Armageddon – Giudizio finale

Apertura col botto, poi si continua con l’appassionante (anche se improbabile) storia di un esperto di perforazione petrolifera a cui viene affidato il compito di salvare la Terra, minacciata da un enorme asteroide in caduta libera. Ma dopo un po’ tutto diventa prevedibile, e piano piano il divertimento iniziale lascia il posto alla noia. La versione “director’s cut” dura 153 minuti.

Paycheck

Michael Jennings è uno sviluppatore di progetti ad alto contenuto tecnologico per aziende che lo ingaggiano a suon di dollari e poi cancellano la sua memoria per impedirgli di divulgarne i segreti. Ma dopo aver portato a termine un progetto durato tre anni, non riceve nessun assegno. In banca trova invece una scatola piena di oggetti apparentemente inutili. La cancellazione della sua memoria gli impedisce di comprendere il motivo per cui, gli dicono, ha volontariamente rinunciato al compenso. Con l’aiuto di Rachel, la donna con cui negli ultimi tre anni ha lavorato e vissuto un’intensa storia d’amore, tenterà di risolvere l’enigma e, soprattutto, di capire perché i suoi ex datori di lavoro stanno tentando di toglierlo di mezzo.
Liberamente ispirato all’omonimo racconto scritto da Philip K. Dick nel 1953, il nuovo film di John Woo è un incrocio fra un thriller e un film di fantascienza, descrizione di un mondo in cui tecnocrati senza troppi scrupoli fanno utilizzo di macchine in grado di togliere all’uomo alcune sue facoltà, come quella di ricordare, per poi «regalargliene» altre, come quella di prevedere il futuro. Il regista di Mission: Impossibile 2, colpito dalle questioni di ordine etico sollevate dal racconto di Dick, è riuscito a realizzare un film che pone allo spettatore gli stessi dilemmi, invitandolo a riflettere su ciò che deciderebbe di fare qualora si trovasse nei panni del protagonista. Ben Affleck e Uma Thurman se la cavano con mestiere, nulla più. È invece la sceneggiatura, opera di Dean Georgaris, la parte migliore di un film condito con scene d’azione e sparatorie tipiche delle pellicole dirette da Woo. Imperdibile per i fan di quest’ultimo, un po’ meno per i lettori di Dick e comunque mai noioso, Paycheck diverte senza entusiasmare, perdendo nettamente il confronto con Face Off, il miglior film «americano» del regista di Hong Kong. (maurizio zoja)

200 Cigarettes

È il capodanno del 1981, nell’East Village di New York, con un assortimento di giovani personaggi che cercano (con non troppa convinzione) di raggiungere una festa in un loft, organizzata dalla frenetica Plimpton. Meriterebbe una specie di premio per il Cast Più Detestabile. La Hudson è la figlia di Goldie Hawn.

Clerks 2

Sono passati dodici anni da quando Dante e Randall, due commessi stralunati e amici per la pelle, lavoravano fianco a fianco. Uno in una tipica grocery della provincia americana, l’altro nell’adiacente negozio di videocassette. Non è cambiato nulla, sono ancora lì ma devono cercarsi una nuova occupazione a causa di un “piccolo” incidente. Cosa c’è di meglio che un impiego in un fast-food per continuare a lavorare il minimo necessario e discutere dei massimi sistemi mentre la gente attende di essere servita, facendo commenti grevi e politicamente scorrettissimi su chiunque si rivolga a loro? Ma c’è un problema: Dante ha trovato una ragazza che è pazza di lui e lo sposerà, portandolo con sé in Florida e separandolo per sempre non solo dall’amato New Jersey ma soprattutto dal suo amico e confidente Randall. Il tutto sotto lo sguardo attento e i commenti da coro greco degli spassosissimi Jay e Silent Bob e di una direttrice di ristorante che nasconde più di un segreto.

State Of Play

Nella partita a scacchi giocata dai maggiori esponenti di Beltway, due importanti schieramenti si danno battaglia a colpi di intrighi e oscure manovre: da un lato i politici, che vorrebbero mantenere la propria influenza ad ogni costo, dall’altro i giornalisti, il cui principale obiettivo è quello di svelare storie di corruzione connesse a un potere incontrollato. Gli avversari sono legati fra loro solo dal bisogno che tutti hanno dell’altro. E l’omicidio – fisico o metaforico che sia – è a volte l’unico modo per porre fine a un gioco troppo grande e pericoloso.

Hollywoodland

Il primo interprete cinematografico di Superman negli anni Cinquanta, George Reeves, viene trovato morto. Si pensa al suicidio ma il detective Louis Simo vuole vederci chiaro e approfondisce le indagini. Coppa Volpi per l’interpretazione di Ben Affleck alla 63a Edizione del Festival del Cinema di Venezia.

