Ultimo tango a Parigi

Un americano che vive a Parigi cerca di liberarsi dei suoi dolorosi ricordi dopo il suicidio della moglie intrecciando, con una donna incontrata per caso, una drammatica relazione sessuale nella quale non trovano posto le parole. Il più controverso film di quegli anni riesce a colpire ancora oggi, anche se con il tempo sembra aver perso parte della sua forza. Un eccellente saggio della maestria di Bertolucci, mentre la prova di Brando, allora come oggi, è una delle migliori della sua carriera. Film-scanalo degli anni Settanta, esce con un divieto ai minori di 18 anni: sequestrato, assolto, nuovamente sequestrato, è condannato alla distruzione del negativo per oscenità dalla cassazione nel 1976. Solo nel 1987 viene riabilitato perchè “mutato il senso comune del pduore”. Scritto dal regista con Kim Arcalli, Ultimo tango a Parigi è invecchiato bene, ancora capace di parlarci della solitudine e della distanza fra i sessi nella nostra società. Un’opera indimenticabile.

L’ultimo imperatore

Nel 1908, alla morte dell’anziana imperatrice, il piccolo Pu-Yi viene designato come suo successore. Il ragazzo cresce tra le mura della città proibita, ignorando le trasformazioni che intanto avvengono nel Paese. Qualche anno dopo la proclamazione della Repubblica, Pu-Yi è costretto all’esilio in Occidente. Un affresco straordinario e suggestivo, con qualche occasionale (e perdonabile) caduta di tono. Il film, vincitore di nove Oscar, è stato il primo ad aggiudicarsi tutti i premi per i quali era stato candidato (tra i quali quelli per il miglior film e per la migliore regia). La storia dell’ultimo imperatore cinese era stata portata sullo schermo l’anno precedente in un film di Hong Kong dal titolo quasi identico, The Last Emperor (in cantonese Fei Lung , dragone di fuoco ), diretto da Li Han-hsiang e interpretato da Tony Leung Ka-fai (qualche anno più tardi protagonista de L’amante). (andrea tagliacozzo)

La tragedia di un uomo ridicolo

Deludente film drammatico su un produttore di formaggio che si confronta con il rapimento presunto del figlio a opera di terroristi politicizzati. Bertolucci sembra voler rappresentare le tensioni e gli scompigli familiari, ma il suo messaggio è incredibilmente confuso.

Io ballo da sola

Lucy torna nella villa in Toscana dove è cresciuta per scoprire chi è il suo vero padre. In una comunità internazionale di ricchi annoiati, troverà invece l’amore. Bertolucci torna a raccontare una storia italiana dopo quindici anni, con aria distesa e occhio giovanissimo. Riunisce un cast bizzarro da vecchio cinefilo (da Jeremy Irons a Jean Marais a Stefania Sandrelli) e filma con curiosità lo schiudersi della bellezza nel corpo di Liv Tyler. Libero dalle sovrastrutture ideologiche che altrove lo ingabbiano, dà libero sfogo a un piacere di raccontare che si è visto in poche altre pellicole del decennio. Un film solare, un film di morte. E una descrizione di ricchi intellettuali che ad alcuni ha ricordato addirittura La regola del gioco di Renoir. Un film giovane, da conservare per i decenni a venire. (emiliano morreale)

Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno

A 26 anni dalla tragica morte, Laura Betti cerca di far rivivere Pier Paolo Pasolini attraverso un film-documentario. L’intento della Betti è quello di far conoscere alle nuove generazioni gli insegnamenti di Pasolini e di rinfrescare la memoria a quelli che se lo sono dimenticato. La poesia, la prosa, i film e semplicemente le sue parole rimbombano nella sala e colpiscono in fondo al cuore, grazie anche al sapiente montaggio che lascia il tempo di far arrivare a segno i macigni del poeta. Suggestiva la musica intervallata da immagini di repertorio e testimonianze di coloro che hanno conosciuto Pasolini. Laura Betti ha concluso il suo lavoro con una significativa citazione: «Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto? (Pier Paolo Pasolini)». (andrea amato)

