In ostaggio

Un uomo d’affari di successo viene rapito di mattina. Mentre la moglie e le figlie sperimenteranno le traversie di avere le loro vite invase dall’Fbi, in attesa di una comunincazione, la vittima inzia a conoscere il suo carceriere durante la fuga per i boschi. Più un’analisi dei personaggi che una scenenggiatura convenzionale, questo interessante film ermetico gioca con la cronologia in modo avvincente ma non termina con una conclusione soddisfacente. Le tre star sono eccellenti.

Il sesto giorno

Adam Gibson è un uomo come tanti altri, con tanto di famiglia a carico, un passato nell’aeronautica militare, una serie di decorazioni e una piccola società che noleggia elicotteri. Tutto filerebbe liscio se Adam non dovesse improvvisamente fare i conti con un perfetto sosia che si è inserito nella sua vita. Quando scopre che il suo «doppio» altro non è che un clone illegale messo in circolazione da un miliardario senza scrupoli a capo della Replacement Technologies, Gibson torna all’azione che gli è più congeniale, eliminando uno dopo l’altro avversari riproducibili all’infinito. Due Schwarzy al prezzo di uno. Sembrerebbe allettante l’offerta de Il sesto giorno, se un film del genere non l’avessimo già visto troppe volte (
Atto di forza, Terminator e Terminator 2
, solo per citare i film con Schwarzenegger. E naturalmente
Screamers
e
Face/Off
). Peccato che in questa operazione di stanco riciclaggio si sia fatto coinvolgere un regista (e soprattutto ex montatore) un tempo bravo come Roger Spottiswoode (
Sotto tiro
e
Sulle tracce dell’assassino
, ma anche uno dei tanti 007 dell’ultima generazione,
Il domani non muore mai
), che ha evidentemente deciso di dedicarsi al reparto confezioni. Il vero guaio è che Il sesto giorno non lascia a desiderare solo in fatto di originalità, ma anche per quel che concerne il ritmo e la concatenazione degli eventi. Insomma, è noioso, pasticciato e banale.

Il tema della clonazione, qui, è ben lontano dall’insinuare autentiche inquietudini identitarie: serve solo a dare spessore a un banalissimo intrigo avventuroso che in fondo potrebbe persino prescindere dalla fantascienza, dalle preoccupazioni legate alla biogenetica e persino dall’impiego massiccio e sprecato di tecnologia avanzata e computer graphic. Sulla clonazione, dopotutto, continuiamo a preferire
Jurassic Park
e
Mi sdoppio in quattro
, mentre in materia di futuro, nonostante qualche ostentazione colta (il protagonista si chiama Gibson, come il più noto autore di letteratura cyberpunk), occorrerà puntare su formule più austere e – possibilmente – meno movimentate. Magari senza scomodare Philip K. Dick e David Cronenberg. Al pur simpatico Arnold Schwarzenegger, impegnatissimo a riciclarsi, consigliamo invece di usare più il cervello dei muscoli o delle macchine da guerra. Quanto a Spottiswoode…
(anton giulio mancino)

Un medico, un uomo

Jack McKee è un valente chirurgo, ma si comporta in modo cinico e quasi sprezzante con i suoi pazienti. Quando scopre di avere un tumore alla gola la prospettiva improvvisamente cambia e il medico si rende conto di quanto sia difficile la condizione del malato. Le buone prove di William Hurt ed Elizabeth Perkins e una sceneggiatura ben calibrata evitano che il film scivoli sul patetico. Randa Haines aveva diretto con successo il protagonista in
Figli di un dio minore
.
(andrea tagliacozzo)

