The adjuster

Audace, provocatoria disamina sul voyeurismo e il potere delle immagini. Tra i personaggi c’è un liquidatore assicurativo (Koteas) che gioca a nascondino con le vite di quelli con cui ha che fare sul lavoro e di sua moglie (Khanjian), un censore che riprende di nascosto il materiale pornografico che sta classificando. Panavision.

False verità

Quello di Atom Egoyan è un film deludente, e dispiace, perché il soggetto e il nome del regista facevano sperare in qualcosa di meglio che non in un elegante noir di ambiguità psicologiche e etiche. È successo a Egoyan l’opposto di quello che succede a Hitchcock, a cui il regista armeno-canadese si è ispirato. Hitchcoch lascia che inquadrature e sequenze permettano allo spettatore di cogliere, o per lo meno intuire, l’altro discorso che emerge dalle intricate sue vicende. Egoyan invece sottolinea pesantemente ambiguità e tormenti esistenziali, perché ha bisogno di darsi una credibilità etica che né i personaggi né la storia sopportano o richiedano.
Il contrasto tra il parere e l’essere, tra il decoro e il luccichio pubblico e il putridume e il cinismo privato avrebbe avuto bisogno di un regista meno sosfisticato, più consanguineamente hollywoodiano. Tratto da un romanzo di Rupert Holmes (appena pubblicato da Fandango) il film racconta un episodio oscuro della carriera di una celebre coppia di comici tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta. Sembra che l’autore del romanzo si sia ispirato a un fatto reale che riguardava una coppia specifica, quella formata da Dean Martin e Jerry Lewis. I quali, nel pieno del loro travolgente successo, decisero di separarsi. La decisione, dovuta a un oscuro episodio cui il film si ispira, destò molti pettegolezzi e assai dovettero lottare i due attori per ricostruirsi una carriera da soli, soprattutto Dean Martin.
Egoyan però cambia le carte, forse anche per evitare conseguenze legali (Jerry Lewis è ancora vivo), e i suoi protagonisti Lanny (Kevin Bacon) e Vince (Colin Firth) ricordano solo alla lontana la coppia citata. Comunque i due sono al culmine del successo, dovunque vadano li accoglie una folla in delirio, soprattutto femminile; locali notturni, cinema e televisione li cercano e, dovunque arrivino, trovano compiacenti donnine pronte nelle loro lussuose suite, grazie anche ai servizi del fedele e discreto segretario-tuttofare di Lanny (David Hayman). Finché il loro legame con un boss della mafia e una bellissima ragazza trovata misteriosamente affogata nella vasca da bagno della suite in cui alloggiano, nell’albergo di proprietà dello stesso mafioso, provocano uno scandalo e con esso la fine del sodalizio e della carriera.
Benché prosciolti da ogni accusa, i sospetti rimangono e i due si separano. Tutto questo è raccontato in flash-back da un’ambiziosa giovane giornalista (Alison Lohman) che quindici anni dopo vuole scoprire il segreto della coppia, che ancora intriga il pubblico, tanto che la ragazza riesce a ottenere da un editore una cifra enorme da offrire a Vince affinché scriva con lei la storia della loro amicizia e la verità di quella misteriosa morte. Naturalmente verremo a sapere tutto, attraverso particolari sempre più eroticamente perversi, che coinvolgono anche la giornalista, che già da bimba li aveva incontrati e che ora finisce nel letto di Lanny, mentre tra partouze e giochi lesbici, rivelazioni di tendenze omosessuali e confusissime false verità, la verità quando arriva, quella vera, non solo non convince ma riduce il film a un dozzinale thriller mal congeniato.
Ma per tutto il tempo il regista vuol dimostrare il contrario: che i due suoi protagonisti sono personaggi in cerca d’autore, e cioè carichi di tutte le valenze etico-psicologiche che si vogliano dare, e per questo hanno facce contrite e lucciconi agli occhi, a indicare pentimenti e rimorsi (tipo: anche le star piangono). Purtroppo, per quanto si sforzi, non riesce a nobilitarli: loro restano due squallidi soggetti senza sostanza nobilitante e la giornalista un’ingenua sventata arrivista. (piero gelli)

Ararat – Il monte dell’arca

Una pellicola ricca di elementi metacinematografici, incentrata sul genocidio degli armeni da parte dei turchi nel 1915. Mentre alcuni filmmaker di Toronto girano uno zoppicante film storico sulla tragedia, la trama principale prevede sesso tra parenti acquisiti, un padre alle prese con il figlio gay e un incidente doganale che coinvolge uno dei membri della troupe. A tratti un po’ pesante, rimane un film interessante e molto sentito (il che è ovvio, viste le origini armene del regista).

Il viaggio di Felicia

Il mite responsabile della mensa di una fabbrica inglese si dimostra premuroso nei confronti di una giovane irlandese incinta alla ricerca del fidanzato che l’ha abbandonata… ma le intenzioni dell’uomo sono tutt’altro che innocenti. Una delusione da Egoyan, da cui ci si aspetterebbe qualcosa di più della solita storia dello psicopatico (per quanto complessa possa essere). Sceneggiatura dello stesso Egoyan, da un romanzo di William Trevor. Panavision.