The Dreamers

Parigi, 1968. Isabelle e suo fratello Theo rimangono soli a casa mentre i genitori sono andati in vacanza. I due ragazzi incontrano a una proiezione della Cinémathéque, un giovane americano, Mathew, e lo invitano a stare nel loro appartamento. I tre si chiudono in casa stabilendo regole di comportamento e creando a poco a poco rapporti di reciproca conoscenza intellettuale, erotica ed emotiva. Mentre dalle strade giungono le grida e gli slogan della contestazione giovanile e i rumori degli scontri di piazza tra studenti e poliziotti, i tre trascorrono quattro intense settimane attraverso un percorso di crescita fatto di iniziazioni e giochi mentali sempre più estremi. Ma inevitabilmente la presa di coscienza intellettuale e la maturazione politica li porteranno a intraprendere strade diverse.
Tratto dal romanzo The Holy Innocents di Gilbert Adair (autore anche della sceneggiatura) e presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia, The Dreamers costituisce il ritorno al grande schermo di Bernardo Bertolucci dopo L’assedio, uscito nel 1998. Un ritorno atteso, accompagnato, come spesso accade a Bertolucci, da critiche e polemiche. Ma anche il ritorno di un regista in stato di grazia, perché The Dreamers è un film validissimo. Nata con l’intento di spiegare il ‘68 alle generazioni che non l’hanno vissuto, la pellicola è affatto didascalica (come alcuni avevano supposto), ma affronta il tema della crescita intellettuale e politica di tre splendidi ragazzi, giovani e intelligenti cinefili, che vediamo diventare a poco a poco adulti nei 130 minuti di atmosfera sospesa e abilmente costruita dal regista. Lo scenario è un vecchio appartamento parigino con corridoi a tratti fatiscenti e stanze disordinate. In primo piano il singolare ménage à trois tra Isabelle, Theo e Matthew che si conoscono, si piacciono e immediatamente instaurano una relazione giocata sulla sfida e sul confronto (anche erotico). Pochi sono i momenti in cui si affronta chiaramente il discorso politico: avviene quando i protagonisti discutono sulla guerra in Vietnam e quando Matthew rimprovera superficialità ed egoismo borghese a Theo. L’attenzione rimane puntata su una concezione visionaria di quel periodo storico basata più sull’evocazione di una certa atmosfera intellettuale che sugli scontri di piazza. Bertolucci si diverte a far giocare lo spettatore con raffinate citazioni cinematografiche, mutuate soprattutto dai registi della Nouvelle Vague (in prima linea Godard e Truffaut) proponendo scene a tratti identiche a quelle originali. E i tre giovanissimi attori scelti a reinterpretarle sono perfetti. Bravi Michael Pitt e Louis Garrel nei ruoli di Matthew e Theo. Folgorante Eva Green, una convincente adolescente/donna su cui è imperniato il tema dell’iniziazione, sessuale e intellettuale. È su di lei e sui suoi primi piani che lo sguardo si sofferma senza riuscire a distaccarsene. Come era successo per Io ballo da sola, Bertolucci inscena l’innocenza perduta senza ambiguità o sbavature. La fotografia curata in modo maniacale da Fabio Cianchetti accompagna le immagini, mentre la colonna sonora che passa dalle note di Hey Joe di Jimi Hendrix all’inconfondibile voce di Edith Piaf completa l’opera. Senza paura di falsa retorica, il regista pone a chiusura ideale del film un finale che a qualcuno potrà sembrare scontato ma che conferma ancora una volta la militanza ideologica di un filmaker sempreverde. Bertolucci è più giovane di tanti registi che potrebbero essere suoi figli e racconta un mondo che vale la pena di scoprire. (emilia de bartolomeis)

Piccolo Buddha

Film epico di Bertolucci deludente e drammaticamente confuso, con ovvie analogie con L’ultimo imperatore. Racconta le storie parallele di un vecchio monaco tibetano (Roucheng) che crede che un ragazzino di Seattle sia la reincarnazione del rispettato mentore, e del giovane principe Siddhartha (Reeves), che visse 2500 anni fa. Bello da vedere, ma per il resto piuttosto noioso. Technovision (35mm), Arriflex (70mm).