Town, The

Si contano oltre 300 rapine l’anno nelle banche di Boston. La maggior parte dei ladri professionisti vive nel quartiere di Charlestown. Tra questi anche il protagonista Doug MacRay, che però non è della stessa pasta dei suoi colleghi.

Diversamente da loro, Doug avrebbe avuto la possibilità di riuscire nella vita anzichè seguire le orme criminali del padre. Invece, è diventato il capo di una banda di spietati rapinatori di banche che vanno fieri di arraffare tutto quel che vogliono e farla sempre franca. Per Doug è quella lìunica famiglia ed è legato soprattutto a Jem, che considera quasi un fratello, nonostante il temperamento avventato e il grilletto sensibile.

Le cose cambiano durante l’ultima rapina: Jem prende brevemente in ostaggio Claire Keesey, la direttrice della banca e, sapendo di cosa è capace l’amico, Doug decide di intervenire. Va a cercare Claire, la quale non può immaginare che il loro incontro non sia casuale e che l’affascinante sconosciuto sia uno dei ladri che pochi giorni prima l’avevano terrorizzata a morte. Tra i due nasce un’intensa storia d’amore che spinge Doug a voler cambiare vita e città.

Ma con gli agenti dell’FBI alle costole e i dubbi di Jem sulla sua lealtà alla banda, Doug si rende conto che non sarà un’impresa facile, e che Claire rischia di finire nel centro del mirino. Le scelte di un tempo si riducono a una: tradire gli amici o perdere la donna che ama.

Affleck adatta il romanzo ‘Il principe dei ladri’ di Chuck Higan. Aspira alla poesia noir di un Edward Bunker e alla precisione sociologica di uno Scorsese, disegnando accuratamente personaggi dalle precise connotazioni sociali, ma gli manca un po’ di coraggio per fare del grande cinema.

Will Hunting – Genio ribelle

Quattro amici di classe operaia escono insieme a South Boston, ma uno di loro, il combattivo Will Hunting (Damon), ha un dono insolito: è un genio. Quando un docente di matematica del Massachusetts Institute of Technology (SkarsgÔrd) ne sente parlare, insiste perché il ragazzo non sprechi più il suo talento, e lo manda da uno psicologo/insegnante (Williams) nel tentativo di aprire il suo fragile guscio. Questa fiction ben recitata e scritta dai co-protagonisti Damon e Affleck non regge a un’attenta disamina ma sicuramente intrattiene, con una sfilza di buone interpretazioni. Oscar per la miglior sceneggiatura originale e il miglior attore non protagonista (Williams), più altre sette nomination, tra cui quella per miglior film, regia e montaggio.

Gone baby gone

Patrick è un investigatore privato che viene coinvolto nelle ricerche di una bambina scomparsa. Il caso sembra già disperato dato che sono passati tre giorni da quando non si hanno più notizie della piccola: quando si scopre che la madre ha rubato a un pericoloso spacciatore oltre centomila dollari, le indagini hanno una svolta decisiva e tutto sembra risolversi. La verità però è ancora lontana dall’essere scoperta.

Una scatenata dozzina

Tom Baker è l’allenatore della squadra di football americano di un liceo dell’Illinois. Dopo anni passati nell’ombra, un’importante università gli offre un posto da capo allenatore. La realizzazione del suo sogno professionale implica però il trasferimento di tutta la sua numerosa famiglia, dodici irrequieti figli che gli daranno più di un grattacapo, soprattutto quando la moglie Kate sarà costretta a recarsi a New York per promuovere il suo primo libro.

Già regista del discreto
Big Fat Liar,
totalmente sconosciuto al pubblico italiano, Shawn Levy fa il verso a
Mamma ho perso l’aereo
con una tragicommedia familiare in cui convivono una miriade di elementi già apparsi in decine di film dello stesso genere: il padre in gamba ma sotto sotto dipendente dalla madre, la partita di football, il bimbo superdotato, la figlia ribelle e così via. A Steve Martin il compito di far quadrare i conti, un obiettivo che l’attore non sfiora neanche lontanamente, e non certo per colpa sua. Forse, nel cercare di trasmettere l’idea del caos che regna nella famiglia dei protagonisti, il regista si è un po’ fatto prendere la mano, finendo con il frastornare anche lo spettatore con una sceneggiatura poco convincente. A volte sembra quasi che il film sia un pretesto per inanellare gag neanche tanto spiritose e la storia finisce sepolta dalle bizze dei vari personaggi, nessuno dei quali memorabile. Il cinema americano degli ultimi vent’anni trabocca di commedie famigliari senza pretese ma più divertenti di questa. Meglio risparmiare e noleggiare un home video.
(maurizio zoja)