Black Comedy

Fra le prime opere di Egoyan, un dramma — non privo di humour nero, provocatorio e audace — su una famiglia disfunzionale e sulla fissazione dei suoi membri per televisione, video e altri mezzi di comunicazione impersonali. Mirato resoconto del modo in cui un’immaginazione impoverita e la tecnologia hanno influito sulla vita contemporanea. Scritto dal regista.

Il dolce domani

Un tenace avvocato si reca in una città del Canada rimasta sconvolta dall’incidente di uno scuolabus in cui sono morti molti bambini, e cerca di convincere i genitori ad assumerlo per far causa a chiunque possa essere il responsabile, ammesso che qualcuno lo sia. Intanto, cerca di affrontare il suo difficile rapporto con la figlia drogata. Egoyan applica il proprio approccio calmo ed ellittico al romanzo di Russell Banks e crea un film inquietante e difficile da dimenticare, anche se non per tutti i gusti. Holm è semplicemente superbo. Panavision. Due nomination agli Oscar (Regia e Sceneggiatura Non Originale).

Mondo virtuale

L’affascinante vicenda della cameriera Khanjian e della sua fissazione per l’aspirante attore McManus, che si trova in una insolita relazione con la sceneggiatrice Rose. Una storia sinuosa, su tre anime perse le cui vite si incrociano, di persona e in video. Molto in linea con gli altri lavori dell’autore e regista Egoyan.

Calendar

Un fotografo (Egoyan) e sua moglie (Khanjian) viaggiano dal Canada all’Armenia per scattare alcune foto di chiese storiche da inserire in un calendario; attraverso l’obiettivo, lui assiste al disfacimento del proprio matrimonio, mentre la consorte viene a contatto con le sue origini e si innamora della guida. Ci sono alcune idee intriganti, ma il film assomiglia a un’istantanea sfuocata ed è troppo vagamente strutturato per risultare convincente. Egoyan e la Khanjian sono sposati anche nella vita reale.

Chloe – Tra seduzione e inganno

Catherine sta organizzando una festa a sorpresa per il compleanno del marito David. La stessa sera però David perde il volo da New York per tornare a casa, e non arriverà in tempo alla festa a lui dedicata. Lei è costretta a mandare giù il boccone e qualsiasi sospetto, e tornare dai suoi ospiti… L’indomani mattina, scopre un sms mandato da una delle studentesse al telefono di David, e i timori di Catherine aumentano. Questa coppia riuscita, Catherine medico e David professore di musica, ha un figlio di 17 anni, Michael.

Visti da fuori sembrano una famiglia che ha tutto, ma le loro carriere e l’educazione del figlio hanno messo a dura prova il matrimonio, e il loro rapporto soffre per mancanza di comunicazione e di intimità. Due settimane dopo la festa a sorpresa, Catherine e David sono a cena con amici, Catherine si alza per andare in bagno e fa conoscenza con una donna giovane e molto sexy, Chloe. Catherine torna al tavolo e comincia ad osservare Chloe che si avvicina ad un uomo d’affari più anziano di lei. Tornando a casa in macchina, Catherine chiede a David se ha perso volutamente il suo volo da New York per rimanere a bere con gli amici. Quando il marito le risponde che non è così, lei si convince di averlo colto in flagrante. Certa più che mai che David abbia un’amante, Catherine rintraccia Chloe, la escort, e la ingaggia per mettere alla prova la fedeltà di David.

Le due donne si incontrano regolarmente e Catherine memorizza ogni dettaglio degli incontri di David e Chloe. La sua gelosia aumenta, ma allo stesso tempo si risvegliano in lei sensazioni da tempo sopite. Presto si ritrova in una trappola fatta di desiderio sessuale ed inizia un percorso che anziché aiutare, metterà in pericolo la sua famiglia…

Exotica

I destini di cinque individui diversissimi tra loro si intrecciano in uno strip-club chiamato “Exotica”. Solo alla fine si viene a sapere come due dei personaggi principali sono finiti l’uno nella vita dell’altra. Intrigante, come tutte le opere di Egoyan, ma non del tutto appagante. Vincitore del Genie Award come miglior film canadese nel 1994.

L’ultima registrazione di Krapp

L’incontro tra il cineasta canadese Atom Egoyan e un testo di Samuel Beckett,
L’ultima registrazione di Krapp
, è di quelli che incuriosiscono e insieme suscitano perplessità: la ricerca beckettiana di un linguaggio il piu’ disseccato, antiquotidiano, e prediscorsivo sembrano mal sposarsi con la moltiplicazione di inutili strumenti comunicativi che affolla il cinema di Egoyan. In
L’ultima registrazione di Krapp
Egoyan tuttavia fa una scelta radicale, e di grandissima modestia: elimina tutti le marche del proprio stile, fa due lunghi passi indietro dinanzi a Beckett, e lascia tutta la scena al titanico e rinsecchito John Hurt. E al magnetofono, su cui è incisa la voce del Krapp di trent’anni prima. La voce dell’attore britannico vibra lungo le corde più distanti, lacera l’unità dello spazio scenico, lo squarcia in un’insistente tensione tra rilassamenti e contrazioni. La scena diventa interamente significante, e il fuori campo la sede del passato, o del malessere fisico di Krapp. Egoyan rifiuta di dar luogo ad altro rispetto a quella scabra parola e all’ambiente necessario a ospitarla. Fuori di esso, si stende la notte dei tempi.
(francesco pitassio)