Vox Lux

Vox Lux

mame cinema VOX LUX - IL NUOVO FILM CON NATALIE PORTMAN scena
Una scena del film

Scritto e diretto da Brady Corbet, Vox Lux è inizialmente ambientato nel 1999. Le sorelle Eleanor e Celeste (Stacy Martin e Raffey Cassidy) sono sopravvissute a una tragedia sismica. Quest’esperienza, anziché abbatterle, ispira alle due sorelle una canzone, la quale attira l’attenzione di un esperto manager (Jude Law). Il manager porta le ragazze al successo, facendole diventare famose in tutto il mondo.

La seconda metà del film è invece ambientata nel 2017. Celeste ha ormai 31 anni (Natalie Portman) ed è madre di una ragazza adolescente. Inoltre, deve gestire la propria carriera artistica, minacciata da diversi scandali. Ma, dopo l’episodio accaduto nel 1999, una nuova ondata di violenza torna a turbarla.

Presentazione

Il film è stato presentato in concorso alla 75° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 4 settembre 2018. In più, è stato proiettato al 43° Toronto International Film Festival il 7 settembre dello stesso anno. Una presentazione, insomma, in grande stile, per un film che promette di essere molto interessante. Difficile, dopotutto, aspettarsi qualcosa di diverso, quando c’è Natalie Portman nel ruolo della protagonista.

Produzione

La produzione di Vox Lux ha avuto inizio nell’agosto del 2016, quando è stato annunciato che Brady Corbet avrebbe scritto e diretto il film. I produttori della pellicola sono Christine Vachon, David Hinojosa e Brian Young, con i loro rispettivi banner Killer Films e Three Six Zero. Nel settembre dello stesso anno, Rooney Mara si è unita al cast. Anche Jude Law si è aggiudicato la parte in quel periodo, esattamente nell’ottobre 2016, seguito nel gennaio 2017 da Stacey Martin. Natalie Portman ha avuto il ruolo di Celeste esattamente un anno dopo, cioè nel gennaio 2018, al posto di Rooney Mara.

Per quanto riguarda la colonna sonora del film, Sia ha composto delle canzoni originali.

