Le ragazze di Piazza di Spagna

Un professore racconta le storie di tre ragazze: una rinuncia a sogni impossibili, un’altra giunge a meditare il suicidio ma poi ci ripensa, e un’altra ancora (bassissima) cerca uomini altissimi. 

Neorealismo rosa allo stato puro, con tutta la grazia appena un po’ leziosa e tutta la svagatezza di Luciano Emmer, un piccolo maestro di rara eleganza. Piccola borghesia cittadina, personaggi femminili minimi osservati finemente, malinconia quasi crepuscolare. E poi c’è la bellezza – oggi quasi commovente – delle italiane degli anni Cinquanta: Lucia Bosè, Cosetta Greco, Liliana Bonfatti, con un giovanissimo Mastroianni di contorno.

Artigianato d’altri tempi, con una qualità della messinscena oggi impensabile. Alla sceneggiatura impeccabile partecipa Sergio Amidei, il narratore è Giorgio Bassani, e c’è anche una comparsata di Eduardo De Filippo. All’epoca sembrava «disimpegno», oggi l’ingenuità stessa del film è un documento storico. Non è ancora commedia all’italiana: è qualcosa di meno (nell’analisi sociale) e di più (nell’assenza di cinismo, nel candore).
(emiliano morreale)

Carosello napoletano

Una famigliola di guitti fa da trait d’union a una storia di Napoli attraverso una serie di canzoni. Un gioiello del cinema italiano, sfortunato all’uscita e recuperato decenni dopo dalla critica. Troppo costoso, forse troppo colto, non poteva fare scuola e rimane un unicum, l’indicazione di un qualcosa che non è stato; anzi, è forse l’unico musical della storia della cinematografia nazionale. Una cavalcata storica in una Napoli da cartolina, ma da cartolina filologica e di gran classe (co-sceneggiatore è Giuseppe Marotta, nello stesso anno de
L’oro di Napoli
), lontanissima dai film-rivista di Paolella-Infascelli e diretta da un regista teatrale che non ci riprovò più col cinema. Fotografia a colori, scenografie e coreografie sono tutte di altissimo livello.
(emiliano morreale)

Totò all’inferno

Antonio tenta in tutti modi di suicidarsi, ma gli va sempre male, fino a che un giorno, accidentalmente, cade in un fiume e muore annegato. Finito all’inferno, Antonio s’imbatte in Cleopatra da lui amata in una delle sue precedenti incarnazioni, quando era Marcantonio. La trama non brilla per coerenza, ma fornisce a Totò il pretesto per scatenarsi in uno dei suoi soliti tour de force comici di stampo surreale. Uno dei sei film girati dall’attore nel 1954.
(andrea tagliacozzo)

Totò a colori

Nel ridente paesino di Caianello, il maestro Antonio Scannagatti, musicista e compositore, attende da quindici anni la risposta degli editori Tiscordi e Sozzogno riguardo allo spartito di una sua opera. Un giorno si decide e parte per Milano. La trama è solo un labile pretesto per le esilaranti esibizioni del comico napoletano. Memorabile la scena del vagone letto con l’ottima spalla Mario Castellani, ampiamente collaudata da Totò nei suoi spettacoli teatrali. Come suggerisce il titolo, si tratta del primo film a colori girato dall’attore.
(andrea tagliacozzo)

L’imperatore di Capri

Seconda regia di Luigi Comencini, dopo
Proibito rubare
, realizzato l’anno precedente. Totò veste i panni di un cameriere d’albergo che, a Capri, viene scambiato per un principe indiano. Sfuggito a un’opprimente atmosfera familiare, il nostro eroe diventa il personaggio più ammirato dell’isola. Il film non è nient’altro che un tenue canovaccio che fornisce a un Totò in grande forma l’ennesima occasione per sbizzarrirsi con le sue gag e i suoi giochi di parole. Il regista otterrà il suo primo grande successo nel ’53 con
Pane, amore e fantasia
. Molti gli aneddoti legati a questo film: il film fu girato in piena stagione turistica, ad agosto. La produzione pensava di usare come comparse, gratuitamente, i turisti. Ma i generici pretesero di essere gli unici a comparire nei film girati a Capri. A pagamento. Totò, in scena, a un certo punto doveva fronteggiare un pitone vero del vero principe indiano. Ma a causa del gran caldo, anche causato dai riflettori, morirono uno dopo l’altro due serpenti. A quel punto ne fu usato uno di plastica.
(andrea tagliacozzo)

Amor non ho, però però

A Roma, un uomo semplice e mite salva dalle acque del Tevere una povera ragazza che, fidanzata a un giovane ingiustamente imprigionato per un delitto che non ha commesso, ha tentato il suicidio in un momento di sconforto. L’ometto promette d’aiutarla. Niente di originale, ma in definitiva un buon canovaccio (scritto da Giuseppe Marotta, Augusto Bosselli, Franco Riganti e Vittorio Veltroni) capace di esaltare sia l’estro comico che le sfumature malinconiche dell’ottimo Renato Rascel. Bianchi tornerà a dirigere Rascel solo dieci anni più tardi in
Gli attendenti
.
(andrea tagliacozzo)