1 Km. da Wall Street

Wall Street atto secondo. Anni dopo Oliver Stone, anche Ben Younger si premura di informarci sui meccanismi (marci in partenza) del capitalismo Usa. Ma 1 Km. da Wall Street deve i suoi pochissimi momenti di interesse esclusivamente allo straordinario cast che lo popola: e se in questa occasione Giovanni Ribisi non sembra essere al meglio, a calamitare l’attenzione ci pensano un enorme (in tutti i sensi…) Vin Diesel e un incredibile Nicky Katt. Nia Long, invece, basta guardarla, senza contare che è bravissima.
Il problema di fondo di 1 Km. da Wall Street è che, pur aspirando a essere un dramma mametiano (la citazione di Americani…), finisce invece per risolversi in una versione inacidita delle commedie di John Hughes degli anni Ottanta (e non basta certo Ron Rifkin a conferire al tutto un tono da tragedia). Il parallelo, enunciato sui titoli di testa, tra i gangsta del ghetto e i broker rampanti resta solo una scusa per inzeppare la colonna sonora di hip hop. Come si dice, «you missed the point, buddy»… (giona a. nazzaro)

La verità è che non gli piaci abbastanza

La verità è che non gli piaci abbastanza

mame cinema LA VERITÀ È CHE NON GLI PIACI ABBASTANZA - STASERA IN TV alex e gigi
Alex e Gigi

Nove personaggi alle prese con l’amore, tra speranze, sotterfugi, delusioni e inganni. Gigi (Ginnifer Goodwin) è convinta che, se un uomo trascura una donna, in realtà ne è innamorato. Alex (Justin Long), invece, le dice chiaramente che se un ragazzo non la richiama, “la verità è che non gli piaci abbastanza.” Tra i due, quindi, nasce un rapporto di amicizia/consulenza, e, forse, qualcosa di più.

E poi ci sono Neil e Beth (Ben Affleck e Jennifer Aniston), che stanno insieme da sette anni: lei vorrebbe sposarsi, lui odia l’idea del matrimonio. Cosa ne sarà della loro relazione, dunque? Si lasceranno definitivamente o troveranno un compromesso?

Il matrimonio di Ben e Janine (Bradley Cooper e Jennifer Connelly), invece, procede da anni in modo monotono. Le cose si complicano quando Ben incontra Anna (Scarlett Johansson) al supermercato. Lei è un’attraente insegnante di yoga che gli dà il suo numero. Tra i due cresce un’attrazione reciproca, che sfocia in una relazione extraconiugale. Ben, tuttavia, non regge il senso di colpa e confessa il tradimento a Janine, la quale tenta di salvare il loro matrimonio. I coniugi riusciranno a riprendere le redini della loro vita o dovranno lasciarsi?

Curiosità

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Neil e Beth
  • Il film risale al 2009 ed è stato diretto da Ken Kwapis. La sceneggiatura è basata sull’omonimo romanzo di Greg Behrendt e Liz Tuccillo, sceneggiatori di Sex and the City.
  • Con un budget di circa 40 milioni di dollari, la pellicola ha incassato ben 178,4 milioni di dollari in tutto il mondo. Insomma: un grande successo, soprattutto per il pubblico giovane.
  • Il titolo originale è He’s Just Not That Into You. La traduzione italiana, quindi, è abbastanza letterale.
  • La pellicola ha ottenuto una nomination ai People’s Choice Awards e una nomination ai Teen Choice Award.
  • Le riprese sono state effettuate in California, Oregon, Maryland e Regno Unito.
  • Le musiche sono del compositore californiano Cliff Eidelman (Rotta verso l’ignotoFree Willy 3) che torna a collaborare con il regista ken Kwapis dopo la commedia per famiglie L’amore è un trucco.
  • Nella colonna sonora sono inclusi brani di Maroon 5,R.E.M.Talking HeadsCuree il singolo Last Goodbye, cover del brano di Jeff Buckley cantata da Scarlett Johansson.

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Bounce

Premessa: è passata solo una settimana dal terribile attentato terroristico alle Torri Gemelle di New York, allora forse non era il caso di rinviare l’uscita di un film, la cui prima scena è un aereo che passa radente la skyline dei grattaceli di Chicago e la cui storia è basata su un incidente aereo, con 218 morti? A parte questo scivolone di cattivo gusto, che ha fatto rumoreggiare la sala cinematografica,
Bounce
si presenta come la commedia sentimentale di successo in questo fine 2001. La coppia Affleck-Paltrow, per anni teneri amanti e oggi affettuosi amici, sorregge un film forse un po’ banale e scontato in alcuni passaggi, ma sempre piacevole. Un pubblicitario di successo e una giovane vedova-madre si innamorano. Però, solo uno dei due sa che non si è trattato di un caso.
(andrea amato)

