggio di Campagna, Sleepy Hollow. Lì, infatti, sono state uccise tre persone e le loro teste sono scomparse. Lì Ichabod conosce la graziosa Katrina Van Tassel (Christina Ricci), che lo aiuterà nelle indagini. Le autorità del villaggio, inoltre, raccontano all’investigatore la storia del Cavaliere Senza Testa, un mercenario dell’Assia diventato famoso per la sua abilità nel decapitare i nemici. Una volta catturato, anche al Cavaliere è stata mozzata la testa e il suo corpo è stato sepolto nei boschi del villaggio.

Adesso, però, sembra che il Cavaliere sia risorto, tornando a seminare il terrore e a spargere sangue. Ma perché uccide? Che senso hanno questi omicidi? Quali sono i veri scopi dell’assassino? E, soprattutto, esiste un modo per fermarlo?

Curiosità

  • Come nel caso di Edward mani di forbice, Depp fu la prima scelta di Burton per la parte, benché fosse chiesto al regista di esaminare altre opzioni prima di ingaggiarlo. Fu offerto Brad Pitt per il ruolo, mentre Liam Neeson e Daniel Day-Lewis furono presi in considerazione. Burton fu alla fine capace di persuadere lo studio per Depp. Voleva inoltre ingaggiare Christina Ricci per il ruolo di Katrina, perché gli ricordava una romanzesca figlia di Peter Lorre e Bette Davis.
  • Nel ruolo del Cavaliere senza testa Burton scelse Christopher Walken, che già aveva diretto in Batman – Il ritorno. Inoltre, Burton volle nel cast anche Michael Gough che aveva precedentemente lavorato con lui in Batman e in Batman – Il ritorno. Durante il casting di Il Mistero di Sleepy Hollow, Gough era deciso ad andare in pensione, ma Burton lo persuase di unirsi al cast.
  • Christopher LeeMartin Landau (precedentemente vincitore di un Premio Oscar nel film di Tim Burton Ed Wood) e la poi fidanzata di Burton Lisa Marie sono tutti inseriti come cammei.
  • Il cast e lo staff hanno spesso detto che “La sensazione che si aveva camminando per i set di Sleepy Hollow, particolarmente nella città di Lime Tree, era quasi come se stessi camminando all’interno della testa di Burton”.
  • Con un budget stimato in 100 milioni di dollari, il film ha incassato 101 071 502 $ in Nord America e 206 071 502 $ a livello globale.

L’uomo che pianse

Vizio dei registi in crisi con propensioni autoriali: realizzare involontariamente film che non coincidono con le intenzioni di partenza. Vizio degli attori hollywoodiani ricchi e famosi: fidarsi ciecamente delle capacità di quei registi europei che si pretendono autori. Sally Potter, dopo
Orlando
e
Lezioni di tango
, dà alla luce un film che fatalmente soffre questa patologica schizofrenia. Avrebbe voluto narrare una storia di sopravvivenza, un omaggio a tutti coloro che hanno subito lo sradicamento violento e improvviso dalla propria cultura e dalla propria lingua, seguendo le vicende di una ragazza ebrea costretta dalle persecuzioni razziali ad abbandonare il villaggio natio in quel della Russia e a rifarsi una vita nell’Europa degli anni Quaranta, avendo come compagni di viaggio altrettanti sfollati come lo tzigano Depp. Avrebbe voluto, ma non ci è riuscita, dato che il film si incaglia tra le maglie di un melodramma che a più tratti si trasforma in farsa kitsch, esotica e romanzesca. Eppure, a sua detta, si sarebbe preparata accuratamente per ricostruire l’atmosfera degli anni immediatamente precedenti il secondo grande conflitto, andando a ripescare le immagini di Cartier-Bresson e i ritratti che Koudelka ha dedicato al popolo rom. Ma il realismo magico di Koudelka non trova vita in questa pellicola bislacca e poco convincente, che riesce a ridicolizzare persino attori del calibro di Johnny Depp, che sin dalla prima inquadratura appare imbalsamato in una smorfia eroica da re muto del popolo rom. Ciò che rimane sono due ore di immagini inappellabili e ridondanti che vedono un Turturro, cantante d’opera in calzamaglia, costretto a imitare la parlata inglese di un italiano renitente, una Christina Ricci che sembra appena uscita dalla casa horror della
Famiglia Addams
e tanti cavalli bianchi che fanno l’inchino.
(dario zonta)