Mysterious Skin

All’età di otto anni Brian ha subito un incidente del quale non ricorda nulla. Da quel giorno comincia ad avere incubi frequenti, a fare la pipì a letto e a perdere spesso sangue dal naso.  Negli anni si chiude in se stesso, coltivando soltanto un interesse profondo per gli alieni. Lo ritroveremo a diciotto anni, a caccia della verità su quell’evento traumatico e inafferrabile per la sua coscienza. Anche Neil all’inizio del film ha otto anni. Viene adescato dall’allenatore della squadra di baseball e ha una relazione con lui. Col passare del tempo diverrà uno sbandato e prenderà la via della prostituzione. Anch’egli, senza saperlo, si muove alla ricerca frenetica di qualcosa.
Araki prende per i capelli lo spettatore e lo trattiene davanti a un film potente, esponendo senza risparmio le crepe e i vuoti che si sono formati nella mente di due ragazzi vittime della pedofilia. Il regista non giudica, né sembra commuoversi, semplicemente racconta. Lo interessano le vite e, ancora di più, le coscienze svuotate dei due giovani: è il loro vissuto che assume la ribalta. Allo stesso tempo ad Araki interessa colpire lo spettatore, turbarlo. Così la cifra visiva sono le soggettive e i primi piani, che collocano sempre lo spettatore nelle posizioni più inquietanti della scena e coincidono di frequente con quelle dei due protagonisti. Nella stessa direzione va anche il montaggio. Del resto il conturbante e il morboso sono sempre stati elementi propri del regista. Ma qui Araki si ferma sempre sulla soglia: sesso esplicito non se ne vede. Eppure tutto ciò che lo circonda, i preparativi, i piccoli sconfinamenti sono ben più angoscianti. Il gusto per l’estetica c’è, ma non tracima e anzi assume quasi una funzione morale. Un racconto, senza sconti, di un dramma umano.
Neil e Brian sono due ragazzi profondamente diversi. Lo erano da prima del loro incontro con l’allenatore: quando arrivano nella squadra di baseball Neil si rivela il migliore, Brian il più scarso. Le loro traiettorie seguiranno poi percorsi distanti e diversi. Neil prostituirà il suo corpo in favore di vecchi signori danarosi. Quanto alla sua mente, è stata spenta anni prima dal rapporto con l’allenatore. Così, senza rimorsi, senza affetti, senza un sensibilità, Neil può dedicarsi a coltivare quell’immagine da giovane cinico ed estremo che gli procura un fascino presso gli altri. Ma degli altri e del vero se stesso non è in grado di accorgersi. Brian, invece, prende la strada del ragazzo complessato e ripiegato e su stesso. Senza amici, la sua unica grande passione sono gli ufo e gli alieni, dai quali crede di essere stato rapito una notte di tanti anni fa. Si stabilisce un parallelismo fra due enormità: quella emotiva della violenza subita che non si riesce a interiorizzare, messa a confronto – scambiata, se si vuole – con quella cognitiva dell’esistenza degli alieni. La violenza pedofila ha per la vittima lo stesso mistero e la stessa straordinarietà surreale dello sbarco degli alieni. Ed è a questi che crede di dare la caccia l’impacciato e sessuofobo Brian.
Ma le vite dei due ragazzi, suggerisce Araki, non sono così diverse nel profondo, accomunate come sono dal trauma. E del resto entrambi sono ragazzi soli, anaffettivi e alla ricerca disperata di qualcosa. Il film assume in qualche modo un percorso circolare che bisognerà immaginare disegnato da due semicerchi che procedono insieme dopo essere partiti dallo stesso punto iniziale. Le traiettorie dei due giovani divergono, ma solo per ricongiungersi alla fine del percorso, avendo tracciato il cerchio, ma trovandosi in un punto diverso e più alto di quello di partenza: il momento doloroso e «adulto» della consapevolezza, al quale approdano rincontrandosi fisicamente e spiritualmente.
Un Araki impegnato, dunque. Estetica al servizio (ma non al giogo) dell’etica. Realizzare un film sulla pedofilia è già una scelta rischiosa, infarcirlo di scene crude rischia di diventare una provocazione. Ma il regista ha la mano ferma: rappresenta l’orrore umano senza cavalcarlo. Racconta una tragedia attraverso le vibrazioni dei suoi personaggi, colpendo lo spettatore esattamente nella misura in cui vuole farlo, senza ondeggiamenti. A questo punto lo stile visivamente potente e la sceneggiatura forte divengono dei pregi. E la possibilità di entrare, con buona credibilità, nella mente di chi ha subito qualcosa di tanto sconvolgente, diviene l’opportunità di un’esperienza rara, coinvolgente e persino morale. (stefano plateo)

Thirteen

Ingenua tredicenne con interessi da adolescente, Tracy diventa amica di Evie, la ragazza più attraente e popolare della scuola. Lentamente ma inesorabilmente, sesso, droga e autolesionismo entreranno nella sua vita, sconvolgendo il suo fino a quel momento sereno rapporto con la madre, gli insegnanti e i vecchi amici.

Vincitore del Director’s Award all’ultimo Sundance Festival,
Thirteen
è l’opera prima della giovane regista Catherine Hardwicke, coadiuvata nella stesura della sceneggiatura dalla quindicenne Nikki Reed, l’attrice che nel film interpreta il ruolo di Evie. Ancora prima della sua uscita il film ha scatenato ampi dibattiti su diversi giornali italiani. «Ma i tredicenni sono davvero così?» era la domanda più ricorrente. Cocaina, furti, violenza priva di qualsiasi scopo non fanno parte della vita della maggior parte dei giovanissimi. Eppure, guardando questo film, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un ritratto sincero e non a un prodotto confezionato con il solo scopo di scioccare il pubblico. Forse perché la solitudine di cui le protagoniste sono vittime è tipica della società contemporanea.
Thirteen
non sciocca. Piuttosto mette ansia al pensiero che la mancanza di punti di riferimento possa essere colmata esclusivamente comportandosi come adulti viziosi e che nemmeno una madre un po’ fricchettona ma di buon senso, ben interpretata da Holly Hunter, possa influenzare la propria figlia più della sua nuova amica del cuore.