Novecento

Travolgente spaccato dell’Italia del XX secolo, incentrato su due famiglie in contrasto. Un film ambizioso e potente che creò uno straordinario scompiglio anche in America, dove uscì in una versione di 243 minuti. Il restauro del 1991 sembra ancora discontinuo, ma le immagini — poderose e bellissime — compensano una durata oppressiva.

Strategia del ragno

Un giovane visita la città di provincia dove il padre antifascista era stato assassinato 30 anni prima e viene continuamente respinto dalla popolazione. Un film enigmatico e fin troppo d’atmosfera, da un racconto di Jorge Luis Borges, che vanta una delle migliori fotografie a colori (di Vittorio Storaro) che si ricordino.

Prima della rivoluzione

La seconda opera cinematografica di Bertolucci (che ne scrisse la sceneggiatura quando aveva solo 22 anni) si focalizza sulla vita di un ragazzo medio-borghese (Barilli): simpatizzerà per il radicalismo politico o si sottometterà alle regole della borghesia? Spaccato degli anni Sessanta, condito con riferimenti specifici e fervore giovanile.

L’assedio

In una magnifica casa del centro di Roma, un compositore pedina la bellissima colf di colore del piano di sotto. È una storia d’amore impossibile, platonica ma quasi morbosa, che sembra non aver mai sbocco. Dopo Io ballo da sola , Bertolucci rimane piccolo e italiano, con una voglia ancora più forte di tornare alle origini del cinema. C’è un che di primitivo, mélièsiano in questo film, oltre al piacere di girare che Bertolucci da sempre comunica. Non il suo lavoro più bello, ma certo uno dei più seduttivi: quasi tutto ambientato in un appartamento, è un vero tour de force, di bravura addirittura narcisistica. E se la voglia di allegoria non sempre paga (il prologo in Africa è incongruo e fastidioso), le parti migliori sono quelle più follemente estetizzanti: le schiume che si spargono sul pavimento, le lenzuola che ondeggiano sul terrazzo (e che terrazzo: piazza di Spagna o giù di lì…). Straordinaria la bellezza di Thandie Newton, poi candeggiata per Mission: Impossible 2 , e irresistibilmente morbose le scene erotiche; brutta invece la musica di Alessio Vlad che fa da leitmotiv. (emiliano morreale)

Alta stagione

Una coppia di coniugi inglesi si trova a Rodi per una vacanza: lei viene sedotta dal giovane Jimmy, mentre lui s’innamora di Katherine, una fotografa trasferitasi da poco sull’isola. Confezione impeccabile, ma in definitiva poca sostanza. Fiacco esordio alla regia di Clare Peploe, moglie di Bernardo Bertolucci. La Peploe ha scritto la sceneggiatura con il fratello Mark (già autore, assieme a Bertolucci ed Enzo Ungari, del copione de
L’ultimo imperatore
). Tra gli interpreti compare anche un giovane Kenneth Branagh.
(andrea tagliacozzo)

Il conformista

Inquietante connubio di analisi dei personaggi e del contesto storico degli anni Trenta: l’omosessualità repressa indurrà Marcello Clerici (Trintignant) a cercare di condurre una “vita accettabile” come membro dei servizi segreti fascisti e a trovarsi una fidanzata borghese, finché una serie di eventi lo porterà a commettere un omicidio. Un film di straordinaria tensione e intensità. Da uno scritto di Moravia.