Anything Else

Jerry Falk, un aspirante scrittore che tira avanti stendendo copioni per cabarettisti notturni, attraversa un grave momento di crisi. L’incapacità di imporsi è alla base dei suoi problemi e dei suoi fallimenti professionali, questi ultimi dovuti in parte al comportamento da cialtrone del suo agente, Harvey. Anche il rapporto con una nuova compagna, Amanda, inizia all’insegna della vigliacchieria e risente delle sue frustrazioni. La ragazza inoltre scarica sul neo fidanzato tutti i suoi problemi e le sue insicurezze, costringendolo a vivere con la madre Paula, alcolista e cocainomane. Un giorno Jerry incontra casualmente David Dobel, uno scrittore sessantenne che sembra aver superato le sue nevrosi. I due diventano amici e, attraverso l’aiuto e i consigli del collega più anziano, Jerry riuscirà a capire la vera causa dei suoi problemi e a prendere la vita così com’è.
Ancora una volta Woody Allen ha portato un suo film a un grande festival europeo. Dopo Hollywood Ending a Cannes, Anything Else a Venezia. Presentato fuori concorso all’apertura della Mostra, ha conquistato pubblico e critica a riprova dell’ineusaribile creatività del regista. La pellicola costituisce una svolta nelle tematiche affrontate dell’autore newyorkese. Si assiste, infatti, al chiaro tentativo di passare simbolicamente il testimone a una non ben definita prole artistica rappresentata qui da Jason Biggs (già protagonista di American Pie) e Christina Ricci. I temi tipici del regista ci sono tutti: il jazz, Manhattan, l’amore per il cinema, la paura della morte, gli analisti incapaci e le nevrosi sessuali. Questa volta però non è Allen a portarli sulla scena ma un attore di quarant’anni più giovane che rappresenta in qualche modo il suo alter ego. Il regista diventa così spettatore delle sue ansie tipiche, incarnando una figura paterna e una guida spirituale per l’inesperto ragazzo. Battute al vetriolo e citazioni colte fanno del personaggio di David una figura irresistibile intepretata da un Allen in forma smagliante. Insomma, un cambio di prospettiva che vorrebbe concentrare l’attenzione sulle dinamiche della coppia Biggs/Ricci, ma che invece accentua ancora di più le abilità e la simpatia del vecchio personaggio alleniano. Di qui, la constatazione che il tentativo di rinnovamento sia in parte fallito. Ma nulla di tutto ciò pregiudica il risultato finale. La pellicola è un evidente saggio di bravura e di stile (sequenze multiple e ammiccamenti allo spettatore compresi) soprattutto per coloro che hanno amato il filone delle commedie serie/romantiche (da Io e Annie a Manhattan). Unica nota stonata nel coro, una Christina Ricci meno energica del solito, quasi ridimensionata. La battuta più memorabile del film? «Ti masturbi? Io preferisco fare sesso. Ieri sera mi sono messo su una cosetta a tre: io, Marilyn Monroe e Sophia Loren. Credo, tra l’altro, che fosse la prima volta che le due grandi attrici apparissero insieme». (emilia de bartolomeis)

Paura e delirio a Las Vegas

Insieme a
Brazil
, il capolavoro di uno dei pochi visionari autentici del cinema contemporaneo. È il film che chiarisce definitivamente il retroterra dell’autore, generazionalmente più vicino a Scorsese che a Tim Burton o a Spielberg. Gilliam si confronta con un libro cult della controcultura (
Paura e disgusto a Las Vegas
di Hunter H. Thompson) e, pur lanciandosi in una serie di invenzioni visive trascinanti, ne compie una rilettura critica e postuma. L’utopia è da sempre il tema prediletto di Gilliam: e
Paura e delirio a Las Vegas
è una pellicola sulla morte dell’utopia, e sulle droghe come simbolo e vettore di questa morte.
«Las Vegas è il sesto Reich», dice uno dei protagonisti. Il loro carnevale (eccezionali e irriconoscibili Johnny Depp e Benicio Del Toro, che sembrano davvero due cartoon) nasce sulle ceneri del movement: i titoli di testa insanguinati compiono un fulmineo riepilogo di tutta un’epoca, esattamente come all’inizio del film definitivo sul ‘68,
Le fond de l’air est rouge
di Chris Marker (autore di
La jetée
, già modello di Gilliam per
L’esercito delle dodici scimmie
).
(emiliano morreale)

Speed Racer

Speed Racer è un campione alla guida della sua Mach 5, l’auto che suo padre, Pops Racer, ha realizzato nel corso degli anni. Quando scopre che una grossa industria automobilistica trucca i risultati di diverse importanti gare, Speed Racer si allea con il suo rivale storico, Racer X, e tenta di vincere a tutti i costi il circuito del Crucible.