Amore estremo

Larry Gigli è un piccolo criminale senza troppe pretese. Un giorno il suo boss gli affida un lavoro da poco: rapire il fratello di un giudice che sta per processare un capomafia locale. La vittima prescelta è il povero Brian, un ragazzo con problemi mentali la cui unica colpa è quella di avere per fratello un severo e temuto procuratore distrettuale. Affinché il compito sia svolto nel migliore dei modi, a Gigli viene affiancata la bellissima Ricki, uno dei killer più spietati e violenti in circolazione. Le premesse per un storia d’amore molto particolare ci sono tutte…
Martin Brest (Beverly Hills Cop, Scent Of A Woman, Vi presento Joe Black) è tornato a girare un film d’azione ma Gigli, ribattezzato in Italia con l’improbabile titolo di Amore estremo, ha deluso in patria al botteghino e si appresta a fare lo stesso con il pubblico europeo. Per colpa di una trama improbabile, di una sceneggiatura poco convincente e di premesse iniziali troppo prevedibili. Cosa c’è di nuovo nelle avventure/disavventure del piccolo delinquente dall’animo sensibile che riesce a far innamorare la bella di turno? La scelta dei due interpreti poteva essere l’unico motivo di interesse ma la coppia, non solo artistica, formata da Jennifer Lopez e Ben Affleck rappresenta il principale fattore di delusione. J. Lo è sottotono e non riesce a essere divertente nelle vesti dell’affascinante quanto improbabile killer, mentre il fidanzato ha serie difficoltà a caratterizzare il suo personaggio. Particolare non indifferente, visto che è proprio intorno a lui che dovrebbe ruotare l’intera vicenda. Allo scorrere dei titoli di coda, vista la pubblicità e il clamore scatenati da questo nuovo prodotto hollywoodiano, la domanda sorge spontanea: era necessario fare tanto rumore per nulla? (emilia de bartolomeis)

Pearl Harbor

1941. Rafe McCawley e Danny Walker, amici fin dall’infanzia, hanno coronato il loro sogno di diventare piloti dell’aviazione degli Stati Uniti. Alla vigilia della partenza per l’Inghilterra, dove affiancherà i piloti della RAF che si battono contro i nazisti, Rafe s’innamora dell’infermiera Evelyn, alla quale promette di tornare sano e salvo. Ma nel corso di uno scontro aereo sui cieli della Francia, Rafe viene abbattuto. Credendolo morto, la ragazza si consola tra le braccia di Danny. Intanto, gli strateghi dell’apparato militare giapponese preparano un attacco a sorpresa al nemico statunitense. Obiettivo: le basi americane di Pearl Harbour, nelle Hawaii. Michael Bay è probabilmente uno dei registi americani più sottovalutati. Tre anni fa il suo Armageddon – un piccolo gioiello nel suo genere, talmente kitsch e ridondante da diventare sublime e commovente – venne fatto a pezzi dalla critica (in Patria, ma anche da noi), riuscendo a consolarsi (eccome!) solo con i suoi incassi da record. La storia ora si ripete, con i recensori americani pronti coi fucili spianati a far fuori il mastodontico bestione. Ma anche stavolta, il buon Bay ne esce fuori con le ossa intatte (75 milioni di dollari incassati nei primi tre giorni) e un prodotto d’intrattenimento tutt’altro che disprezzabile. Anzi, per certi versi persino notevole. Il regista – e il suo fido produttore Jerry Bruckheimer, la vera mente del duo, probabilmente – riesce nella non facile impresa di coniugare lo spirito di Howard Hawks (l’amicizia virile, la dedizione alla causa, la retorica dell’eroismo; basti vedere Rivalità eroica, Brume, Avventurieri dell’aria e, soprattutto, Arcipelago in fiamme ) con l’estetica parapubblicitaria degli spot del Mulino Bianco (sembrerebbe una considerazione negativa, ma non lo è…). La critica si è lamentata dei dialoghi del film – secondo alcuni ai limiti del ridicolo – senza rendersi conto che frasi simili potrebbero venir fuori direttamente da un qualsiasi classico degli anni Quaranta, magari pronunciate da un James Stewart o un Cary Grant del caso. E, fatte le debite distanze, Pearl Harbor potrebbe addirittura essere considerato una rilettura postmoderna di quei classici tanto amati (ma evidentemente da tempo non più visti). Quanto all’estetica patinata di Michael Bay, altrove deprecabile, nel suo caso è ormai diventata una cifra stilistica, un tocco quasi autoriale, portata avanti con così ostinata convinzione da risultare incredibilmente creativa. Non tutto è calibrato alla perfezione, ovviamente, a partire dalle semplificazioni storiche, dalle sviste di sceneggiatura e dall’eccessiva durata. Eppure la storia d’amore appassiona e coinvolge, mentre sul piano puramente spettacolare i 40 minuti dell’attacco giapponese sono semplicemente straordinari, tanto da farti dimenticare di essere per buona parte frutto delle magie digitali. (andrea tagliacozzo)