Mercy-Senza pietà

Una poliziotta deve risolvere il caso di un pluriomicida maniaco. Ma si imbatte in uno piscanalista travestito e in una lesbica che fa parte di una setta segreta… I film sui serial killer da qualche anno si assomigliano tutti. Questo
Mercy
di Damian Harris non solo non fa eccezione, ma si colloca al di sotto di una media già di per sé bassa. Solite morti sospette, solita figura femminile con qualche problema personale nei panni del detective e solita trafila di indagini che scavano nel torbido di qualche mente traviata. Che stavolta l’agente si chiami Catherine Palmer e non Clarice Starling come ne
Il silenzio degli innocenti
non fa molta differenza. E che inoltre, strada facendo, ci si addentri in un pericoloso terreno di amore (saffico) e di morte, non può non far venire in mente i tanti, troppi, sexy-thriller scritti da Joe Esztheras (
Basic Instinct, Jade
), che erano persino migliori di questo
Mercy
. Cosa resta? La suspence? Quella di
Mercy
lascia un tantino a desiderare. Allora cos’altro? L’attrice protagonista, per esempio: Ellen Barkin è sempre brava con quella sua aria grintosa, volgare e nel contempo ambigua.
(anton giulio mancino)

8 amici da salvare

Dopo aver contribuito al salvataggio di uno scienziato recatosi in missione in Antartide presso una stazione di ricerca americana, la guida Jerry Shepard (Paul Walker) è costretto suo malgrado, a causa di un improvviso peggioramento del tempo, ad abbandonare gli otto amati cani da slitta al loro destino. Tornato in patria, spinto dal senso di colpa, impiegherà mesi a racimolare i quattrini necessari per tornare fra i ghiacci con l’intento di riportare a casa gli eventuali superstiti. La sua ostinazione sarà premiata: grazie all’aiuto della bella pilota Katie (Moon Bloodgood), del professor McClaren (Bruce Greenwood) e del cartografo Cooper (Jason Biggs), riuscirà nell’impresa.

La recensione

Ispirato al giapponese
Antarctica
del 1985 – di per sé non un capolavoro – il regista Frank Marshall, qui in veste anche di produttore, edulcora una vicenda realmente accaduta, privandola quas

Le verità nascoste

Una donna, reduce da un incidente, vede fantasmi in casa: crede che il suo vicino di casa sia un assassino… Semplice quanto perfetto esercizio di stile costruito sul concetto di suspence, Le verità nascoste di Robert Zemeckis è un implacabile tour de force emotivo. Dietro questa storia di tradimenti inconfessati e omicidi, percorsa e interpretata correttamente da Harrison Ford (qui nella atipica parte del villain, pur sempre dal cuore tenero) e Michelle Pfeiffer, si alimenta un film dalle ricercate atmosfere hitchcockiane, ben esemplificate già dalla colonna sonora in stile Bernard Herrmann realizzata da Alan Silvestri. Ci chiediamo: che cosa cercava Robert Zemeckis, mentre costruiva la struttura di questo film, mentre lo realizzava? La risposta è semplice, forse scontata: il cinema. Ecco una sua dichiarazione: «Cinema e suspence sono fatti l’uno per l’altro. Cioè, ci sono certamente dei libri e degli spettatori teatrali davvero ricchi di suspence, ma penso che niente sia in grado di manipolare il tempo, spazio e tecniche di racconto quanto un film. Ho sempre desiderato mettermi alla prova nella regia di qualcosa di davvero terrificante e misterioso». Una casa di campagna, la cui tonalità di illuminazione varia a seconda della luce che la avvolge, una scena coniugale, alcuni oggetti, una stanza da bagno di un biancore che sfocia nel diafano, alcuni specchi, una collana, una chiave, una treccia di capelli biondi bastano per alimentare il percorso nel terrore macchinato da Zemeckis. Film di fantasmi, rumori, false piste e presenze auratiche (bellissima la sequenza della seduta spiritica), Le verità nascoste ci appare come un film blindato nella sua forma simile a un cristallo, anzi un diamante, difficile da scalfire. Film di pura forma, certo. Ma che affronta a testa alta le critiche di artificiosità, gratuità, che certamente lo toccheranno. Variazioni hitchcockiane: la coppia, e i complessi di colpa… con tutto quello che ne consegue: vertigini, figure circolari, o al limite spiraliformi. Zemeckis chiede un po’ di comprensione. Come nonno Hitch, vuole solo regalarci un pezzo di torta. Ma di altissima qualità. (rinaldo censi)